Testo di – GIULIA BERTA

 .

Dal 2 al 14 maggio il Teatro Carignano di Torino è animato da una voce ancora più che antica: l’Orestea di Eschilo, con regia di Luca De Fusco, è infatti l’unica tragedia greca arrivataci integra nelle sue tre parti – Agamennone, Coefore e Eumenidi – e per questo costituisce in pratica il primo spettacolo teatrale completo di cui si ha notizia. Una tragedia che, secondo la tradizione delle tetralogie greche (tre opere tragiche e un dramma satiresco, recitate tutte nell’arco di una giornata intera) è in realtà tre tragedie compiute, divise e divisibili: in questo senso l’operazione di De Fusco di riunirle in un unico allestimento è incredibilmente coraggiosa, considerando anche la lunghezza dello spettacolo – quattro ore circa, contando gli intervalli – che spaventa più di uno spettatore.

D’altro canto, il risultato di un’operazione così rischiosa può essere un fiasco totale o una standing ovation, senza nessuno spazio per le vie di mezzo: per non rischiare l’ammutinamento del pubblico servono grandissime capacità tecniche e interessanti intuizioni sceniche, e a De Fusco e alla sua compagnia non manca nessuna delle due. La produzione, firmata dal Teatro Stabile di Napoli, porta infatti in scena costumi eccezionali (Zaira de Vincentiis), un corpo di ballo (le ragazze della compagnia Körper su coreografie di NoaWertheim e musiche di Ran Bagno) ipnotico, inquietante e sensuale e una serie di pezzi da novanta in campo attoriale (Mascia Musy nei panni di Clitemnestra e Gaia Aprea nei panni di Cassandra e Atena per citarne solo due). In una scenografia spoglia, a palco lungo, dominata da un gigantesco schermo-portone grazie al quale lo spettacolo si moltiplica e si ricrea continuamente, si muovono i protagonisti di una delle tragedie più macabre e oscure dell’antichità. Una tragedia non a caso presa come esempio da Melanie Klein, che nel volume Alcune riflessioni sull’Orestiade ci offre un’interpretazione psicoanalitica dell’eroe del matricidio. È il materno minaccioso ad essere portato in scena, un materno che si tinge inevitabilmente di tratti sessuali: Clitemnestra cerca di placare il figlio e scampare alla morte mostrandogli un seno – e inevitabilmente uno studioso di psicologia si chiede qui se il seno mostrato sia quello buono o quello cattivo, rimanendo nel solco della Klein – e l’omicidio stesso della madre che si consuma sul palco, con il figlio steso sopra di lei, ricorda più un coito, o forse uno stupro.

.

ORESTEA-regia-LUCA-DE-FUSCO-credit-Fabio-Donato-2-681x454

.

Non è certo un caso, d’altronde, che l’apparato mitologico e tragico greco continui ad essere riproposto e la sua eco non si sia ancora spenta dopo più di duemila anni dalla sua composizione: al di là dell’importanza antropologica e storiografica, cruciale per un’epoca di cui non esistono altre fonti per desumere informazioni circa la cultura e le modalità di pensiero e di costruzione sociale, quello che le tragedie e i miti greci ci portano è l’esposizione nuda e cruda di tutte le più perturbanti pulsioni umane, di odi e amori che si consumano tra consanguinei, di figli che si devono guardare le spalle dai padri e viceversa. I greci dovevano avere una gran paura dei loro parenti: l’intero corpus di miti greci nasce da un padre, Urano, che fa sprofondare i suoi figli al centro della Terra, e da un figlio, Crono, che per vendetta evira il padre. Da questo gesto, che genera tra l’altro le terribili Erinni, demoni materni e persecutrici dei matricidi, prende il via una sequela interminabile di morti, mutilazioni, incesti e delitti che si consumano per la maggior parte tra consanguinei.

Nel caso particolare dell’Orestea, l’atto che genera la vicenda risale a dieci anni prima, l’uccisione di Ifigenia, sacrificata per far sì che i venti gonfiassero le vele delle navi verso Troia, ad opera del padre, Agamennone: la madre Clitemnestra cova così per dieci lunghi anni i suoi propositi di vendetta contro il marito, aiutata e sobillata dall’amante Egisto. Clitemnestra uccide Agamennone e la profetessa Cassandra, portata dal marito come bottino di guerra da Troia; Oreste uccide Clitemnestra e l’adultero Egisto. Ma Egisto è il figlio di Tieste e di sua figlia, frutto di un incesto, nato da una madre-sorella con il solo scopo di vendicarsi di suo zio, padre di Agamennone, che per assicurarsi il trono di Micene aveva ucciso tutti i precedenti figli di Tieste facendogliene mangiare la carne a sua insaputa, e Oreste è il figlio di Clitemnestra: la vicenda si complica e si tinge di tinte oscure e tendenti al gore, sottolineate nell’allestimento di De Fusco dalle sempre più angoscianti luci rosse che segnano i volti degli attori e dalle musiche oniriche e incalzanti.

.

locandina

.

Ma l’Orestea è anche e soprattutto la tragedia del femminile: un femminile sì terribile e perverso ma anche magniloquente e protagonista, contro ad un maschile secondario, sempre in balia delle volontà di una donna. È Elena la “rovina delle navi, rovina dei guerrieri, rovina delle città”, è Clitemnestra la “leonessa che dorme affianco al lupo”, è Elettra a sobillare il fratello a compiere il matricidio, sono le Erinni, “cagne rabbiose della madre”, invocate da Clitemnestra in punto di morte, ad inseguire Oreste fino al tempio di Atena: ed è Atena, nata non da una madre ma direttamente dalla testa di suo padre, a chiudere la vicenda, instituendo il primo tribunale della storia e fondando così il Diritto, suprema conquista della democrazia greca, esaltato da Eschilo nell’ultima parte della tragedia.

La regia di De Fusco amplifica il pathos fin quasi all’insopportabile, ipnotizza, coniuga perfettamente musica, danza e perfino canto, dilatando spazi e contraendo tempi: sebbene su Eumenidi, focalizzato sul processo ad Oreste, l’attenzione cala un po’, il risultato è ipnoticamente grandioso, un vero colpo da maestro.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata