Testo di – GIULIA BERTA

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La forza più intensa e tenace della Natura è la Natura stessa. La Natura che dorme sotto le fondamenta delle nostre case, che sembra lasciarsi domare, che si fa potare, sistemare, arginare, la Natura che lentamente si infila tra le crepe del cemento e i fori delle mattonelle e piano piano, proprio lì dove una volta c’era un albero, fa spuntare un’erbaccia. In un solo filo d’erba che nasce spontaneamente, senza bisogno di cure, in un’edera che si arrampica alta su un muro, resistente a tutte le intemperie, c’è più vita che in tutta una scintillante città illuminata.  La Natura non ha bisogno di frigoriferi per conservare il cibo, di riscaldamento per dormire al caldo di notte, di condizionatori per non sudare d’estate. La Natura si basta da sé, inseguendo un fine ultimo, quello della conservazione, che travalica le logiche di tempo, di vita e di morte del singolo, di caos e di ordine. E culla di questa frenetica esistenza che si consuma in ogni angolo, lontana dagli occhi indaffarati dell’uomo, è la vegetazione, vita essa stessa e portatrice di vita, rifugio ospitale di migliaia di specie viventi, complementare nei bisogni agli animali, polmone che ci permette di respirare. Senza la vegetazione non saremmo vivi e non potremmo correre, parlare, fare l’amore, fare arte.

Ma la vegetazione è anche di per sé arte, bellezza, perfezione: inevitabile dunque che l’arte si avvicini al mondo verde, lo tocchi, lo esplori, ne tragga ispirazione. È proprio dall’universo vegetale che prende vita la mostra collettiva Organismi, curata da Carolyn Christov-Bakargiev e Virginia Bertone, esposta alla GAM di Torino fino al 6 novembre 2016.
Organismi non è solo arte, non è solo architettura, non è solo scienza, non è solo cibo; è un viaggio che unisce le prospettive organicistiche del tardo Ottocento con le visioni biocentriche degli anni Duemila, un percorso in un secolo mutevole e rivoluzionario, un racconto di come il nostro rapporto con la Natura sia cambiato e stia continuando a cambiare, una speranza di una nuova e completa empatia con l’ambiente che ci ospita, figlia sì di una necessità oggettiva di cambiamento orientato all’ecologia, ma anche di una diversa e più rispettosa presa di coscienza dei legami di interdipendenza indissolubili tra le più diverse specie.

Esplorando in senso cronologico l’esposizione, è senza dubbio Émile Gallé uno dei protagonisti assoluti: la mostra raccoglie svariate opere dell’artista e imprenditore francese, da alcuni pregiati mobili in stile Art Noveau ai meravigliosi vasi realizzati con le tecniche della patine e della marqueterie de verre, brevettate entrambe dallo stesso Gallé, fino ad alcuni testi di botanica di sua produzione.

Gallè

Gallè

Valente botanico, profondo e appassionato conoscitore della biologia, titolare di una fabbrica di vetri e ceramiche, Gallé insegue in ogni sua creazione la perfezione vitale della natura, quella precisa bellezza data non dalla mano dell’uomo ma da una sorta di caso deterministico, una bellezza utile in cui tutto ha un fine: e, riferendoci a questo concetto di arte, naturale viene l’associazione con Santiago Ramòn y Cajal, scopritore del neurone e delle sinapsi, i cui disegni sono inseriti non a caso fianco a fianco con gli eleganti vetri floreali dell’artista francese. Le eccezionali tavole del Premio Nobel per la medicina sono forse la più alta fusione tra arte e scienza, figlie di un’epoca in cui non era nemmeno pensabile fotografare ciò che al microscopio era già visibile: nella precisa rappresentazione a matita e china degli interneuroni del secondo e terzo strato della corteccia uditiva risiede tutto il senso di meraviglia e di stupore di fronte al meccanismo perfetto della natura, quella spontanea bellezza non cercata, eppure tangibile, che solo ciò che non è stato creato da nessuno può avere.

intereuroni

interneuroni

Trasferendoci temporalmente nel mondo contemporaneo, altro indiscusso protagonista di Organismi è l’eclettico Pierre Huyghe, che dagli anni Novanta realizza opere tra le più varie in quanto a tecnica compositiva, nel continuo sforzo di creare nuove realtà che si gestiscano poi da sé, senza il suo controllo: celebre è, tra le altre cose, il progetto Abyssal Plain datato 2015, in cui l’artista ha creato un nuovo ecosistema nel Mar di Marmara che si svilupperà indipendentemente nei prossimi anni. Ispirato a questo progetto è l’omonimo acquario, in cui conchiglie, stelle marine e altri materiali provenienti dai fondali del Bosforo si arrampicano e trovano alloggio attorno a due gambe di donna in cemento, riflessione sull’eterno ritmo del mondo e sulla vita degli abissi, capace di generarsi anche attorno agli scarti dell’arte degli uomini. L’acqua in generale è un tema di enorme interesse per l’artista francese, di cui è infatti anche esposto l’acquario Fall 1917, appartenente alla trilogia di ecosistemi d’acqua dolce Nymphéas Transplant: in un grosso cubo d’acqua spessa e scura nuotano argentati pesci di palude, riscaldati e illuminati da una luce arancione che però non è sufficiente a rischiarare lo sguardo umano. La vita brulica nell’oscuro ecosistema e a noi è solo concesso di intravederne ogni tanto il confuso bagliore.

Nympheas Transplant

Nympheas Transplant

Pierre Huyghe però non è solo acqua, e ciò appare evidente in A Forest of Lines, installazione del 2008 in cui l’intera Sydney Opera House viene trasformata in una foresta: gli ignari visitatori vengono così coinvolti in un’immersione nella natura della durata di ventiquattr’ore, un viaggio intrapreso con in dotazione solo un elmetto con luce frontale, un percorso in una foresta primordiale avvolta dalla nebbia, ispirata dagli scritti di James Cook sulle foreste australiane colme di enormi alberi alle cui cavità gli aborigeni affidavano i corpi dei loro morti. È la piena gloria della Natura che si mostra nella sua piena potenza e ci fa scoprire piccoli e vulnerabili: ma, se le enormi foreste naturali esisteranno finché esisterà la vita sulla Terra, la foresta di Huyghe vive ventiquattr’ore come una farfalla, e oggi di questa colossale esperienza ci resta solo l’impressionante documento filmico in mostra a Torino.

Se Huyghe vuole con la sua arte creare universi in evoluzione spontanea, Patrik Blanc addomestica invece la natura e la rende elemento decorativo; le sue creazioni non spaventano, non intimoriscono, ma anzi attraggono e danno puro diletto estetico agli occhi. Mi riferisco al mur végétal, di cui detiene il brevetto, particolare e innovativa tecnica di irrigazione e coltivazione che permette di creare per l’appunto veri e propri “muri vegetali”, completamente ricoperti dalle più diverse specie botaniche. Una sala intera è dedicata alle sue opere che fondono botanica, architettura e arte pittorica, opere ormai diffuse nei più bei palazzi delle più industriali e popolose città del mondo, e al centro di essa campeggia la Pénétrante Vivante, installazione realizzata in occasione di Organismi in cui ben 104 tipi di piante tropicali, rare e preziose, si articolano attorno ad una struttura in acciaio inox, PVC espanso estruso e feltro di poliammide: una perfetta fusione insomma tra la natura e la tecnologia, in cui ognuno degli elementi si amalgama agli altri senza soffocarli, in un trionfo di esotico verde.

Penetrante Vivante

Penetrante Vivante

Proprio alla fusione tra natura e tecnologia è d’altronde dedicata l’ultima parte della mostra, con i progetti dello studio Mc Architects di Mario Cucinella, protagonista di una nuova concezione di architettura sostenibile volta al raggiungimento di un’empatia tra uomo e natura, in cui il progresso non è un nemico, ma anzi il fautore di un’armonia e di una condivisione tra uomo e ambiente nuova e sempre più profonda. Esempio di questa ambiziosa visione è il progetto della Kwame Nkrumah Presidential Library, attualmente ancora in corso di realizzazione, che sorgerà sulle sponde del Lago Vittoria; non solo una sfida architettonica, ma anche una speranza di cambiamento per il Ghana, una speranza che passa attraverso l’alfabetizzazione e la creazione di un ambiente idoneo ad imparare, informarsi, evolvere verso un futuro migliore e più paritario.

Kwame Nkrumah, Presidential Library

Kwame Nkrumah Presidential Library

Ma per un’innovazione responsabile che ponga al centro il rispetto per il mondo che abitiamo imprescindibile è il ricordo del passato ed il recupero di realtà che una volta esistevano e oggi, se non si può dire che non esistano più, sono rare: in questo contesto si colloca il progetto Granai della Memoria, fortemente voluto da Slow Food e realizzato in collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche, presentato nell’ultima sala della mostra. Granai della Memoria è un colossale archivio di storie: la telecamera di Dario Leone inquadra lavoratori della foce del Po, raccoglitori di tartufi, contadini, partigiani, operai, minatori, filma i loro racconti e i loro gesti e crea un gigantesco mosaico di conoscenze orali, miti e aneddoti che rischiavano di perdersi nella nebbia del passato e invece ora ritornano e si ripresentano in una veste nuova, forse un po’ troppo retorica e nostalgica, ma non per questo non affascinante.

Organismi è in definitiva un’esperienza interessante e di rara bellezza e completezza, che esplora un tema abusato come quello della natura e della sua tutela in un modo nuovo e coinvolgente, che riesce grazie alla varietà delle opere esposte a catturare l’attenzione e l’interesse dei più diversi spettatori e delle più diverse sensibilità, una tappa assolutamente originale e consigliatissima ai residenti torinesi come ai turisti occasionali.

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