Testo di – DAVIDE PARLATO

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Gli Academy Awards 2017 sono arrivati e, come accade spesso da alcuni anni a questa parte, riescono a far parlare di sé più per costume che non per contenuti. Quest’anno a dominare il web e le notizie sulla notte delle stelle del cinema è infatti lo sfortunato equivoco della nomina del vincitore del premio Miglior Film, non so ormai più quanto ambito ma di sicuro la statuetta più brillante. Warren Beatty e Faye Dunaway, sul palco a sentenziare il nome del film vincitore, proclamano gloriosamente La La Land di Damien Chazelle, che si andava così a intascare la settima statuetta della serata. Fra lo stupore collettivo è il presentatore Jimmy Kimmel a chiarire l’equivoco, generando stupore fra i membri del cast, già sul palco a prendersi gli applausi, e un mezzo malore al produttore Jordan Horowitz. Proprio lui mette una pezza al disastro nominando il vincitore effettivo del premio: trattasi di Moonlight di Barry Jenkins. Per chi chiamasse già al complotto black-power o LGBT, state calmi: la PricewaterhouseCoopers, azienda che si occupa della detenzione e assicurazione sulle buste dei vincitori, si prende le sue colpe nell’aver inintenzionalmente scambiato la busta contenente il titolo del miglior film con quella contenente la miglior attrice protagonista, nella fattispecie Emma Stone. Un disastro insomma.

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REFILE - CORRECTING TYPO 89th Academy Awards - Oscars Awards Show - Hollywood, California, U.S. - 26/02/17 - Jordan Horowitz and Jimmy Kimmel react as Warren Beatty holds the card for the Best Picture Oscar awarded to "Moonlight," after announcing by mistake that "La La Land" was winner. REUTERS/Lucy Nicholson

Jordan Horowitz si prende il proverbiale “coccolone”. Di gran lunga il momento più alto della cerimonia.

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Di sicuro questo epic fail farà annoverare l’edizione 2017 della notte degli Oscar fra le più memorabili. Peccato non si possa dire la stessa cosa circa i titoli vincitori. Come anticipato è La La Land, il già santificatissimo musical diretto dal prodigio di Chazelle, a sbancare, con sei statuette, fra cui Miglior Regista, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Fotografia, Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora e Canzone Originale. Un montepremi telefonatissimo, considerando la risonanza che il film ha suscitato non solo nel pubblico ma anche a livello di critica. Risonanza a nostro avviso esagerata: siamo di fronte di fatto ad un bel film, ad un regista che ha dato già prova con Whiplash di sapercela davvero fare dietro la macchina da presa, ad una colonna sonora in effetti notevole – premi tecnici del tutto meritati. Ma l’Oscar a Emma Stone, che poteva calzare meglio alla performance disturbante di Isabelle Huppert nel controverso Elle di Verhoeven già suona male. E soprattutto l’indignazione popolare per il premio al Miglior Film negato: ci sembra che l’hype per questo film sia un po’ sfuggita dal controllo, tanto da far perdere di vista altri film in concorso degni di una maggior considerazione. In particolare The Lobster di Yurgos Lanthimos, nominato per Miglior Sceneggiatura originale e spodestato da Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Arrival di Denis Villeneuve, il grande escluso di questa premiazione, probabilmente la pellicola più interessante della stagione, Rogue One: A Star Wars Story, spiazzato agli effetti speciali da Il libro della giungla e senza nemmeno un riconoscimento per l’encomiabile sforzo nel ridare vita e forma a Peter Cushing nei panni di Grand Moff Tarkin – processo frutto di un lavorio tale che poteva benissimo valere un riconoscimento.

And the winner is… Nel grottesco sceneggiato dipinto poc’anzi, Moonlight si aggiudica il premio come Miglior Film. Di sicuro il titolo, una storia di formazione di un giovane afroamericano omosessuale che cresce in una machista e discriminatoria Miami, raccoglie e dà voce ad alcuni temi rilevanti del dibattito sociale contemporaneo. E non è una novità che questi contenuti siano da lungo tempo premiati dall’Academy, sia in pellicole di una certa qualità come 12 anni schiavo, ma anche in opere di dubbio valore cinematografico, come Il caso Spotlight. È la solita querelle fra arte engagée e desengagée, e sappiamo dove molto spesso il dibattito va a parare.  D’altro canto le recensioni dei critici globali sembrano essere state molto positive anche prima della vittoria di ieri: non resta allora che vedere per credere.

Ma nel frattempo verso lacrime amare per Villeneuve e quelle splendide conversazioni con gli Eptapodi, che tutto sommato avevano ben più da far discutere e parlare che un faceto scambio di buste.

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