Testo di – DANIELE CAPUZZI

Il 19 giugno nel ridotto dei palchi “Arturo Toscanini”, alla presenza del sovrintendente Alexander Pereira, i Sostenitori della Fondazione Milano per la Scala, a seguito dell’approvazione del bilancio d’esercizio 2014 presentato dal presidente Giuseppe Faina, hanno avuto il piacere di seguire il racconto del regista Jurgen Flimm sull’Otello di Rossini e sulla sua interpretazione in occasione del nuovo allestimento scaligero, ispirato all’opera di e nato dalla collaborazione con il pittore e scultore Anselm Kiefer. Certo la regia di quest’opera seria, che è assente dal teatro meneghino dal 1870, non ha intimorito l’ultrasettantenne tedesco, benché in un evento simile egli abbia il fianco esposto alle più affilate critiche dei melomani. Questo momento di incontro è dovuto all’importante contributo di Milano per la Scala alla messa in scena del capolavoro rossiniano, che si aggiunge alle tradizionali donazioni in favore delle attività dell’Accademia e per la digitalizzazione di archivi e magazzini del Teatro. Concluso l’intervento del regista, due degli interpreti di Otello, il mezzosoprano Annalisa Stroppa e il tenore Edgardo Rocha, hanno interpretato alcuni passi dal Barbiere di Siviglia e dalla Cenerentola.

Il 29 dello stesso mese, dopo le prove d’insieme aperte ai Sostenitori, la Fondazione ha organizzato un rinfresco con la compagnia di canto nel ridotto dei palchi, che è stato occasione di una speciale raccolta fondi per la produzione di Otello, cui anche i giovani sono stati invitati a partecipare, ovviamente secondo le limitate capacità economiche, per rafforzare nella categoria un maggiore coinvolgimento verso il Teatro. Alcuni dei membri juniores sono stati selezionati, a seguito di un concorso, per accedere a un palco disponibile per la prova antegenerale aperta (cui si riferisce quanto segue). Così i Sostenitori possono vivere in prima persona l’esperienza del lavoro e dei problemi che si nascondono dietro alla preparazione di uno spettacolo.

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Il primo e più evidente elemento dell’interpretazione di Flimm è la sabbia, che lega per tutta l’opera l’Otello assoldato dalla Serenissima alle sue origini africane, dalle quali non si libererà certo grazie alla sua entrata nella società veneziana in qualità di cittadino della Repubblica. Il palcoscenico è cosparso della finissima polvere candida e la scena è delimitata da grandi tele di un pallido color sabbia, scenografia che accompagna l’intera vicenda fino alla morte di Desdemona e concede al pubblico una vista parziale delle quinte di colore nero ai lati. Certo la scenografia è minimalista e piacevole; le si accompagnano arredi altrettanto essenziali: un lungo tavolo nero modulare, che muta forma secondo la necessità della situazione, e delle sedie bianche a doghe che confermano l’atmosfera di un lido. Un eccesso di contrasto deriva dai costumi di Ursula Kudrna. Il coro è dotato di frac nella sezione maschile e di abiti vittoriani neri dall’ampia gonna per le donne, che nella scena finale diventano rispettivamente giacca e cravatta nera e veste sotto il ginocchio del medesimo colore; era preferibile mantenere la tenuta da cerimonia. I camerieri, comparse che spostano gli arredi e addobbano la scena, indossano una lunga tunica nera, agghindata di un colletto elisabettiano e guanti bianchi. Il doge veste un lungo e pesante manto pregiato, una catena d’oro che regge una preziosa croce gli adorna il collo, il corno ducale gli copre il capo. Jago e Rodrigo seguono il costume della massa. La tinta di Emilia è il melanzana; anch’essa ha gonna piuttosto ampia, ma che, in quanto dama di compagnia, non può competere con quella di Desdemona, ariosa e copiosamente ornata di variopinte piume, cucita ad un corpetto senza maniche in broccato; attorno al collo un filo di perle. Nell’atto terzo sarà invece avvolta in una ricca veste porpora e oro, come anche Otello. Costui fino a quel momento indossa invece pantaloni neri, una leggera maglia bianca e un soprabito grigio. Degli abiti più contemporanei sarebbero stati forse più coerenti col resto dell’allestimento.

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La regia è piacevole, benché alcuni momenti possano destare un po’ di stupore come nel duetto fra Jago e Rodrigo nel primo atto in cui i due prima siglano la loro alleanza con una stretta di mano in stile “yo-bro”, poi simulano un duello di spade, forse a presagio della disfida con Otello. Poco dopo, mentre Desdemona si confida con Elmira, Jago aleggia dietro tende. La concitata scena del matrimonio è ben costruita: le luci si fanno di un colore giallo intenso all’entrata del coro, successivamente Elmiro espone alla i propri piani per il futuro della giovane, questa tenta di fuggire, ma è prontamente arrestata da Jago, quindi il padre assicura le mani degli sposi con la sciarpa bianca che porta sulle spalle. Dall’arrivo del tradito Otello la luce studiata da Sebastian Alphons sfuma ancora verso il forte bianco freddo, che dona leggere pennellate azzurre.

Quando nel secondo atto i toni fra Otello e Rodrigo si fanno più accesi, viene delimitata la zona del duello con una corda (che ancora sottolinea le conquiste del protagonista), ma fra i rivali si frappone Desdemona, quindi il duello si terrà altrove. Questa rimasta sola è consolata dalle damigelle che portano buone novelle, scritte su fogli che si spargono e sono rapidamente arsi quando incombe sulla scena Elmiro; egli esprime tutto il disprezzo per la figlia intanto che questa si prostra disperata ai suoi piedi e sulle ultime note si tinge con una tintura scura, forse per avvicinarsi al suo amato.

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Nel preludio del terzo atto appare Emilia nella foschia della notte china a raccogliere i biglietti dispersi prima dell’intervallo. Durante il recitativo entra una gondola, sulla quale le donne saliranno una volta uscito il gondoliere. L’arpa che accompagna la celebre Canzone del Salice percorre da un capo all’altro il palco, il che dona all’orecchio la sensazione che sia davvero Desdemona a trarne gli accordi. Attorno al natante si svolge anche il lungo monologo di Otello e il duetto con la dama amata, fino a che non le infilza nel petto un pugnale con una rapida stoccata; in questo esatto istante cadono i pannelli della scena, che lasciano in vista le quinte e i muri del teatro sul fondo, mentre lenta sale una tela su cui è raffigurata una città metropolitana in costruzione. Lucio, amico dell’assassino, dalla platea, alle spalle del direttore d’orchestra, avvisa il protagonista dei recenti avvenimenti, poi raggiunge una donna che lo attende a metà della sala e, dopo averla baciata, entrambi spariscono verso il foyer. Questa parentesi, che non abbiamo compreso appieno, è stata utile a distogliere l’attenzione del pubblico dal coro che si preparava dietro il pannello in movimento, fermatosi poi a mezz’aria. Nella stretta del finale Otello si toglie la vita e viene sorretto dai presenti e la salma ostentata come quella di un eroe, come in un quadro.

La direzione di Muhai Tang è stata scorrevole, incisiva nei momenti più profondi, dai tempi non eccessivi. A volte pare sottomessa al volere dei cantanti, dopotutto a un cast con cantanti di gran peso richiede di raggiungere dei compromessi. Gregory Kunde, dal timbro scuro e pastoso è un Otello di lunga data, ha tenuto onore alla parte e alla carriera. La voce più squillante e agile di Juan Diego Flórez ha soddisfatto nel ruolo di Rodrigo. Terzo tenore in partitura è Edgardo Rocha, in Jago, la cui tessitura piuttosto acuta e leggera è accolto con positività. Ottima tecnicamente, ma dalla voce talvolta un po’ aspra, è Olga Peretyatko, che interpreta la protagonista. Annalisa Stroppa è la sua dama di compagnia Emilia.

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