Testo di – GIUDITTA ARMIRAGLIO

L’arte nasce dalla volontà di collocare nel mondo un linguaggio che emerge dall’interiorità, l’ istinto di esprimere una condizione personale avvertita come urgente. Kandisky parla di principio della necessità interiore. Ma questa esigenza è cambiata notevolmente nella storia a seconda del tempo e del luogo, portando gli artisti ai risultati più diversi.   In particolare, il Novecento è stato il secolo dove si sono concentrate incredibili ricerche artistiche che hanno prodotto sperimentazioni di ogni genere.

La più grande conseguenza di questa eterogeneità di forme espressive è una (difficile) domanda: quali sono i confini dell’arte? Gli artisti stessi si sono interrogati, ma più che rispondere in modo esplicito hanno preferito cercare una risposta sfidando ulteriormente quei limiti, apparenti ma tuttavia inspiegabilmente percepiti.

Q3

Uno dei risultati più interessanti è la ricerca di Jean Dubuffet (1901-1985) intorno al concetto di Art Brut. L’arte grezza, l’arte cruda, l’arte che non è arte. O meglio, il non arte che è arte. Le pratiche escluse vengono elevate a opera d’arte.  Dubuffet va contro l’etile di intellettuali e artisti di professione, affermando, a partire dal 1945, l’autorevolezza delle produzioni che nascono fuori dal sistema. L’intelligenza artistica è solo un’illusione che porta a produrre sempre le stesse cose, facendo scomparire l’originalità e rendendo le persone sensibili solo a ciò che viene mostrato nei musei e nelle gallerie. Essere liberi da ogni vincolo dato dalla fama, dalla tensione al profitto e, soprattutto, dalla concorrenza, permette di cogliere la pulsione spontanea del momento:  la vera creazione artistica nasce nelle persone ai margini del sistema (chiamati outsider a partire dagli anni settanta), privi di una cultura artistica. In particolare i malati mentali. L’assenza del senso di responsabilità insieme alla mancanza di riferimenti genera, per Dubuffet, una “bruciante tensione mentale, invenzioni senza freni, libertà totale”. Le produzioni dei soggetti affetti da patologia psichiatrica hanno spesso tratti infantili, sono ripetizioni in modulo di un elemento, o fitte e dettagliate  immagini o scarabocchi che riempiono la superficie in ogni suo punto, in modo ordinato o disordinato.

L’attenzione della psichiatria verso le forme espressive creative dei malati è forte fin dall’inizio del Novecento. Il più grande studioso della relazione tra la produzione artistica e la patologia psichiatrica è il tedesco Hans Prinzhorn (1886-1933). L’espressione creativa è l’equivalente della condizione patologica, ma non è considerata arte. Prinzhorn preferisce parlare di produzione plastica, che è frutto del processo della Gestaltung: il bisogno psichico di creare. La conclusione “è un fatto sorprendente:  l’ affinità tra il sentimento del mondo schizofrenico e quello che si manifesta nell’arte contemporanea può essere descritta con gli stessi termini”. L’arte contemporanea di cui parla Prinzhorn è l’Espressionismo Astratto: il rifiuto della dimensione del reale, e una profonda ricerca intorno all’io sono gli elementi di riflessione artistica.

I sistemi di espressione dei malati mentali hanno continuato a generare un grande interesse anche nella nostra contemporaneità, in campo artistico e psichiatrico. A Milano, la Galleria Isarte indaga queste pratiche marginali: l’Outsider Art , tradizione contemporanea dell’Art Brut. È stata inaugurata giovedì 20 marzo la mostra “Fuori campo – Artisti outsider a Milano”, curata da Giorgio Bedoni, psichiatra ed esperto di Outsider Art, e Francesco Porzio, storico dell’arte. Le produzioni presenti sono di Marco Raugei, Paul Duhem, Jill Gallieni, Donald Mitchell e Gianluca Pirrotta. Queste persone hanno passato periodi più o meno consistenti in istituti ed ospedali psichiatrici. La produzione artistica nasce in questa condizione di isolamento, in seguito ad un trauma psichico, una degenerazione mentale. Ognuno sviluppa un proprio stile: un gesto frenetico, la meticolosità formale, un ritmo preciso, l’assenza di ordine.  Ognuno di essi ha un forte legame con il mercato dell’arte: quotazioni tra i 500€ e 2000€, presenze in grandi collezioni pubbliche e private. Si distingue invece Carlo Zinelli, scoperto da Dubuffet, raggiunge prezzi tra i 10’000€ e i 12’000€. Per tutti, comunque, un pieno status da artisti.

In mostra, e in vendita, anche i disegni inediti di Ugolina Valeri, una paziente dell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano tra il 1965 e il 1967. A differenze degli atri, per Ugolina questa è la prima esposizione.

Q2

Dalle opere esposte si percepisce l’emergere di una profonda soggettività, un’intimità quasi palpabile. Non c’è un impulso di ricerca formale, ma soltanto un bisogno patologico, e, quindi, quasi fisiologico. Si prova anche un certo imbarazzo stando troppo tempo a contemplare quelle linee e quelle immagini, come se fosse eccessiva, da parte di chi osserva, la pretesa di comprendere pienamente la condizione che ha dato vita all’impulso. L’invasione di una delicata sfera personale.

Io credo che l’estrema individualità che caratterizza il risultato dell’impulso creativo rende impossibile una collocazione artistica di queste produzioni. La valenza estetica ed anche spirituale è altissima, ma citando uno dei più famosi psichiatri italiani, Franco Basaglia, non si può pretendere di ridurre all’opera l’incontro con il malato. Il bisogno di espressione di queste persone, il loro istinto interiore, nasce da un grande vuoto centrale (spesso anche di memoria) che viene riempito con l’atto creativo attraverso la produzione di un linguaggio personale. Quindi, queste opere vanno collocate oltre l’arte perchè frutto di un processo personalissimo di degenerazione e rigenerazione interiore.  Processo che, pur dimostrando una certa intenzione di collocare il proprio io nel mondo, non è l’esternazione di una ricerca artistica. Non esiste una dimensione esteriore all’io. Tutto nasce e finisce lì.

Dunque non dobbiamo avere la presunzione di interpretare nè il processo nè tantomeno il risultato dell’ “arte dei matti”. L’arte è un grande strumento per un’ indagine di tipo clinico, per una terapia. Ma non può essere industrializzata in questo caso: non si deve creare un mercato artistico del mondo del delirio. Perciò è incredibile e inaccettabile pensare che le opere di una malata psichiatrica, come Ugolina e tutti gli altri, siano vendute per essere fieramente esposte in qualche salotto. Ci fosse una scopo benefico alle spalle, ci fosse la volontà di supportare l’espressione artistica per aiutare i malati a nel lungo processo terapeutico tramite donazioni sarei totalmente a favore del parlare di prezzi per queste produzioni. Ma così si rischia di pagare solo per una forma di pietà, e per la presunzione di essere in grado di parlare intorno ai problemi dei “matti”.

Esponiamo queste opere, discutiamo dell’importanza di offrire a queste persone una possibilità di espressione alternativa, un’occasione di sfogo per riempire quel caos interno che finisce per essere un vuoto. Supportiamo la terapia basata sulla psicopatologia dell’espressione. Ma non paghiamo per avere queste produzioni artistiche, rispettiamo la condizione di intimità che le ha generate.

Q1

Galleria Isarte, Corso Garibaldi 2, Milano.

Fuori campo – Artisti outsider a Milano. Dal 21 marzo al 4 aprile. Martedì-sabato, orari: 11-13 e 15-19

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