Testo di – FRANCESCA BERNASCHI

bam

A cinque anni dal suo brillante esordio con “La solitudine dei numeri primi”, da cui Saverio Costanzo ha tratto l’omonima pellicola, Paolo Giordano torna sulla scena letteraria con “Il corpo umano“, edito da Mondadori.

Tenendo a mente che non si giudica un libro dalla copertina, anche se in questo caso sarebbe meglio dire “dal titolo”, non pensiate di ritrovarvi immersi in asettiche sale operatorie accerchiati da dottori perchè è l’Afghanistan il teatro di questa storia.
L’intreccio creato da Giordano racconta del reggimento del Maresciallo Renè, stimato dai colleghi più giovani come Roberto Ietri, appena ventenne e quelli che ne hanno già viste e sentite tante, come il medico dell’accampamento, Alessandro Egitto.

Le notti di guardia, gli stenti e gli scherzi fra commilitoni sono vissuti, un po’ alla volta, con gli occhi di ciascuno degli uomini di Renè.
È con questa prospettiva ogni volta nuova che è possibile identificarsi, alla fine, con uno dei soldati. Comodamente da casa, si ricaricano i fucili e ci si nasconde nei rifugi anti-bomba.
Si sente la mancanza della propria famiglia, come quella che coglie più volte Salvatore Camporesi, il quale non sarà così fortunato da poter riabbracciare ne la moglie ne il figlio.

Al di la delle storie, certamente forti e della descrizione della guerra materiale, quella fatta di attacchi improvvisi e di aiuti alle popolazioni dei villaggi circostanti l’accampamento, ciò che colpisce della seconda opera di Giordano è la descrizione di un’altra guerra.
È quella battaglia che combattiamo tutti i giorni contro noi stessi: ciò che siamo stati, quello che siamo e quello che cerchiamo disperatamente di diventare o evitare di essere.

Ecco perché, forse, questo intreccio di storie prende il titolo di “il corpo umano”.

Siamo il nostro campo minato; le cicatrici sul corpo e nell’anima sono trincee in cui nascondiamo dolori, paure e delusioni.
Siamo alla continua e disperata ricerca di aiuti umanitari, come accade ad Torsu, la cui salvezza è un amore virtuale distante milioni di chilometri.
Noi siamo la peggior zona di guerra in cui potessimo venir mandati.
Così viviamo chiedendoci cosa vedono i radar delle truppe nemiche e pregando che gli alleati arrivino il prima possibile.
La guerra in Afghanistan è il “male minore” per il reggimento di Renè; molti di loro temono di più ciò che li aspetta li dove non vi sono granate che nel paese di Al Quaeda. Un esempio lampante è Cederna, Francesco Cederna, egoista e altezzoso, al di sopra di tutto ma non di tutti…

Boom! Boom! Boom!

Bombe che esplodono, sogni che si infrangono, cuori che si sgretolano.
Scoppia la rabbia e non sappiamo contenerla: siamo uomini e donne, di carne ed ossa. Sanguiniamo e piangiamo.
Nel corso della storia, l’uomo ha affinato le tecniche di tortura: da quella fisica a quella psicologica. L’uomo sa come farsi e fare del male e con questa consapevolezza utilizza il suo potenziale.

Tutti abbiamo o, peggio, siamo un Colonnello Ballesio: troppo duri, tremendamente inflessibili e a volte spietati.
Curiamo corpi dilaniati da ordigni esplosi senza alcun preavviso, ma non siamo in grado di capire quando qualcuno avrebbe solamente bisogno di essere preso per mano e portato in un luogo dove possa sentirsi salvato e magari anche fortunato e, perché no, amato.
Spesso ci guardiamo allo specchio e tutto quello che sappiamo fare è tracciare il perimetro lungo il quale sganciare difetti.

Facciamo la guerra per poter vivere in pace“. Ha ragione lui, ha ragione Aristotele.

Crediamo che criticando ogni singolo dettaglio, scendendo nell’analisi morbosa di noi stessi riusciremmo a scoprire dove sta il problema e migliorarci.
Peccato che la maggior parte delle volte non ci sia nessun problema.
Li inventiamo. Scattano come dei falsi allarmi e noi però mettiamo in atto i protocolli di sicurezza e corriamo ai ripari.
Una volta terminata la missione però, la guerra ti segue a casa, per strada e nella testa.

Ci sono conflitti a cui nessun trattato o armistizio riesce a porre fine, purtroppo. L’unica soluzione è imbracciare il fucile della convinzione e ripetersi che no, non ci si può far abbattere, che qualsiasi cosa accada bisogna aver la forza di rimanere lucidi e convincersi che perdere significa anche consegnare al nemico una parte di se.
Se non avete nessuno per cui combattere, allora combattete per voi stessi.

Se non avete nessuno da salvare, salvate voi stessi, qualcuno potrebbe aver bisogno di voi.

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