Testo di – MARCO PIGHIZZINI

Illustrazione di – FRANCESCO BIANCHI

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Apriamo la nostra rubrica parlando di un grande nella moda, la cui storia è paradossale già dal nome del suo protagonista: “Paul Smith” è un nome che nell’immaginario britannico suona anonimo, monotono, di quelli che trovi a ripetizione nell’elenco del telefono o nelle sceneggiature con poca fantasia. Ed è quasi come per sfatare questo stereotipo che “Paul Smith”, nato a Nottingham nel 1946, è diventato un marchio inconfondibile dello stile britannico alla conquista del mondo.

Ma non è la sola stranezza, anche perché l’avvicinamento alla moda di Paul Smith non arriva fin dalla nascita: il Paul dei sedici anni è un figlio di un sarto che lavora contro voglia come magazziniere in un deposito di tessuti, e che ama la bicicletta talmente tanto da intraprendere una carriera da ciclista, sulle tracce del suo eroe Gino Bartali.

Il ciclismo piaceva tanto a Paul, talmente tanto che il fato pensò di riportarlo brutalmente sui binari del suo destino: all’età di 17 anni, il giovane Smith fu coinvolto in un incidente stradale dove fu costretto a restare circa 7 mesi in ricovero e ad abbandonare ogni tipo di sogno sportivo.

Nel letto d’ospedale il giovane conosce alcuni ragazzi acculturati e studiosi di design che frequenta anche dopo la convalescenza, in alcuni pub attorno al Royal College of Art di Londra. Il colpo di grazia fu l’incontro, nello stesso gruppo di amici, di Pauline Denyer: una ragazza laureata in fashion design che, oltre che a divenire sua moglie, lo avviò al mondo della moda con conversazioni “acculturate” e lezioni pratiche di base. L’esatta conferma che vicino a ogni grande uomo c’è sempre una grande Donna.

Ed è proprio in una di queste occasioni che, abbandonato il ciclismo, dopo qualche periodo di pratica a Savile Row, la lampadina si accende: “Potrei aprire io una sartoria mia e magari diventare uno stilista di successo”.

Paul Smith riscopre così il mestiere del padre, agendo da uomo a cui piace l’arte che piace: si notano diversi influssi di Warhol, per una moda che rompe gli schemi del suo tempo, fondendosi molto bene con i caratteri del dandismo anni ’60.
Ecco quindi il primo negozio aperto a Nottingham (1970), l’approdo alle sfilate di moda maschili di Parigi del 1976 e il definitivo via libera al successo planetario: lo stile gentleman-dandy-kitsch per il quotidiano, le forme più morbide e meno strutturate, i motivi a strisce e quel concetto di “stile” estendibile a qualsiasi cosa. Che sia una giacca da uomo, una Mini Cooper, una bicicletta, una borsa, una bottiglia d’acqua, si capisce subito se quella cosa è passata da Paul Smith per quella “stravaganza elegante”.

Dal 2000 lo stilista è addirittura baronetto per volere della Regina Elisabetta ma, a dimostrazione che i primi amori non si scordano mai, Paul Smith è oggi onnipresente al Giro d’Italia, a volte come designer delle maglie dei vincitori (come nel 2013), a volte come “patron” di premi individuali minori per giovani ciclisti, a volte come semplice curioso.

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PS

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Perché raccontare questa storia? Per dimostrare che quasi sempre, dalle situazioni più spiacevoli nascono le basi migliori per qualcosa di grande. Come cantava Faber: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

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