Testo di – DOMENICO DI GIACOMO

 

‘’Avevamo due buste di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, un’intera galassia multicolore di eccitanti, calmanti, scoppianti, esilaranti. E anche un litro di tequila, un litro di rum, una cassa di birra, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper. Non che per il viaggio ci servisse tutta quella roba, ma quando ti ritrovi invischiato in una seria raccolta di droghe, la tendenza è di spingerla più in là che puoi.’’

 Fear_and_Loathing_cover_by_CaptainChibi

Da qualche parte nei pressi di Barstow, al limite del deserto. Una Chevrolet decapottabile rossa sfreccia a tutta velocità lasciando dietro di sè solo un immenso polverone di sabbia. A bordo, Raoul Duke, un improbabile dottore in giornalismo, e il suo‘’fedele’’ avvocato samoano, il dottor Gonzo, in compagnia di un simpatico carico di stupefacenti capaci di stendere immediatamente un intero plotone di soldati. Il loro scopo? Raggiungere Las Vegas per  scrivere un pezzo sulla famosa MINT 400, una sgangherata corsa di moto e Dune-Buggy. Sullo sfondo, la sopracitata città del peccato, con il suo Strip, simbolo del più sfavillante e perverso conformismo americano.

Man mano che le storia prende vita, il lettore assiste ad una trasformazione totale della realtà, che assume le più improbabili sfaccettature, da quelle psichedeliche, colorate, fantastiche del sogno, a quelle grottesche e tragiche dell’incubo e della disperazione. Insomma, una vera e propria avventura di paura e disgusto (o ‘’delirio’’, come cita la traduzione italiana della trasposizione cinematografica magistralmente diretta da Terry Gilliam ed interpretata da Johnny Depp, in una delle sue migliori, ma forse meno conosciute, interpretazioni).

 

Capolavoro indiscusso del leggendario Hunter S. Thompson, paura e disgusto a Las Vegas è un’esperienza mistica, un trip mentale degno dei migliori consumatori di oppiacei, un cult di un’intera generazione, nonché un sensazionale viaggio allucinogeno nella concezione più pura del sogno americano a basso costo. Il tutto sorretto da una grande potenza narrativa, da uno stile lucido ed incalzante e da dialoghi strepitosi. Come se questo non bastasse, l’opera è  anche una vera e propria raccolta di citazioni, miti e luoghi comuni di quella che era la frenetica vita americana a cavallo fra gli anni sessanta e settanta.

 

E così, fra corse folli, situazioni paradossali e grottesche, si delinea il magistrale quadro dipinto da Thompson, ovvero l’America degli sconfitti, persi nel baratro che le droghe e i miti in frantumi non hanno potuto colmare. Domina uno sconfortante senso di aberrazione, di impotenza e sconforto, nel nostalgico ricordo di un sessantotto vissuto al massimo, dove c’era la fantastica, universale sensazione che qualsiasi cosa si facesse, fosse giusta, che qualcosa potesse finalmente cambiare, che le menti strutturate e conservatrici potessero lasciare il posto al nuovo e alla voglia di creare un mondo più giusto e alla portata di tutti.

Ma alla fine, l’onda si è infranta con tutta la sua potenza contro la scogliera e poi si è miseramente ritratta, sconfitta. Il sogno è finito. L’euforia ha lasciato il posto allo sconforto, gli eroi sono stati inglobati nel sistema che tanto combattevano lasciando spazio solo al ricordo; il ricordo di un mito, di un’altra leggenda da rimpiangere.

 

 

 

 

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