Testo di – Chiara Alfieri

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Il Divismo è un fenomeno di costume del ventesimo secolo da attribuire a chi deifica l’immagine di un individuo al punto tale che diventa un’ icona, un simbolo onnipresente nella vita della gente comune; nel corso degli anni i mass media e l’ industria cinematografica hanno favorito, nonché incrementato, l’evolversi di questo processo che trasforma in “divinità”. Vi è una procedura nel costruire l’immagine del divo: il suo aspetto esteriore, la sua psiche, il suo stile di vita sono aspetti pianificati al dettaglio affinché lo spettatore si identifichi in esso e ne sia gratificato.

La popstar Miley Cyrus, la fashion blogger Chiara Ferragni, l’ ex spice Victoria Beckham, la star di Sex and the City Sarah Jessica Parker, la modella Cara Delevingne e tanti altre, sono le it-girl del momento e, attraverso un flusso mediatico tartassante, la loro immagine domina incontrastata. Non è più il tempo di Anna Magnani, Sophia Loren, Ingrid Bergman, figlie del divismo neorealista che collegava il personaggio al pubblico attraverso l’espediente dell’eroe contornato da tragicità.

Il mondo della moda da sempre crea le sue icone di stile prendendo spunto dalle epoche passate così da rendere immortali coloro che hanno lasciato un segno nella storia; i nuovi trend di stagione importano nei nostri guardaroba i tratti tipici degli anni venti e c’è chi si è distinto in quel decennio per una raffinatezza impalpabile.

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Anna Pavlovna  Pavlova (San Pietroburgo, 12 febbraio 1881- L’Aia, 23 gennaio 1931), pietra miliare della danza classica, fu una delle prime ballerine a curare il proprio stile abbandonando i diktat di austerità che il mondo della danza imponeva. Grazie alla sua fisicità filiforme, spazzò via i canoni della ballerina formosa tramutando l’immagine delle danzatrici in creature delicate dall’aspetto flessuoso e gracile. Stimata e desiderata dai teatri mondiali più famosi, tentò l’avventura europea riscuotendo un successo altisonante che la portò a trasferirsi a Londra nella sua Ivy  House, un luogo a lei caro nel quale trascorreva il tempo libero tra una tournée e l’altra. Amica di Charlie Chaplin, corteggiata dall’aristocrazia imperiale, assidua frequentatrice dei garden parties londinesi, discepola del grande maestro di ballo Enrico Cecchetti,  Anna Pavlova divenne ben presto il “personaggio” dell’ epoca consacrato  dalle cronache e dalle foto.

 Vogue, per primo, la immortalò nelle sue pagine decantandola al mondo come una donna eterea carica di fascino e naturalezza; chiunque la ricordava come un’immagine femminile impeccabile nelle sue mise da viaggio, da sera e da lavoro. Con naturale eleganza indossava i capi blasonati, e non, dell’epoca: i composé maschili, Coco Chanel, le tuniche di Mariano Fortuni, gli abiti della Belle Époque, le silhouette décontracté. Tra i suoi vezzi più assurdi, le pellicce di cincillà, karakul e zibellino, i cappelli dal piumaggio appariscente, e le scarpe scelte con cura per far sì che ben si adattassero all’inarcatura dei suoi piedi, arcuati come quelli di ogni estimabile danseuse. Si fece confezionare in serie delle scarpe rosse con tacco a rocchetto, le Mary Jane, accessorio da cui difficilmente si separava fuori dal palco. Il capo che meglio descriveva la sua essenza fu il tutù di “La morte del cigno”, ideato e disegnato da Leon Bakst, costumista e scenografo al quale la moda del primo novecento riconobbe molti meriti. Il tutù fluttuante avvolto da piume di cigno con una pietra rossa sul petto diventò viva espressione del dramma di uno dei balletti più famosi al mondo, un oggetto di cui la Pavlova non poté  fare a meno “mai”. Prima di morire, significativo  il triste episodio a poche ore prima della sua morte, quando  pronunciò con voce flebile la  frase “Portatemi il mio tutù”. Come il pittore con il suo pennello, lo scrittore con la sua penna, anche la ballerina con il suo vestito di scena è un nucleo indivisibile.

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Morì giovane, per gli standard dei nostri tempi, ammalandosi di pleurite: il caso volle che, durante uno dei suoi viaggi in treno, per via di un incidente, camminasse lungo i binari ricoperti di neve con un abito di seta e un cappotto troppo leggero perché protegga dal freddo. Questo episodio e gli abiti indossati le costarono la vita.

Quanto il “divismo” celebri l’esteriorità di un personaggio a discapito del suo essere non si può quantificare e quanto questo abbia effetti negativi sulla sua vita privata non c’è dato sapere; una cosa è certa l’arte, il talento, il buon gusto, la cultura dovrebbero essere parte integrante  di un sistema che oggi ci porge, non curante delle conseguenze, un surplus di contenuti dalla materia distorta e priva di senso. Sta a noi selezionare, tra presente e passato, cosa eleva il nostro intelletto e cosa lo appiattisce.

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1 risposta

  1. Miki

    La Pavlova che tu racconti è un esempio di donna che non consente al divismo di appiattire o omologare il suo intelletto . Brava cogli l’ essenza .

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