Testo di – CHIARA PIVA

 

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“Per Strada” è uno di quegli spettacoli dai quali esci con la mente piena di spunti, di voglia di vivere e di poesia, con le pagine del taccuino traboccanti di appunti e propositi per trovare una svolta al fallimento, il tuo fallimento complice di uno più grande e cosmico.

Scrivo questa recensione a cuore aperto, come se uno dei personaggi fossi io stessa, totalmente travolta dalla storia inedita di Francesco Brandi, che sotto la regia di Raphael Tobia Vogel, al suo primo esordio come regista, e insieme a Francesco Sferrazza Papa, trascina lo spettatore in un mondo che, se ben ci si pensa, è quello di ogni giorno.

L’apoteosi del fallimento, ad ogni ora, ad ogni minuto, che scorre inesorabile.
Questa è la storia di Jack che a causa di un evento fortuito incontra nel bel mezzo di una tormenta di neve Paul, un ragazzo con cui condividerà le future esperienze poiché entrambi impossibilitati a dileguarsi.

Da qui si sviluppa, scandito da un cronometro, l’intera storia di due sconosciuti, che a poco a poco si dipanano come due matasse che si scoprono essere dello stesso materiale.
Due vite opposte parallele eppur contrapposte, stesse gioie, poche, stessi dolori, sarà la loro condivisione a portarli ad aprirsi l’un l’altro.

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Jack annuncerà infatti la volontà di suicidio, seppur nella più completa incapacità di agire, di porre fine alla sua misera vita metafora di stabilità e priva di azione mentre Paul ammetterà l’ipocrisia di una famiglia, la cui routine di successo non aveva previsto lo spazio per i veri sentimenti e per lo sviluppo del sé, se non a favore di un traguardo lavorativo glorioso, a fianco di una donna sua fidanzata da sempre.

Ciò che manca nella vita di questi due giovani personaggi è la Vita, quell’instancabile forza che tramuta i silenzi in slogan di azione, che amplifica i desideri in realtà e che pervade di profumo ogni istante degno di esser vissuto appieno.

Il matrimonio, evento “vissuto al 50%” diventa preambolo del funerale, unico instante da vivere “al 100%”, personale, intimo e vero, in cui avere tutto, cessare di vivere, non provare più sentimenti e allo stesso tempo paradossalmente colmare i presenti di sofferenza.
Perché cos’è sposarsi se non posarsi, porre una pausa e accasciarsi su una seduta spesso non desiderata.

Le stesse scenografie appaiono volutamente spoglie e asettiche, costituite da pochi elementi che ad impatto visivo riportano alla staticità e prevalentemente incentrate sui toni freddi, per evidenziare le condizioni degli stessi personaggi.

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Una storia incredibilmente attuale che trafigge lo spettatore, assorto dal continuo alternarsi di momenti comici e tragici, e rende ancor più consapevoli di una situazione che spesso si vuole negare di vivere in prima persona.

Un momento di riflessione, pacato ed educato, dalla straordinaria profondità.
Consigliatissimo, al Teatro Franco Parenti, fino al 24 gennaio.

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