Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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Il Sziget Festival è l’assoluta certezza e il punto focale delle mie estati ormai da 3 anni.

Un’esperienza onirica vigile, una settimana di assoluta libertà sotto ogni punto di vista: senza dubbio qualcosa da ricordare e raccontare col sorriso.

Quest’anno sui palchi della ciclopica rassegna si esibiranno, fra gli altri big internazionali, Pj Harvey, P!ink, Kasabian, Rita Ora, Birdy, Interpol, Billy Talent, Jamie Cullum, The Kills, Tom Odell, White Lies, The Vaccines, Mando Diao, Bad Religion, The Pretty Reckless, Nervo e Dj Shadow.

Molti saranno anche gli artisti italiani convenuti alla kermesse, dai Tre Allegri Ragazzi Morti a La Rappresentante di Lista, i Big Mountain County, Gli Sportivi e i Dirty Trainload…

Il fatto più incredibile è, però, che se mi trovassi a dover pensare a cosa, ogni anno, mi trascini di nuovo puntuale sull’ isola di Obuda, la musica, mia grande passione da sempre, non rientrerebbe nella rosa dei moventi principali.

Sziget è moltissime cose, oltre alla ragguardevole line up offerta: è spettacolo a 360 gradi, colori, relax, infatuazioni lampo a catena, Pálinka e hot dog alle 9 del mattino in pieno after per il secondo giorno consecutivo, dimenticare i piedi che ti fanno male dopo giorni passati a ballare ascoltando qualcuno suonare al campfire, la lacrima versata all’aeroporto perché al Sziget successivo mancherà un casino di tempo e oltretutto quelli di WizzAir ti hanno fatto pagare 50 euro di sovrapprezzo sul bagaglio troppo grosso… E così quest’anno ho accolto il fatto di conoscere pochissimi fra i nomi in cartellone (mea culpa) come una benedizione, come la possibilità finalmente di vivermi i 7 giorni di festival scoprendo tutto ciò che questo miracolo ungherese ha da offrire, esplorando il micromondo di un festival variegato ed immenso che per anni mi ha tenuto ancorato miope sotto al main-stage.

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Sziget è una macchina perfetta, nella quale ogni piccolo e singolo dettaglio è curato maniacalmente: dal fatto che 3 minuti esatti dopo la fine di ogni singola esibizione live uno stuolo di volontari inizi a raccogliere le cartacce da terra all’ assenza dell’uso di carta moneta per semplificare le transazioni, dall’ offrire delle cuffie per l’isolamento fonico ai più piccoli al curare l’estetica di ogni singolo angolo dell’isola di Obuda, donando una personalità precisa anche al più insignificante degli arbusti ricoprendolo di luci o inglobandolo in un’ installazione d’arte.

Un festival colossale composto da tanti singoli festival, una costellazione di palchi, venues e arti che, in 3 anni, ancora non posso dire di aver esplorato completamente: il più grande consiglio che posso lasciare a chiunque quest’anno deciderà di buttarsi in questa esperienza è “perdetevi, senza timore”, concedetevi di staccare per una settimana la testa e il telefonino, di lasciarvi alle spalle i problemi e le ansie del quotidiano, di godervi un’esperienza straordinaria.

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Dal circo al teatro, dalla musica tribale, al rock, alla techno, alla sinfonica, dal tè macha all’Unicum, dal main-stage al Camp Fire: Sziget è una immensa sommatoria di possibili esperienze, in cui pianificarvi la vita in base ai singoli spettacoli possibili potrà solo alla lunga rivelarsi una forzatura, un ostacolo alla genuinità dell’accogliere la grande verità che non sarete ospiti dell’ennesimo concertone musicale, ma dell’unico vero “Festival della Libertà”.

Ci vediamo lì, ovunque fuorchè al Main!

2 Risposte

  1. Isabella

    “tenuto ancorato miope sotto al main-stage”…stessa esperienza e stesso pensiero riassunto magnificamente in questa frase. Quest’anno potrò finalmente scoprire l’Isola.

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    • Giuseppe Origo

      Beh amica mia, ci vedremo al campfire o al light stage in compagnia di una Pálinka e di un hot dog, panacee del villeggiante musicale

      Rispondi

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