Testo di – GIULIA BERTA

Diciamocela tutta: il Teatro Franco Parenti ci sta abituando decisamente bene. Da un più leggero ma godibile Scerbanenco a un inquietante e nordico Rosmersholm, passando per il vivace ma desolato paesaggio umano de Il giocatore, le produzioni del cartellone 2018 sono una sequela di centri da dieci punti. Mi sono quindi seduta in platea per assistere a Delitto e Castigo, capolavoro di Dostoevskij adattato per le scene da Alberto Oliva e Mino Manni, con regia di Alberto Oliva, esaltata e piena di speranze. Questo terzo capitolo del Percorso Dostoevskij le avrà soddisfatte? Vi anticipo che la risposta è nì, e vi spiego subito il perché.

Iniziamo dagli aspetti indubbiamente positivi: l’opera di Alberto Oliva ha tutti gli elementi di quello che si può definire un buon teatro. La vicenda corale narrata da Dostoevskij assume sul palco l’aspetto di un coloratissimo mosaico di personaggi molto ben caratterizzati, ognuno rappresentante di uno spaccato di miseria materiale o spirituale; da Sonja, prostituta per sfamare i piccoli fratellastri, al ricco Lužin, che sogna di sposare una donna gravemente indigente in modo da ottenere da lei devozione incondizionata, all’alcolista scialacquatore Marmeladov, padre di Sonja, nessuno si salva. Quello che viene messo in scena è il basso fondo della città di Pietroburgo e dell’animo umano; anche la vittima del delitto, una vecchia e avida usuraia, è talmente sgradevole da non suscitare la minima compassione. Il delirio allucinato dai sensi di colpa del giovane studente Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov è mirabilmente reso da un impianto di luci e ombre cupo e inquietante, grazie al quale i personaggi sembrano uscire ed entrare nel buio come spettri; la recitazione è di altissimo livello. Ma è la lenta ma inesorabile caduta all’inferno di Rodja a fare da fil rouge all’intera vicenda: inizialmente convinto di essere un Napoleone pronto a tutto per perseguire i suoi fini, lo studente si scontrerà presto con un senso di colpa imprevisto e impossibile da gestire.

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L’intera vicenda è una grossa critica al materialismo e a quell’idea di umanità che verrà formalizzata qualche anno dopo nel Superuomo nietzschiano ed esprime perfettamente la visione esistenzialista e religiosa di Dostoevskij: il castigo menzionato nel titolo non è tanto il periodo di lavori forzati in Siberia quanto lo stato di pena febbrile in cui cade Raskol’nikov dopo l’omicidio. Solo l’espiazione tramite il castigo e la sofferenza permettono a Rodja di rinascere nell’amore di Sonja, che lo segue in Siberia dopo la condanna.

La parte della rinascita di Raskol’nikov non è però narrata nella riduzione teatrale: essa si concentra infatti sulla fedele e puntuale ricostruzione dei giorni che intercorrono tra l’omicidio e la confessione, giorni sospesi in una continua altalena tra delirio allucinato e cinica e totale freddezza; il finale, con Rodja sporco e allucinato che confessa l’omicidio della vecchia usuraia e di sua sorella, capitata nel posto sbagliato al momento sbagliato, risuona non tanto come una condanna ma come la salvezza dalla vera galera, quella dell’anima a cui lo studente si era condannato portando in silenzio il segreto dell’assassinio.

Una menzione speciale va fatta al bravissimo Mino Manni, di nuovo nei panni di un vero depravato, il ricco e villano Svidrigajlov, innamorato non corrisposto della sorella di Rodja. Svidrigajlov è viscido, violento e sospettato di pedofilia e dell’omicidio della moglie, tuttavia, al pari di Rodja, si dimostra capace di atti di carità del tutto casuali ed è animato da un genuino amore per la bella Dunja; Manni, che al Parenti aveva già mostrato il suo valore attoriale nei panni di Stravogin ne Le Confessioni, ci regala un’altra breve ma intensa performance, in cui la duplicità di segno del suo personaggio emerge con forza e straordinaria carica magnetica.

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L’unica pecca dello spettacolo, che comunque non compromette il giudizio sulla qualità dell’opera, è la durata, più di due ore e mezza intervallo escluso: la scena, molto diluita nella prima parte, subisce una brusca accelerazione nell’ultima metà del secondo tempo, portando a un fisiologico calo di attenzione, fortunatamente risollevato dall’entrata in scena del già citato Svidrigajlov-Manni. Forse, data la lunghezza dell’opera, si sarebbe potuto studiare qualche stratagemma innovativo per alleggerire il tutto, innovatività qui decisamente assente.

Questi aspetti di difficoltà potranno forse pregiudicare la godibilità dell’opera ad un profano della letteratura russa, ma sicuramente per un fan di Dostoevskij non costituiranno un grosso problema: nel caso amiate il grande scrittore affrettatevi, lo spettacolo continua fino al 4 marzo.

 

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