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Testo di – GIULIA BERTA

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Un, quarant-quatre, vint-seize, rouge, noir, zèro. No, non sto dando i numeri; sto giocando alla roulette, come Aleksej Ivànovic, il protagonista de Il giocatore di Fedor Dostoevkij, in scena nell’adattamento teatrale di Vitaliano Trevisan con regia di Gabriele Russo al Teatro Franco Parenti dal 30 gennaio al 4 febbraio 2018, primo capitolo del percorso Dostoevkij, quattro spettacoli, quattro modi di portare il genio dell’autore russo in teatro.

Per chiunque abbia provato a leggere uno dei suoi romanzi sarà chiara la difficoltà di adattare i testi di Dostoevkij ai tempi concitati e alle atmosfere del teatro, soprattutto di una scena contemporanea che sempre più strizza l’occhio, vuoi per ispirazione artistica vuoi per necessità, al cinema: ma Trevisan riesce in questa impresa, grazie ad un lavoro meticoloso sul testo che permette di fare emergere i “caratteri puri” dei personaggi con tutta la loro vivacità. Il ritmo ricorda quello di una farsa, le interazioni tra i personaggi sono da commedia degli equivoci, sempre in bilico tra la disperazione e la risata, strappata al pubblico anche grazie a qualche momento non del tutto politically correct e proprio per questo godibilissimo.

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Ma non dobbiamo certo dimenticare che, se la forma è quella di una commedia, la sostanza è di una vicenda drammatica e sconfortante, un occhio spietato e disincantato sui vizi dell’uomo: il gioco, l’alcol, l’amore, tutto può improvvisamente scapparci di mano e diventare più grande di noi, fino a rovinarci. Aleksej Ivanovic (Daniele Russo) è un precettore in una famiglia di estrazione nobiliare russa stabilitasi in Germania, ha poco denaro e quel poco che ha lo perde al gioco: sa di non potersi avvicinare alla roulette. Ma il destino lo porta sempre vicino a quel tavolo, prima per Polina Aleksàndrovna (Camilla Semino Favro), la donna che ama, poi per la vecchia matriarca della famiglia, baboulinka Antonia Vasil’evna (Paola Sambo), poi ancora per sé stesso, in un vortice continuo di numeri, vincite gloriose e perdite tremende.

Certo è che Aleksej non è una pecora nera: la famiglia presso cui lavora è una girandola di personaggi squallidi e ambigui, dal vecchio generale crapulone e scialacquatore (Marcello Romolo), determinato a sposare la femme fatale francese Blanche e che per il gioco ha impegnato tutti i suoi possedimenti e quelli della sua figliastra Polina, al misterioso marchese francese des Grieux, che a sua volta ha prestato grosse somme al generale, ipotecando i suoi beni, al ricco inglese Mr. Astley, innamorato come tutti di Polina. Tutti sono al limite della rovina: l’unica speranza è che la vecchia Antonia Vasil’evna, detentrice di una cospicua eredità, muoia, in modo da riscattare le ipoteche, saldare i debiti e celebrare il matrimonio del generale con Blanche. L’arrivo della baboulinka dalla Russia scombinerà le carte in tavola – è proprio il caso di dirlo. Proprio Antonia Vasil’evna, con la sua incredibile vitalità di vecchia inferma, è il personaggio insieme più bello, più divertente e più sconsolante di tutta l’opera: Roulettenbourg e i suoi divertimenti pericolosi non risparmiano nessuno.

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Il panorama umano che emerge sul palco è desolante, fotografia di una classe nobiliare rammollita e alienata, completamente disinteressata a tutto quello che non sia il godimento. Solo l’etichetta, la sempre richiamata “forma”, riveste una qualche importanza, in questo mondo in cui tutti vivono nell’oro anche se coperti di debiti: forma in cui, stando alle parole di Aleksej, i francesi sono campioni. D’altronde Il giocatore non è solo una parabola del fallimento umano, ma anche un trattato sociologico, un catalogo dei personaggi che si possono trovare attorno ai tavoli da gioco: abbiamo i francesi esperti di forma, abbiamo i generali che si rovinano per giocare ai tavoli dei signori dove i milioni vanno e vengono, e poi chi presta i soldi ai giocatori in rovina, le donne che dichiarano amore al vincitore della serata salvo poi ritrattare quando la roulette girerà male, tutti descritti con la spigolosità tagliente di chi queste persone le ha viste dal vivo e nel loro habitat naturale. Il giocatore, infatti, riveste nell’opera di Dostoevkij un ruolo del tutto particolare: in un mese per ripagare i debiti di gioco, può essere considerato come un fedele ritratto di un mondo tanto amato quanto odiato dall’autore russo, visto dagli occhi di qualcuno a cui forse aveva paura di assomigliare.

Se però Aleksej tocca il fondo, la vicenda di Dostoevkij è decisamente più a lieto fine: il romanzo viene dato alle stampe in tempo e grazie ad esso conosce la sua seconda moglie e compagna dell’intera vita, la stenografa che lo aveva aiutato a scriverlo. Una storia così particolare, quella de Il giocatore, che vale la pena di essere raccontata: l’uso dell’artificio del binomio scrittore-stenografa che a tratti interrompono la scena intrecciando il piano narrativo del romanzo con quello della sua stesura non convince però a fondo, non calcando molto la mano sul parallelismo Dostoevskij-Aleksej e risultando, in fin dei conti, comprensibile solo a chi già conosce il romanzo e la sua storia. Questo piccolo neo non inficia comunque il risultato complessivo che, anche grazie ad una scenografia essenziale e moderna e alcuni artifici visivi decisamente impressionanti, è più che soddisfacente.

Se il buongiorno si vede dal mattino, dunque, iniziate a segnarvi sulle agende il prossimo spettacolo del progetto, La Confessione.

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