Testo di – GIULIA BERTA

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La Sala Treno Blu del Teatro Franco Parenti è minuscola, claustrofobica, senza nessun distacco tra platea – se tre corte file di posti possono essere definite tali –  e attore. La Sala Treno Blu è talmente piccola che un omone imponente come Mino Manni sembra riempirla tutta mentre, seduto sul letto, unico elemento scenico insieme ad una scomoda sedia di legno, osserva torvo il pubblico. Il disagio è palpabile in quegli attimi di eterno silenzio e non accenna a diminuire quando Manni-Stravogin inizia a raccontare la sua storia. Una storia perversa e orribile, un tuffo verticale negli abissi dell’animo umano.

D’altronde, se l’ultimo capitolo de I Demoni di Fedor Dostoevskij, da cui La Confessione, in scena dal 7 al 18 febbraio al Teatro Franco Parenti per il Percorso Dostoevskij, è tratta, è stato censurato e separato originariamente dall’opera, un motivo ci sarà pure. E il motivo è l’argomento trattato, un argomento che ancora adesso suscita brividi di tabù e ribrezzo: la pedofilia, raccontata dalla voce del mostro quasi un secolo prima che Nabokov consegnasse al mondo la scabrosa storia di Humbert e Lolita.

Se Humbert almeno ci prova a giustificare i suoi atti esecrabili con l’amore, in Nikolaj Stravogin questo manca completamente: nel suo monologo-confessione egli alterna follia e lucidità, calda rabbia e freddo calcolo, ma l’amore – o qualsiasi cosa gli possa lontanamente assomigliare – non compare mai. I sentimenti non hanno posto nel cuore di Stravogin, completamente occupato solo da un delirio di onnipotenza e autodeterminazione senza limiti: non esiste più bene o male per questo perverso Oltreuomo ante litteram, esattamente come non esiste la pulsione. Il male per Stravogin non è un raptus di follia, ma una scientifica applicazione di autocontrollo allo stato puro: sentimenti, ricordi, azioni, tutto è controllato, tutto è rigidamente e ossessivamente deciso, e proprio per questo è così spaventoso.

Perfino la confessione di ciò che più tormenta il suo animo, la violenza a una bambina figlia dei proprietari di un appartamento che aveva in affitto a Pietroburgo, sembra rigidamente decisa e pianificata fin nei minimi dettagli: il pentimento sembra più una captatio benevolentiae, le “voci” che sostiene di sentire all’inizio non sono che una montatura, ma tutto è così ben architettato che si esce da teatro con un’angosciosa domanda: avrò sentito qualcosa di vero?

Certo uno spettacolo così complesso, dal tema così pesante e con così tanti livelli recitativi aggiunge una grossa serie di problematiche ad una forma di teatro, quella del monologo, già di per sé molto difficile: una simile impresa richiede un attore dalle doti eccezionali. E Mino Manni lo è: catalizza l’attenzione per un’ora abbondante senza un momento di stanchezza o di noia, cattura il pubblico, lo sfida continuamente a reagire, a rispondere, a condannare o a perdonare la bestialità di Stravogin, con una forza sanguigna che fa perdonare qualche lieve sbavatura.

Ad entrare nella minuscola sala, ad unire pubblico e attore in un’unica magia di gesti e parole, è il Teatro, nella sua forma più pura e essenziale: basta una scenografia scarna, un paio di faretti, poche e minimaliste note di violino a creare Qualcosa, un qualcosa che incanta, stupisce e resta anche dopo che le luci si sono spente. Nella riduzione dello spazio fisico lo spazio relazionale ha la possibilità di emergere in tutta la sua potenza grazie alla stazza attoriale di un gran professionista: il pubblico partecipa al dramma della piccola Matrioshka e del suo carnefice, trattiene il respiro mentre viene sondato dallo sguardo indagatore di Stravogin, si indigna sentendo parlare di baci e carezze proibite perché tributate a chi non può difendersi.

Tutto acquista una potenza moltiplicata dall’essere nella stessa stanza del mostro – a distanza di un respiro dal mostro. Manni diventa per un’ora Stravogin, compiendo il miracolo del grande teatro: far dimenticare di avere di fronte un attore. La quarta parete non viene rotta perché non esiste nemmeno – e non penso che recitando la battuta “E tu, sei cieco?” Manni abbia per caso fissato lo sguardo su di me che porto gli occhiali.

Insomma, La Confessione, grazie al sapiente lavoro di riadattamento di Alberto Oliva e Mino Manni stesso, si configura come un indimenticabile monologo-dialogo, ogni sera diverso come ogni sera è il pubblico che lo guarda e che vi partecipa. Intenso, orribile, spaventoso, segnante, imperdibile.

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