Testo di – GIULIA BERTA

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Quando Ibsen e, più tardi, Strindberg iniziarono a portare le loro opere nei teatri europei, furono definiti come la calata dei barbari: e in effetti, in un’epoca dove i teatri italiani e francese ruotavano ancora attorno al “Grande Attore” e alle recitazioni pompose e tecnicistiche, le vicende mesmerizzanti e psicanalitiche recitate come trasognate cantilene del norvegese assumevano la portata di una vera e propria rivoluzione.

Senza Ibsen non ci sarebbe stato Čechov, non ci sarebbe stato Beckett e non ci sarebbe stato probabilmente nemmeno Brecht; a Ibsen è riconosciuto incontrovertibilmente il titolo di padre della moderna drammaturgia e di iniziatore ante litteram del Novecento teatrale. E nel 2018 i barbari calano un’altra volta, con il Progetto Ibsen firmato dal Teatro Franco Parenti di Milano: una serie di cinque incontri, una mostra fotografica e due spettacoli tutti dedicati all’autore norvegese e con la firma di Luca Micheletti e Federica Fracassi. Ieri sera, il primo atto: il Rosmersholm, forse il copione più cupo della drammaturgia di Ibsen.

Nel buio spazio senza palco della sala AcomeA c’è Rebekka (Federica Fracassi) e c’è Rosmer (Luca Micheletti), non c’è Beata, moglie di Rosmer. Beata si è lanciata nella gora del mulino. Ma i morti a Rosmersholm non muoiono mai, i bambini a Rosmersholm non ridono mai e a Rosmersholm si vedono passare strani cavalli bianchi senza cavaliere; e nemmeno Beata è morta davvero, almeno non nei pensieri di Rosmer, che si tormenta per la tragedia consumatasi tra le mura della sua casa – e non casualmente Rosmersholm, in italiano, si può tradurre come “La casa di Rosmer”.

Una casa, una casata riconosciuta da decenni per aver dato i natali a uomini seri e rispettabili come il pastore Rosmer, almeno fino ad ora: ma la morte di Beata rompe un tale squarcio nell’uomo che egli decide addirittura di abiurare la fede che ha professato tutta una vita. E motore immobile e segreto della vicenda è nientemeno che Rebekka, arrivata a Rosmersholm come dama di compagnia di Beata. Rebekka è colta, è vitale, è giovane, è tutto ciò che Beata non è; e Rebekka è furba, Rebekka è calcolatrice, Rebekka sa cosa dire per convincere Beate che l’amicizia che la lega a Rosmer non è casta e pura come suo marito le fa credere. La confessione, giunta dopo la richiesta di matrimonio di Rosmer, pone l’uomo davanti ad una verità orribile: cosa farà l’ultimo della casata dei Rosmer?

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La parte più palpitante del copione si svolge come un monologo a doppia voce, Rebekka e Rosmer, Rosmer e Rebekka: una costruzione implacabilmente psicanalitica di identificazioni proiettive, pulsioni sublimate e vicende transferali che non a caso attira l’attenzione di Freud, che ravvisa nel triangolo Rosmer-Rebekka-Beata una costruzione edipica.

Rebekka, molto più giovane del pastore e della moglie, è giunta a Rosmersholm come dama di compagnia, “figlia a pagamento” di Beata; ben presto inizia a provare una passione sconfinata per il suo “padrone-padre”, che dal canto suo, con l’innocenza del pastore dedito solo ai piaceri dell’anima e preso dalla sua missione di “migliorare gli uomini”, non si accorge minimamente della natura dell’interesse della ragazza, alimentandolo a suon di letture e discorsi filosofici. Con il suicidio di Beate l’uccisione della madre si compie; quanto al giacere con il padre, atto che Rebekka aveva spacciato come già avvenuto per convincere Beate a compiere il gesto estremo, la situazione si dimostra più complessa.

Se Rebekka è Elettra, infatti, Rosmer non può essere Agamennone; egli piuttosto è il Senso di Colpa, colpa di aver tradito Beata per Rebekka – per un pastore cristiano, poco conta che il tradimento non si sia mai effettivamente consumato – colpa di aver tradito la sua fede e la morale convenzionale per nuovi ideali di libertà e di uguaglianza. Una colpa talmente forte e senza speranza da penetrare dei muri della Casa di Rosmer e da contagiare la stessa Rebekka.

Insomma, un copione complesso, a tratti perverso, disperato e visionario, di difficilissima resa; il meraviglioso regista-attore Luca Micheletti e la bravissima Federica Fracassi – che annovera tra le sue “colleghe” di personaggio attrici del calibro di Eleonora Duse – riescono appieno in questa impresa, con una recitazione sopra le righe, talvolta dolorosamente espressiva, talvolta piatta, a tratti artificiosa. Il risultato finale è di una dolorosa e costante dualità interna dei due personaggi, che si trasforma nella relazione in interscambiabilità. Rebekka e Rosmer sono talmente complessi e dilaniati da perdere la loro identità singola, verso un epilogo fusionale assoluto.

Che dire? Intanto, fino all’11 febbraio, correte a teatro. E ci rivediamo per il Peer Gynt, secondo capitolo del Percorso.

 

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