Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

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da “Cercando Alaska”, John Green.

 

Alaska è quel genere di ragazza che sembra stilisticamente descritta per provocare una virale gelosia nei confronti di chi la legge. E il problema non sta nelle sue gambe lunghe o gli occhi azzurri. Non è neppure per via dei capelli biondi, di tutto l’insieme che la fa sembrare un angelo bello e triste, di quelli di cui finisci per innamorarti.

La sua forza di gravità, quell’attrazione così forte e spietata sta tutta nel mistero e nella stranezza che la avvolgono.
E potrebbe sembrare superficiale, persino menefreghista e a tratti meschina ma è solo una maschera. E chi non ne indossa?
Il vero segreto è saperla indossare bene, farla aderire perfettamente e lasciare che gli altri ti ammirino per quello che non sei. E’ più facile, ti fa credere di essere al sicuro mentre in realtà non si è mai stati più deboli.
Peccato che Miles, altrimenti detto Ciccio, si sia innamorato della vera Alaska. Quella che continua a comprare libri che non ha mai il tempo di leggere, quella che lo ha convinto a farsi il primo spinello e ha voluto che la baciasse a tutti i costi, per puro e semplice capriccio, ovviamente.

 

E si farà ricordare Alaska.
Sempre con stile.
Ma non sarà per le gambe lunghe, gli occhi azzurri o i capelli biondi, quelli ce li hanno in tante.
Alaska è una di quelle che sa come lasciarti impresso il suo ricordo, con uno scherzo o una citazione.

I latini dicevano “nomen est omen”, letteralmente “il nome è presagio” e non potrebbe essere più vero per Alaska: “ciò contro cui il mare si infrange”. E per lei si sono infranti maree di cuori, quello di Miles compreso. E del Colonnello. E di Takumi.
Alla fine però si è infranta anche lei.
Più presagio di così si muore, letteralmente.

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