Testo di –LUCIA PIEMONTESI

 

Tre maglie gialle che catturano l’attenzione: Ofelia (Attrice). Gertrude (Attrice). Amleto (Attore). Nomi che evocano inequivocabilmente un’atmosfera letteraria, shakespeariana per lo più. Una corte di giurati togati. Un folto pubblico dotato di block notes e penna, perché ciascuno potrebbe essere designato come uno dei 6 giudici popolari che comporranno al termine la corte d’assise. E’ questa la singolare cornice entro la quale prende avvio Please, continue (Hamlet), lo spettacolo di Yan Duyvendak e Roger Bernat in scena il 29 e 30 novembre all’Unicredit Pavilion di Piazza Gae Aulenti a Milano.

Quello che i partecipanti vedono davanti ai loro occhi è lo svolgimento di un vero e proprio processo, con tanto di arringhe, requisitorie e retorica forense, in cui pubblico ministero, magistrato e avvocati sono interpretati da individui che svolgono nella realtà queste professioni. Il misfatto è molto semplice, ma allo stesso porta con sé zone d’ombra e mistero: Amleto, giovane disoccupato rimasto senza padre, è accusato dell’omicidio di Polonio, padre della sua fidanzata nonché promessa sposa Ofelia. L’unica certezza però è l’occultamento del cadavere dello stesso Polonio, ammesso sia dall’accusato sia dalla madre di Amleto, Gertrude, teste ritenuta per ovvi motivi poco credibili durante la sua testimonianza. Il movente non è per nulla chiaro, le deposizioni dei testimoni, Ofelia e Gertrude, paiono poco attendibili, la ricostruzione degli eventi risulta a volte contraddittoria e poco chiara. A questa imprecisione di fondo, si aggiunge il contesto di festeggiamenti entro il quale si colloca il fatto: Polonio, infatti, è stato ucciso la sera stessa delle nozze tra Gertrude e Claudio, zio di Amleto. Amleto e tutti gli invitati avevano bevuto oltre la misura e lo stesso imputato ammette di aver fatto uso di stupefacenti, nonostante la perizia medica non lo abbia considerato incapace di intendere e di volere. Certamente i suoi riflessi erano rallentati e la sua coscienza annebbiata, tant’è che, a suo dire, Amleto avrebbe confuso il corpo di Polonio nascosto dietro la tenda della camera matrimoniale con uno dei tanti ratti che infestavano periodicamente l’appartamento. L’accusa però sottolinea come ci fosse dello spazio tra la tenda e il pavimento che avrebbe permesso di accorgersi delle scarpe e di presumere quindi la presenza di un essere umano. La stanza, secondo i testimoni, era illuminata, seppur fiocamente: questo quindi contraddirebbe la tesi di Amleto che sostiene di non essersi accorto di una presenza umana che stava osservando, o forse spiando, la scena.

hamlet 2

Supposizioni, accuse, contraddizioni e insinuazioni: è questo il materiale che costituisce la performance, per non definirla direttamente processo, perché alla fine di un processo si tratta, della durata di 3 ore, che avvince e lega il pubblico alle proprie sedie, in attesa del verdetto che sancirà le sorti dell’imputato. Alla fine della requisitoria e delle dichiarazioni spontanee rese da testimoni e imputati, il giudice scandisce i nomi dei 6 spettatori scelti casualmente come membri della giuria popolare che sarà chiamata a pronunciarsi sulla vicenda dell’omicidio e dell’occultamento di cadavere del povero Polonio.Il pubblico, avvertito all’entrata di questa possibilità, si guarda intorno spaurito e incuriosito: “Chiamerà proprio me?”, “Ma chissà se lui si alzerà?”, “E se qualcuno non fosse presente, toccherà proprio a me?”; sono queste le domande che si affollano nei pensieri dei partecipanti, visibilmente scossi dall’esperienza forense che stanno vivendo.

Ebbene, neanche a dirlo, il mio nome è stato il primo a risuonare in un sala divenuta irrealmente e immediatamente silente, in attento ascolto della chiamata del giudice. E sì, ho assistito, anzi, ho preso parte alla Camera di consiglio e per questo mi sento in parte responsabile del pronunciamento su Amleto e la colpevolezza. All’unanimità e dopo una discussione condivisa, abbiamo comminato all’imputato un anno per l’occultamento di cadavere e l’assoluzione per l’omicidio di Polonio. La decisione però non è stata priva di difficoltà e profonde riflessioni: i testimoni sono attendibili? Sono sentimentalmente coinvolti e implicati nelle vicende? E Amleto,sotto effetto di alcol e stupefacenti, era davvero incapace di compiere coscientemente e consapevolmente il gesto delittuoso? Davvero pensava che la tenda nascondesse un ratto e non un uomo? E se si fosse accorto della presenza umana, ha riconosciuto la figura di Polonio, o pensava fosse Claudio, il patrigno? Il suo è stato un gesto involontario o doloso? Davvero arduo il dover giudicare e rendersi responsabili del destino di un uomo che, se certamente aveva commesso il reato di occultamento di cadavere, non altrettanto certamente, o come è stato più volte affermato “al di là di ogni ragionevole dubbio”, può essere accusato di omicidio volontario, tanto meno premeditato.

Risulta complicato dare una definizione rispetto all’esperienza vissuta: performance? Spettacolo teatrale? Messa in scena? Ci azzarderemmo a definirlo uno spaccato di vita, un momento di vita vissuta e condivisa, dove peraltro l’immedesimazione, l’identificazione e la presa di posizione da parte del pubblico risultano facili e riconducibili ai più antichi espedienti teatrali di coinvolgimento del pubblico. La modalità del tutto reale e formale con cui questo meccanismo si innesca è del tutto innovativa e crea quella “sospensione d’incredulità” di cui parlava Samuel Coleridge, tale per cui si esce con la convinzione che sì, Amleto era colpevole. Sì, Amleto è stato davvero condannato e mentre ritorniamo a casa, lui sconterà il suo anno di prigionia.

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