Testo di – DAVIDE PARLATO

In una società democratica l’arte viene tendenzialmente considerata nella sua qualità di tramite comunicativo ed espressivo, in linea o meno con il gusto dominante, in generale sempre latrice di messaggi o di stili che non possono essere negati per ciò stesso che sono emessi. Proprio in questo consiste la libertà di espressione, principio cardine del pensiero democratico e, pur con le spesso dannose conseguenze del caso, ormai valore dato per assodato nella cultura occidentale.

Una cultura laddove, questo da sempre, l’individuo, come unità unica e irripetibile di pensiero e comportamento, si è spesso trovato a difendere il proprio esistere in costante dialettica con l’inesorabile massificazione avviata sin dalla prima rivoluzione industriale.

Nella costante difesa dei valori del singolo rispetto ai movimenti della comunità, non possiamo però essere così ingenui da ritenere sempre e comunque vincente il primo: la cultura d’altronde è per sua stessa definizione di massa, e come un principio ordinatore si infiltra nel microcosmo individuale, contagiandolo con strutture di pensiero precostituite..

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Nel procedere di questo bizzarro fenomeno che è l’evoluzione storica dell’uomo, la figura dell’artista è quella che, fra tutti i ruoli umani, antropologicamente riveste il ruolo dell’individuo fuori dagli schemi, che non ha paura di uscire dai panni che la società impone di indossare nel tentativo di esplorare nuove plaghe del senso. Poetico davvero.

Ad oggi è facile individuare questa maschera sociale, speso fin troppo facile, quando chicchessia si improvvisa artista per ciò stesso che elude la morale o il buon gusto comuni, mossa ormai anacronistica ma sempre di grande impatto sulle logiche di mercato che muovono l’orizzonte contemporaneo del gusto estetico.

Ma pensiamo ad altri contesti societari, pensiamo alla dittatura: pensiamo al Fascismo. Cos’è l’artista di regime, inserito in un contesto socio-ideologico in cui la libera espressione non è data, non v’è proprio? Cos’è l’individuo, radicato nella metastatizzazione collettiva verso strutture societarie invise al tema dell’individualità?

“Post Zang Tumb Tuum Art Life Politics: Italia 1918-1943”, esposizione temporanea a cura di Germano Celant e attualmente in mostra presso la Fondazione Prada, racchiude questa serie di riflessioni di importanza cardine nonché di grande attualità in un percorso per immagini, filmati d’epoca, fotografie e altri documenti di importanza artistica, storica e politica. La scelta del curatore di mettere in mostra non tanto i singoli quadri quanto le diverse opere calate in riproduzioni retrò delle prime esposizioni in cui furono messi in mostra, la scansione diacronica che scandisce i passi del visitatore, nonché una davvero ragguardevole quantità di opere in mostra permettono al fruitore di penetrare nel dettaglio nelle trasformazioni socio-culturali che imperversarono in Italia nel primo dopoguerra.

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Non il solo Ventennio ma la progressiva ascesa e presa di potere del Partito Fascista sino alla caduta di Mussolini, dagli spiriti dell’avanguardia Futurista di Balla e Depero fino agli ultimi echi di un sentimento di disperazione che risuona nelle assenze metafisiche di Sironi e negli sguardi opachi di Guttuso.

Un sentimento aleggia per tutta la durata dell’esposizione, dall’odore di tela di canapa e dal gusto amaro di un’Italia che andava in contro a qualcosa di inarrestabile e al contempo irresistibile. Il nazionalismo, la deriva autoritaria, il razzismo, la polarizzazione della società su una borghesia iperadattata alla programmatica austerità e vuotezza della cultura di regime, che sui terrificanti busti di Wildt e la frastornante vorticosità di Boccioni sembra rispecchiare una profonda paura dei contenuti.

Contenuti che potrebbero essere decisivi, contenuti che potrebbero essere fatali. Contenuti che potrebbero esprimere un’individualità invisa, ormai sepolta nei posaceneri delle abitazioni borghesi, sotto i cumuli di pacchianità fuori moda ancor prima di esserlo, alla luce di un sole nero che garrisce dalle architetture littorie e i roboanti inni alla patria cinematizzati ad opera dell’Istituto Luce.

Contenuti che sbiadiscono progressivamente dai tratti dell’artista, sempre più interessato, con il passare degli anni, a ripiegare su se stesso e considerare aspetti ubiquitari della solitudine e del male di vivere, preso dalla sconfortante noia nei confronti di un’esaltazione ormai vacua.

Agli areoplani vittoriosi, ai paesaggi a volo di uccello sulle città infiammate dal fuoco sacro della rivoluzione, prende sempre di più posto la misera compagnia del rimorso, del rimpianto, un sentimento di vecchiaia anticipata che grida silente nei paesaggi dell’anima di De Chirico, dalle vaghezze di Prampolini, dai divertissment annoiati di Savinio e dal grigiore stanco di Morandi e Carrà.

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L’artista che cerca di sopravvivere, caduta anche l’ultima possibilità di essere ideologici, si smarrisce nei meandri del suo intimo, senza però mai svelare nulla di sé se non pigri sentimenti di distacco. La percezione di tutto questo è assolutamente desolante nel procedere dell’esposizione.

Desolante quanto attuale: nel ricordo di quanta bruttezza e abiezione è in grado di portare con sé la marea nera dell’ideologismo ultraconservatore, di quanto ossigeno brucino le fiamme dell’odio negandolo così alla facoltà espressiva. Un moto, ottimisticamente, comunque inarrestabile quello della creatività, seppur sopita o dimessa. Ma un moto che dev’essere ricordato sempre e comunque in relazione al suo tempo, perché ci paiano sempre limpidi di fronte agli occhi e nella nostra mente i nefasti esiti degli ideologismi.

Proprio oggi, proprio in questo esatto momento storico, non possiamo dimenticarci di questo, motivo in più per definire l’esposizione un’imperdibile occasione di silenziosa riflessione, più forte di qualunque retrospettiva storica nel far emergere un sentimento sottile di disperata noia davvero in grado di smuovere le coscienze sulle dinamiche più preoccupanti del nostro tempo presente.

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