Testo di – VALENTINA ZIBONI

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Arrogante, estremo, spesso immorale. Bernardo Bertolucci fa parte di quella schiera di registi il cui lavoro non solo ha segnato indelebilmente la storia del cinema moderno ma è stato anche rivoluzionario da un punto di vista sociale. La sua è stata un’impronta forte che ha marchiato la storia di un cinema che si faceva grande, che aveva iniziato a parlare alle masse da qualche decennio, ma che ancora taceva alcuni argomenti, alcuni angoli nascosti e misteriosi dell’esistenza umana, dell’uomo nella società, e sui quali invece Bertolucci fa luce. Una luce spesso macabra, in cui tutto forse non è ben visibile, o forse noi non vogliamo vedere. Un’impronta che ha sporcato una generazione, quella degli anni ’70, una generazione che si stava aprendo, ma che aveva ancora molta strada da fare. Un’impronta che sporca ancora chi guarda i suoi film, perché sono film che non finiscono di scandalizzare, di avere un impatto forte sulla nostra sensibilità.

Un modo di fare cinema potente, creativo, assolutamente inimitabile, la cui forza risiede proprio nella capacità di spogliare l’essere umano, prenderlo come corpo e coglierne le impurità, che sono interne perché corollari di un’esistenza che è spesso drammatica, quelle impurità che tanto abilmente nascondiamo agli occhi altrui.

Il cinema di Bernardo Bertolucci è amore e odio: i personaggi delle sue storie vivono in ambienti spesso cupi e angusti, immersi in un alone di esplicito erotismo, a volte fin troppo schietto. E quando tutto è così liberatorio, ecco che appaiono i veri protagonisti: le debolezze umane, così apertamente trattate e osservate che ci rendiamo presto conto che in realtà davanti alla macchina da presa ci siamo anche noi, nudi e vulnerabili di fronte a uno sguardo indagatore che scruta gli abissi più torbidi dell’animo umano.

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Tra le varie opere che portano la sua firma, Ultimo tango a Parigi è, a mio avviso, la più complessa e travolgente: un film che respingi perché drammatico in ogni inquadratura, ma che si rivela essere familiare, perché specchio fin troppo fedele di sé stessi, delle nostre paure, delle nostre debolezze, sporcizia che confiniamo per non far vedere al mondo. Una riflessione sulla solitudine umana, sulla nostra perenne indole a scappare ed estraniarci, con la convinzione che l’autenticità del vivere sia altrove. Una riflessione sul sesso e sulla possibilità di viverlo senza sentimenti, come puro atto fisico. Una riflessione sulla verità, sul non detto, sul nasconderci fisicamente ed emotivamente.

 

“Cosa c’era, all’inizio, dietro questo film? C’era il tentativo di raccontare la storia di un uomo e di una donna che hanno deciso di incontrarsi in un appartamento vuoto senza nomi, quindi senza personalità sociale, senza passato, senza niente, solo con i loro corpi. Ultimo tango a Parigi è un film molto romantico, un film incredibilmente idealista e qui vorrei dire, e sarò molto veloce perché i film devono parlare con i loro suoni e le loro immagini, che mi rendo conto che avevo voluto, era il 1972, in un’epoca di cinema politico, avevo voluto fare una trasfusione della tensione politica di quel momento, di quegli anni, da quello che era il discorso collettivo, un discorso sulle masse ecc., a invece un universo completamente intimo e individuale…”

Bernardo Bertolucci

 

La storia è infatti quella di un uomo, Paul, e di una donna, Jeanne, che si incontrano in un punto ben preciso delle loro vite. Un uomo visibilmente distrutto, che il regista ci presenta appena dopo il suicidio della moglie. Una giovane donna che ha appena iniziato a vivere, forse una ninfetta un po’ cresciuta, per chi conosce Nabokov. La storia di un incontro che si fa ossessione e quindi dramma. La storia di un romanticismo assolutamente anticonvenzionale, che graffia la sensibilità di chi guarda. Un erotismo nudo e crudo che scandalizza ancora. E noi che guardiamo veniamo fatti complici silenziosi di una storia perversa nella sua intimità, che si consuma sfibrando l’anima stessa dei personaggi e la nostra: abilmente coinvolti dalla bravura del regista, respiriamo la stessa aria asfissiante del sudicio e vuoto appartamento dove nasce e si corrode il legame fra i due. E finiamo per ballare insieme a loro questo ultimo tango a Parigi.

 

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“…Poi c’è tutto il resto, la parte veramente dolorosa del film che abbiamo conosciuto: il produttore Grimaldi Alberto, l’attore Brando Marlon, il regista Bertolucci Bernardo, condannati a due mesi di reclusione con la condizionale e soprattutto alla scoperta dopo qualche mese quando la condanna passò in giudicato che, non solo il film doveva essere distrutto e il negativo bruciato, ma che io avevo perso per 5 anni i miei diritti civili. Questa è la parte che ancora un pochino pesa, per il resto il film spero riesca a parlare da solo e riesca ancora ad avere un po’ di quell’impatto che allora a qualcuno era sembrato eccessivo”

Bernardo Bertolucci

 

Come dicevo, questo film è stato un vero e proprio uragano: in Italia venne proiettato il 15 dicembre 1972 e già il 30 dicembre fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a sé stesso”. Seguirono diverse controversie legali ma con il trascorrere del tempo e l’evolversi dei criteri di giudizio, le scene considerate eccessivamente inaccettabili lo furono sempre meno e si iniziò a guardare al film con una visione e una mentalità più aperta, e con l’abilità di cogliere l’erotismo, parte certamente essenziale del film, come una provocazione non fine a sé stessa ma anzi corollario di un dramma, che poi è il dramma della vita che si insinua anche quando ci spogliamo di tutto e rimaniamo nudi senza un nome.

Nel 1987 la censura riabilitò il film permettendone la distribuzione nelle sale e il passaggio in TV, eppure Ultimo tango a Parigi continua ad essere un film forte: un film carnale e passionale che mette a nudo non solo i due protagonisti ma anche noi stessi e le nostre debolezze. La storia della provvisorietà delle relazioni, così come è provvisorio e solo meta di passaggio l’albergo di cui si ritrova proprietario Paul. La messa in scena della nostra costante convinzione che fuggendo dalla realtà, estraniandoci, sarà tutto più vero, più puro, quindi migliore, e noi staremo meglio, eppure ancora una volta la fuga non può essere eterna, perché si rimanda solo a un tempo successivo il confronto con la verità. Una passione presentata senza veli, all’inizio anche senza sentimenti, vissuta con gli occhi volutamente chiusi di due persone che non avevano più la forza di aprirli. Un sogno che si consuma ardendo e poi sfumando in un finale freddo e drammatico che riapre le porte alla realtà.

 

 

 

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