Testo di – GIULIA BOCCHIO

 

Non sempre il ritratto di una figura muliebre e nuda spoglia le sensazioni di chi immobile osserva, non sempre una sproporzione che si fa beffe della classicità apatica dei canoni sa tramutarsi in bellezza ribelle, di rado l’armonia stonata di uno sguardo perso nel vuoto attentissimo di un impalpabile battito di ciglia si imprime nella memoria di chi ricambia quel fermo andirivieni di pupille.

Certo, non sempre, e neppure mai. Poiché nel nostro caso, lui, era Modì e gli intrecci complicati del suo genio rendevano fluida la sua mano e l’impasto dei colori, snelli e allungati i visi che restituiva eterni uccidendo la percezione di un reale ebbro di distillati alcolici, di polveri di sculture conturbanti che affannavano il suo respiro già compromesso da una fedele turbecolosi che languidamente peggiorava.

Il suo estro imbrattava in maniera indelebile la memoria di chi per lui posava; le menti più poliedriche e lucide, quelle capaci di leggere nelle sue opere ben oltre le suggestive cornici di vizio e ozio che le contornavano, in una Parigi che aveva fatto di Montmartre l’unico possibile espressivo spazio per gli universi creativi che popolavano il Bateau-Lavoir, non avrebbero certo permesso la chiusura, per immoralità, della sua prima mostra personale quel giorno di inizio dicembre 1917 alla Gallerie Berthe Weil.

Quelle “indecenze” dallo stile ormai inconfondibile e sobillatore, esposte in modo così scanzonato da un artista sontuoso ed enigmatico che pareva leggesse nell’anima delle donne che amava e ritraeva (non necessariamente in quest’ordine) vestito di tutto il maledettismo necessario a sedurre la curiositas e i curiosi di biografie, non erano che la superba esplicitazione di uno stile di vita già di per sé arte, che a ben guardare non aveva neppure necessariamente bisogno di opere riuscite per considerarsi tale. Solo la Bohème poteva concedersi questo lusso. Lusso, aggettivo certamente inadeguato e risibile se ricondotto a quella vita di inettitudine forse volontaria, dissoluta, vinta dai piaceri, dai fumi dell’ebbrezza e delle droghe, dai paradisi fugaci di un’immaginazione tormentata dai fantasmi dell’autodistruzione e dell’autocelebrazione, gemellaggio infernale ma Eden necessario, prediletto e trasfigurato in una Parigi decadente, maleolente, mortalmente ottocentesca e nel medesimo straordinariamente d’avanguardia.

E mentre Amedeo Modigliani calpestava quei boulevards, col mosto nelle vene e il suo genio fattosi tela freschissima, lasciava dietro di sé un’impronta irremovibile, un’impronta che calpestava l’ovvietà e le inservibili apparenze fittizie degli anonimi benpensanti. Impronte che tracceranno un sentiero di eterna, ineffabile e inafferrabile vaga bellezza fra gli snodi della storia del mondo contemporaneo e dell’arte e che una donna che aveva sposato ed amato, Jeanne Hébuterne, ricalcalcherà nella sfumatura più mortifera, drammatica e umana immediatamente dopo la prematura scomparsa dell’artista. Ormai il maledetto per eccellenza nella “Cattedrale (s)consacrata dell’Arte”.

Chi oggi, di tali universi, non ne avesse mai respirato le asfissianti atmosfere o chi invece fosse stato deja vinto da quel magnetismo che rende corruttibile anche il piacere puramente estetico dell’accarezzare con lo sguardo quei lunghissimi colli e quegli occhi ammaliati dalla apparente pienezza d’un vuoto sublime, ha un lasso di tempo più che sufficiente, dal 13 marzo al 19 luglio 2015, e coordinate precise, per rivivere un passato che ha catapultato se stesso nell’odierno e nell’eterno : la GAM di Torino accoglierà 90 di quelle opere, 60 di queste direttamente provenienti dal Centre Pompidou della capitale francese, esposte da uno studioso per eccellenza, Jean-Michel Bouhours.

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