Testo di – GIULIA BOCCHIO

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Tra i numerosi eventi fuori salone sparsi per Milano, che ospita sino a domenica 9 aprile, a Rho Fiera, la Design Week 2017, v’è una mostra fotografica sita in un appartamento ottocentesco in via Vivaio 22 dal contenuto inedito: gli scatti appartengono all’archivio personale di Dan Regan, oggi noto per aver lavorato alle campagne pubblicitarie di marchi quali Gucci, Adidas e per essere ormai uno story teller con un imprintig speciale non solo nei confronti dell’obiettivo ma anche rivolto alla street culture degli anni 90 a Venice Beach, California, dove è nato nel 1986.

Cresciuto nel Westside di Los Angeles, quando l’urban beach aveva uno stile e una reputazione assai differente rispetto all’estetica e all’immaginario dei giorni nostri, ha osservato con occhio precocemente acuto mutare atteggiamenti e tendenze, cogliendone sempre il profilo più umano, autentico e contraddittorio.

L’allestimento della mostra e la scelta di ogni scatto ricalcano e ripropongono uno spazio ispirato ai simboli, alle metafore e ai messaggi che Dan Regan ha impresso alle sue foto su pellicola; oggi mentore per tanti giovani ed amici che vivono ancora situazioni ghettizzanti e di narcotraffico. Messaggi che tra l’altro addobbano e ricoprono il grande specchio barocco (unica nota d’arredamento all’interno della mostra-appartamento) sul quale sono affisse lettere che gli amici hanno scritto all’artista quando lui stesso era in carcere, prima di divenire un celebre fotografo di moda e un artista capace di raccontare visivamente ed emotivamente gli anni ’90, gli anni pre-social per eccellenza, quando la fotografia era estranea alla retorica delle visualizzazioni, dei click e dei like.

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Dan Regan in questa prima mostra personale, curata da Carola Cometto e che vede la partecipazione dell’azienda italiana di design HOMMM, segue un mantra: il messaggio “No School”, nonché quello dell’autoformazione e del riscatto personale tra una moda e l’altra, tra un tatuaggio e il rispetto dell’amicizia, tra un’America patinata e l’ombra di ciò che è crudo ma pur sempre vero. È l’artista stesso ad affermare che « Eravamo semplicemente noi, quando invece la nostra città stava definendo molti ambiti della cultura e un’estetica unica con vari mezzi: il nostro modo di vestire, le auto che guidavamo, la musica che ascoltavamo, i graffiti, i nostri cani, il modo di esprimerci, come andavamo in skate o surfavamo all’alba ».

Don’t Delay Decay è il racconto di un’intera generazione, la generazione di chi ha vissuto la prima giovinezza a cavallo di un decennio assai ibrido e iconico: sì proiettato all’evoluzione rapidissima e già affacciato alla “vita social e in rete” ma ancora intriso di vecchi modelli, simbologie, miti e riti legati a un tempo in cui ogni relazione era prima di tutto incontro. Senza né schermi né filtri.

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