Testo di — CAMILLA ABBRUZZESE

 

 

1625690_10202613310566333_245113014_n

 

“Ho ripensato alle luci della centrale elettrica, a quelle luci che andavamo a vedere da ragazzini come una cosa spettacolare, come un fuoco d’artificio in periferia. Come le uniche stelle che si vedevano nel cielo del posto dove sono cresciuto. Ho pensato a quando trovavamo stupende delle cose che non dovevano esserlo. Le luci della centrale elettrica come una costellazione, ogni canzone una stella collegata alle altre da un disegno insensato, a fare luce su questi tempi. L’unico modo di non avere paura del buio è entrarci dentro e portarsi l’accendino e illuminare tutto.”

Vasco Brondi, cantante di “Le luci della centrale elettrica” sopra citate, ha incontrato Revolart presso l’Associazione Culturale Ohibò di Milano, per l’ascolto del suo nuovo album, “Costellazioni”, in uscita domani 4 Marzo 2014. Si tratta del terzo album, dopo “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008) e “Per ora noi la chiameremo felicità” (2010) e l’EP live “C’eravamo abbastanza amati” (2011).

Tra l’unione con nuovi generi musicali, tra storie narrate in intere tracce con inattesi lieti fine, un po’ su altre galassie e un po’ nei paesi di sempre, e con la voglia di festeggiare proprio quando tutto il contesto non lo consentirebbe, la nuova espressione d’arte del cantautore si fa musica in nuovi sound, inaspettati e dipinti di un nuovo colore. Colore di futuro.

Quindici le tracce dell’album, come delle stelle in una costellazione, ognuna con la sua storia, “velocissime e distorte, da ascoltare ad occhi chiusi prima di addormentarsi.”

 

La terra, l’Emilia, la luna. La prima traccia, su cui Vasco è stato molto indeciso sul collocarla o meno come canzone finale del disco, rispecchia in pieno i due piani spaziali su cui l’intero album si fonda: il paese e lo spazio, la realtà provinciale dell’Emilia e le galassie. Il rimando lo si ha già da alcuni titoli (“Firmamento”, Un bar sulla via lattea”, “Blues del delta del Po”), ma viene ripreso anche dai testi, in cui sono numerosissime le città citate. Alcune volte la percezione della metropoli è stata ridimensionata dalla scoperta dell’esistenza di abitudini e routine, ruoli e protagonisti, al suo interno, tali a quella di un centro cittadino comune, se non fosse sopravvalutata dalla distorsione prodotta dalla nostra mente.

Il disco parte lentamente, con questa prima traccia dal ritmo discendente, nei soliti mood di “Le luci della centrale elettrica”, ma l’attacco suggerisce il cambiamento rispetto alle produzioni precedenti di Brondi: l’atmosfera straziante e malinconica dell’album precedente ritorna solo in parte, rimane come impostazione di base, ma la rassegnazione si veste di una nuova sfumatura di colore, positiva e reattiva, che trasmette ottimismo e speranza, sovvertendo, paradossalmente, il clima attuale che si respira nella nostra penisola.

Macbeth nella nebbia. Il ritmo continua sulla scia del precedente e si avverte nella musicalità il connubio tra elettronica, la musica quasi fredda del passato di Le luci, e rock misto ad acustico: un insieme di suoni, stavolta anche molto più strumentali, per creare un vibrato e delle sensazioni che prima non arrivavano ai sensi del pubblico.

Le ragazze stanno bene. Arriva la svolta, il vero cambio di direzione: il tono cresce sempre più, le chitarre infondono un ritmo che cresce e rasserena, ristabilizza le atmosfere cupe e fredde dei suoni precedenti. Questo pezzo arriva molto, alle orecchie e allo stomaco, e rappresenta uno dei momenti più intensi di narrazione presenti nell’album, sempre rappresentativi di scenari a lieto fine, con un’eroica considerazione sul futuro e sulla sua possibilità di buona riuscita. Questo è “l’augurio senza senso”, come egli stesso l’ha definito, che caratterizza l’intero album:

“Ho pensato che in questo clima di crisi e di lamentele avrei voluto una lunghissima festa senza senso. Un disco da mettere per ballare sotto le bombe, un disco da suonare durante la guerra.”, secondo le parole del cantante. Si rifa ad una citazione dei CCCP per esprimere al meglio la propria prospettiva: “La situazione è eccellente”, pronunciarono alla fine degli anni ‘70, in un contesto pesante e sconvolgente, ma che appare come una citazione paradossalmente geniale, per la capacità di invertire il normale senso di guardare alle cose.

I destini generali. È la prima canzone uscita prima della pubblicazione. È come se esprimesse quello che Vasco vuole trasmettere riguardo al futuro: in queste note inneggia la deriva economica, durante questo periodo di melodramma generale. Vuole mettere in musica la forza propulsiva di poter fare qualcosa di opposto al pensiero comune attuale, capovolgendo la visione tradizionale, per trasmettere un’idea di futuro diverso, più immediato, da vivere al prossimo minuto e non oltre.  Rispecchia anche la fine della giovinezza, quel periodo della vita in cui è come se il futuro, fino a quel punto inteso più come astrazione ideale che come eventualità concreta, si fa davvero vicino, si fa toccare sempre più con mano e spaventa sempre un po’. Dice Vasco: “Il futuro è più vicino di prima, il futuro è tra due minuti, tra due ore, il futuro è stasera.”

I Sonic Youth. Questa traccia è stata una delle prime ad essere composte, nell’inverno del 2012. È una delle più cantate dell’intero repertorio, accompagnata dal pianoforte. Se si avverte ancora l’influenza del “vecchio Vasco”, dalle atmosfere strazianti, non si può negare come arrivi un’emozione diversa, che egli stesso aveva paura non potesse funzionare, per timore di perdere quel parametro di suono che lo aveva portato al successo con le precedenti pubblicazioni. La smentita su ogni timore arriva non appena ci si accorge di quanto questo nuovo mix riesca e anche piuttosto bene. I Sonic Youth rappresentano una pietra miliare nel suo vissuto adolescenziale, allo stesso modo in cui Battiato e i CCCP costituiscono una forte fonte di ispirazione. Di “Bandiera bianca” di Battiato, così come “La domenica delle Salme” di De Andrè, ammira, e in parte riporta all’interno del disco, la capacità di creare una musica profonda ma popolare allo stesso tempo. Si tratta di un’operazione difficile, sia per i contesti attuali, sia per quelli in cui si trovavano rispettivamente i due cantanti ai loro tempi, riuscendo a portare il sorriso sulle labbra della gente nonostante i testi rivoluzionari e intensissimi, ma ugualmente capaci di farsi canticchiare tra la gente, a mo’ di canzonette.

Firmamento. È una traccia brevissima, vestita di un sound new wave e punk, che rivelano una passione sempre costante nel cantante, di cui egli dice: “Pensavo di aver già fatto uscire il punk nelle mie canzoni del disco precedente, ma in realtà il suono era solo nella mia testa, dal momento che la ritmica punk era assente.”

Un bar sulla via lattea. Questo pezzo si colloca sul piano spaziale e Vasco lo considera l’ambientazione ideale da cui far partire il suo disco. Va in continuo crescendo, anche se non mancano i cambiamenti improvvisi di ritmi o gli abbassamenti di toni, che riflettono un po’ lo spostamento tra piani spaziali differenti. Un altro elemento che aleggia durante tutta la durata delle tracce è la presenza di rumori fantasma e atmosfere fantastiche, avvertite più come un fumo, un’aura, che come situazioni concrete.

Ti vendi bene. La ripetizione quasi ossessiva, fatta di beat elettronici, riprende le strade già percorse da “Le luci”, sempre inserendole nella nuova commistione di generi che fa da padrona ininterrottamente per tutte le quindici tracce di “Costellazioni”.

Una cosa spirituale. I “rumori fantasma” di cui si parlava prima sembrano rivivere in pieno all’inizio di questo pezzo, in cui il mood sempre più gioioso ha il rumore di un contesto simil far west con il battere di treni su rotaie in lontananza. Quella che potrebbe essere solo una suggestione rispecchia la natura dell’album, che talvolta tende più a evocare supposizioni che accertarsi su una posizioni ben definite.

Padre nostro dei satelliti. Il testo recita un originale sermone banalizzante la quotidianità tecnologicamente avanzata in cui siamo ormai costantemente immersi, come si può notare dall’immediatezza di una frase come: “Padre nostro dacci oggi le nostre password quotidiane”, quasi a rammentare un culto sacrale di una dimensione che appartiene al nostro presente, talvolta anche inconsapevolmente, per il ruolo strutturale che ha raggiunto nelle nostre individualità.

Questo scontro tranquillo. Da questo pezzo fino alla fine del disco il ritmo cresce sempre più in un positivo disincanto, in una costante rassegnazione, rivestita da una patina di speranza.

“Felice da far schifo/ libererò tutti i tuoi pianti trattenuti” , “Parlami delle canzoni che escono dagli edifici/dei nostri sogni assurdi che si sono avverati”.

Dalle galassie si ritorna alle città, Milano e Roma quelle qui citate.

Punk sentimentale. Il misto tra musica da rave e musica da balera si risente in questo pezzo, e anche se si tratta di due luoghi opposti, vengono in qualche modo accomunati e bilanciati dagli strumenti sapientemente utilizzati. Ogni nostalgia è purificata da toni accesi e rivitalizzati, un “assurdo lieto fine” tra i tanti di questo album, per gioire anche in mezzo al disagio generale, con un pizzico di noncuranza a buon fine. “Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano due.”

Blues del delta del Po. Il riferimento territoriale presente nel titolo sposta anche i toni e i ritmi in un’atmosfera rural popolare: sembra di passeggiare tra le vie di un piccolo centro cittadino, a testimonianza dei luoghi che hanno visto l’infanzia e la crescita del cantante. È come se si avvertisse la descrizione di vite popolari, paesane, veraci, somigliante alla rivisitazione di un Verismo tutto contemporaneo.

Una guerra lampo pop.  “Se solo la rivoluzione di ottobre/fosse stata di marzo o aprile”. Totalmente visibile qui il capovolgimento del clima, metaforicamente o nei sound, quanto nella prospettiva da cui vedere la realtà.

40 km. Ricorda moltissimo un ritorno a casa, nel luogo di posti immutabili e perciò durevolmente incantevoli. Vasco ha riconosciuto di avere un occhio di riguardo nei confronti della scelta del pezzo finale e, in particolare, delle ultimissime parole con cui finire l’album. La scelta è ricaduta su questo brano che, in competizione con “La terra, l’Emilia, la luna”, si è aggiudicata il titolo di coda, in un’emozionante ritorno a casa da guardare al finestrino mentre scorre l’asfalto sotto le ruote, per ritornare “qui dove tutto mi sembra indimenticabile.”

Il disco è stato realizzato insieme all’aiuto di Federico Dragogna de “I ministri”, cui Brondi sente di attribuire più il termine “condivisione”, per il rapporto di amicizia che lega i due.

“Tanti elementi c’erano già nelle canzoni che avevo scritto nei due dischi precedenti, ma è stato come allargare la visuale, usare più colori, riconoscere tutti i sentimenti allegri e disperati. Un telegiornale poetico, l’intimo e l’universale, le cose che c’entrano e le cose che non c’entrano. Guerre vere e guerre immaginarie. Ho pensato di ambientare tutto in un bar sulla Via Lattea. Un posto immaginario e iperreale. Con strani personaggi e con persone qualsiasi. Storie di gente che parte, di gente che resta, di cose che non cambiano mai che all’improvviso cambiano completamente. Un posto in cui anche le rondini si fermano il meno possibile, un posto in cui tutto sembra indimenticabile.”

Con questo augurio senza senso, cercate la vostra costellazione personale e ballate sotto il bombardamento.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata