Testo di – CARLOTTA BELVISO

 

Qualche tempo fa partecipai ad una conferenza dal titolo “Cimiteri”. Certo, forse il tema non era tra i più ameni, ma qualcosa che disse uno dei relatori, Giuseppe Marcenaro, autore dell’affascinante libro Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie, mi colpì. Parlò del fatto che, una volta chiusa una tomba, anche se la lapide è a un solo passo da noi, la persona dentro appartiene ormai ad una distanza incommensurabile.

Secondo alcuni, l’invisibile, irraggiungibile luogo è il regno dei cieli; per altri una seconda vita o forse il nulla. Ma per me, in quel momento, era un’isola, quella della Die Toteninsel di Böcklin.

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Le parole di Marcenaro mi avevano trascinato indietro nel tempo, quando, per la prima volta, mi trovai davanti a quel quadro nell’Alte National Gallerie di Berlino. Si trattava della terza delle cinque edizioni del capolavoro di Böcklin, quello che dipinse, almeno così pare, al cimitero degli inglesi a Firenze, dove anche sua figlia era sepolta. Certo, si potrebbe descrivere la scena nei minimi dettagli: il rematore a poppa che guida una stretta barca con solenne, deliberata lentezza verso riva, il misterioso personaggio in bianco a prua accanto alla piccola bara, il viale di cipressi, le alte ripe scoscese. Ma raccontare ciò che quel quadro è davvero, è un’altra cosa.

Dante scrive di non aver parole per ridire il sacro, il mistero di Dio, e forse è lo stesso quando si è dinnanzi all’arcano dell’arte. Dirò solo, quindi, che l’isola dagli alti cipressi era, lì a guardarla, straordinariamente reale; e non solo, era familiare. Un luogo già visitato eppure mai visto, che dalla tela sembrava chiamare; un mondo che, all’apparenza del tutto naturale, si rivelava al contempo spaventoso, angosciante. Del resto lo stesso Böcklin scrisse a proposito della sua Die Toteninsel “L’effetto dev’essere un silenzio tale da spaventarsi sentendo bussare alla porta.“

Forse è stato merito di quest’oscuro fascino se la Die Toteninsel ha raccolto un così ampio seguito di artisti, filosofi e studiosi che a lei s’ispirarono: Dalì, De Chirico e Freud sono solo alcuni tra i più celebri. L’ultimo a seguire le orme dell’isola è stato Mat Collishaw ed è di quanto più lontano dal pittore romantico e decadente che Böcklin era stato; è un’artista moderno, fotografo e video maker che, ancora giovane, ha raggiunto un buon successo. Quest’anno le sue opere sono state esposte, oltre che a Verona in una mostra personale, in un’antologica al museo Pino Pascali, nuova istituzione culturale di Polignano a Mare, in Puglia. Tra quelle esposte, un’installazione, in particolare spiccava su tutte: un enorme schermo irrompeva nel buio circostante lasciando ogni visitatore a bocca aperta. Si trattava dell’Island of the dead, ultima figlia della Die Toteninsel.

Sullo schermo era sparita la piccola barca, con il rematore, la figura in bianco e la bara a poppa, ma, in compenso, l’isola era ancora lì, incantevole e minacciosa.

Si sarebbe potuto pensare che, mentre Böcklin, con le sue cinque versioni, ci ricordava che la Die Toteninsel attende da qualche parte, Collishaw ci mostra ora, tra software e pixel, dove trovarla: dinnanzi a noi.

Nella nuova isola l’immobilità, il silenzio, il mistero racchiusi nel quadro ci sono ancora, ma in maniera profondamente diversa: la luce in uno spiazzante gioco di tecnologia è chiamata a scandire, dall’alba al tramonto, lo scorrere del tempo sulle alte rupi scoscese, mentre l’acqua pare incresparsi, avvicinandosi e allontanandosi dalla riva. Adesso è il tempo a dipingere un luogo senza tempo e il rumore ad evocare il silenzio.

Sull’isola tutto sembra scorrere, ma tutto è al contempo incredibilmente fermo.

È mai possibile? Forse no, eppure a guardare quell’installazione la risposta giusta sembra un’altra. Una volta, il celebre pittore svizzero Escher mostrò in una sua litografia come ogni metamorfosi inizi e finisca sempre nel medesimo, così che a guardar gli estremi, sembra sia sempre rimasto tutto immobile. È lo stesso sull’isola di Collishaw con il suo movimento circolare ed eterno: questo luogo, oltre il tempo e lo spazio, è l’inizio e la fine insieme ed è qui a ricordarci, almeno mentre lo guardiamo a bocca aperta, la trasformazione, il viaggio.  Per raggiungere la nostra meta, per toccar la riva, basta un passo, ma nessuno davanti all’isola, come davanti ad una lapide, riesce a compierlo. È un passo lungo una vita intera.

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