Racconto originale di – LORENZO VERCESI

Immagine: Magritte – La riproduzione vietata (conosciuto anche come “Uomo allo specchio”)

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Adamantino Tìssoli era un uomo sulla cinquantina, alto il giusto, due occhi verdi foglia, leggermente inclinati verso il basso. Nel paese di Sopra tutti lo conoscevano, c’era chi lo salutava con un calore quasi fraterno quando lo incrociava per strada e c’era chi gli rivolgeva appena un cenno con la mano, ma nessuno si sottraeva ad una delle due cose. Era un uomo rispettato e nelle rare occasioni in cui il paese di Sopra riceveva visite dall’esterno Adamantino Tìssoli compariva sempre, in un momento o nell’altro, per accogliere il forestiero e fargli fare un giro del paesino.

In un paese qualunque si sarebbe potuto dire che fosse il sindaco o il borghese istruito dal cui pecunio era sorto l’abitato, statua nel centro della piazza e riverenza nel pronunciare il suo nome. Ma nel paese di Sopra non esistevano sindaci e non c’erano statue, non c’era nemmeno il Palazzo del Comune e nessuno sapeva spiegare il grado di considerazione di cui godeva l’uomo.

Circolavano storie di ogni genere, i più anziani, imbottiti di birra e calore all’interno dell’osteria, raccontavano che Adamantino Tìssoli era un ricco possidente terriero di nobile stirpe, allontanatosi dalle incombenze e dagli oneri della vita dell’alta società per godersi il sudato guadagno nella pace e nella tranquillità che solo il paese di Sopra avrebbe saputo offrirgli; i ragazzini agli angoli delle strade invece dicevano che era venuto dal futuro e che avrebbe potuto aiutare il paese nei suoi innumerevoli problemucci di piccolo borghetto. Adamantino Tìssoli sorrideva a queste dicerie, in fondo quella gente che gli era così devota gli era simpatica.

Dal canto suo d’altronde lui si impegnava a mantenere attorno alla propria figura quell’alone di mistero che pareva accompagnarlo in ogni luogo, forte della penetranza verde foglia dei suoi profondissimi occhi e del piglio quasi orientale dei suoi tratti somatici. Non si era mai sposato e questo faceva chiacchierare le comari del paese di Sopra, fornendo loro un argomento di conversazione sempre viva e piccante. Nessuno lo aveva mai visto in compagnia di una donna, per dire il vero nessuno l’aveva mai visto girare in compagnia di qualcuno che non fosse la sua sottile ombra. In molte avevano tentato di smuoverne gli affetti, un uomo di così dignitoso profilo solleticava le fantasie di quasi tutte le donne in età da marito del paese di Sopra, ma lui aveva sempre respinto ogni attenzione con la dolcezza di un marinaio in partenza, senza mai perdere la sua parlantina gentile ed i suoi modi garbati. A lungo andare si diffuse la credenza che fosse pazzo o semplicemente incapace di amare. Aveva persino resistito con fredda indifferenza alle avances de La Manolita, la straniera giunta col treno delle dodici in una domenica di maggio che sembrava aver portato con sé la primavera e per la quale tutti gli uomini del paese avevano perso la testa, prima o dopo.

Così Adamatino Tìssoli trascorreva esistenze multiple, nelle chiacchiere le carte e i quartini di rosso degli anziani al bar, nei racconti fantasiosi dei bambini e nei pensieri di tutti gli abitanti del paesino di Sopra, che per un motivo o per l’altro erano sempre rivolti a lui.

La sua di esistenza, quella reale, era in fondo quella di cui gli importava meno. La vita sembrava avergli strappato di dosso qualsiasi gusto, qualsivoglia soddisfazione che non fosse l’ammirarsi in quelle storie che cambiavano spessissimo, secondo il ritmo delle fantasie mai paghe di quegli abitanti. Il suo vivere non era altro che una recita, un’interpretazione di molteplici parti che si intrecciavano e che davano quel poco di colore alla sua coscienza ingrigita. Godeva di vite teatrali di cui era al tempo stesso attore, regista e pubblico, anche se nessuna di queste corrispondeva poi effettivamente alla sua esistenza reale.

Questa era stata la scelta di Adamantino Tìssoli e forse questo era stato il motivo che lo aveva spinto anni addietro a rifugiarsi nel paese di Sopra. Lì nessuno faceva domande e lì era riuscito a guadagnarsi il rispetto di tutti senza dover fare nessuna particolare fatica. Per molti la sua sarebbe stata considerata una vita monotona e triste, per Adamantino Tìssoli, però, era esattamente il contrario. Gli piaceva contemplarsi nell’uniforme antica e incrostata del tempo, con le mostrine impolverate e le coccarde di riconoscimento sgualcite come un vecchio capitano di ventura a cui il tempo non sembra altro che un vecchio e compianto ricordo. Ma in un freddo venerdì di novembre, il piombo del cielo gravava minaccioso e imponente sui contorni delle case e delle colline e sferzava di schegge di pioggia i volti ombrosi degli abitanti di un paese di Sopra che, rassegnato, tentava di accettare l’incombenza dell’inverno, Adamantino Tìssoli dovette fare la conoscenza di una persona che avrebbe cambiato radicalmente ogni tassello della sua teatrante vita.

Alle porte del paese di Sopra si presentò un uomo imbottigliato in un lungo cappotto marrone. Gli occhi scurissimi avevano un che di buio, di infernale, ma quando, slacciato il bavero del cappotto, emerse il resto del suo volto contratto in un sorriso affabile e generoso, il vecchietto addetto alla ricezione dei forestieri ebbe modo di tranquillizzarsi e rispose con uno sdentato ma affabile sorriso di rimando, che dovette però nascondere all’istante quando il nuovo arrivato gli presentò le proprie generalità: Vinicio Tissòli.

“Vorrà dire Tìssoli, buon uomo” “Oh no, ha sentito bene: Tissòli” “Mi perdoni l’indiscrezione, ma lei di dove viene?” “Oh ma non si preoccupi, non è per nulla indiscreto… ebbene, vengo or ora dal paese di Sotto”. Il vecchio tacque, visibilmente interdetto. “Questa poi… e dire che fino ad adesso avrei giurato di aver sentito sempre pronunciare il cognome Tìssoli… sarò forse divenuto sordo? Mah… bisogna che avverta subito il signor Tìssoli, oh sì, sì, è ciò che devo fare” pensava confusamente il vecchio. L’uomo si accorse subito del repentino mutamento nell’espressione del vecchio, ma con fare discreto preferì non domandarne la ragione. Borbottando una stentorea e malandata frase di scuse, il vecchio si allontanò dalla stanzetta, supplicando il nuovo arrivato di portar pazienza, sarebbe stato accolto dall’uomo più importante del paese dì li a pochi minuti.

Adamantino Tìssoli sedeva nel suo soggiorno con occhi vuoti. La notizia del nuovo arrivato e del suo strano modo di pronunciare il suo stesso cognome lo turbava assai. Quella visita inattesa rischiava di distruggere tutto il mondo di cartapesta e dicerie in cui si era così placidamente rinchiuso. “Un altro Tissoli, perbacco, non sono più il solo… la gente parlerà, oh, sì, eccome se parlerà ed in giro non si farà che chiedersi quale dei due Tissoli sarà il più giusto, Tìssoli o Tissòli? Tìssoli o Tissòli? E nel giro di qualche giorno non se ne potrà proprio più di tutto questo Tìssoli o Tissòli… bisogna che faccia qualcosa e immantinente! Senza contare poi che il paese non farà altro che parlare di questo nuovo bellimbusto ed io verrò dimenticato e disdegnato da tutti! Oh non posso certo permetterlo, proprio non posso! Questo tizio proviene dal paese di Sotto e sicuramente laggiù la pronuncia di questo cognome divergerà dalla nostra… sicuramente sono loro a sbagliarsi, per Diana! Io sono un uomo per bene e lo stesso fu mio padre e il padre di suo padre, di quest’uomo invece non sappiamo proprio nulla di nulla! Eppure, ora che ci penso, come posso essere tanto sicuro di non sbagliarmi?

Insomma, ho passato una vita intera a credere che il mio cognome fosse Tìssoli e adesso viene fuori che qualcuno lo pronuncia Tissòli… e costui, che abbia venti o novant’anni, ha passato la sua vita a pronunciar così, non dubitando mai della propria credenza, così come mai prima d’ora ne ho dubitato io stesso… chi dei due allora si sbaglia, chi? E come poterlo stabilire? Tìssoli o Tissòli? Tissòli o Tìssoli? E chi potrebbe mai escludere che possa pronunciarsi Tissolì? Se mai ad un uomo capitasse, per qualche misteriosa circostanza, di dover scegliere se pronunciare mèla oppure melà, tàvolo oppure tavòlo e via discorrendo come potrebbe esser certo che la pronuncia adottata fino a quel momento fosse o meno la più corretta? E quel che più mi preme ora è: corretta per chi? Per lui? Per il mondo? Nessuno può stabilire una cosa del genere né tanto meno posso farlo io… Tìssoli o Tissòli? Tìssoli o Tissòli? Tìssoli o Tissòli? Tìssoli o Tissòli? Tiss……………………”

Il buon Adamantino Tìssoli non resse il peso di tale enigma. Si uccise premendosi alla tempia una vecchia revoltella. La sua triste vita finì per una questione di accenti. E che ci fosse qualcosa che andava oltre ad un semplice accento ballerino fu l’ultimo dubbio che agli attraversò la mente, prima di annebbiargliela del tutto.

 

 

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