Testo di – FRANCESCO PIERACCINI

 

VISITORS

 

Rendere la musica una forma d’arte figurativa.

Questo è l’obiettivo dichiarato da Ragnar Kjartansson, artista islandese, nell’intervista realizzata in occasione della mostra appena conclusasi ad Hangar Bicocca, The Visitors,che propone al pubblico l’omonima installazione.

Camminare all’interno di quest’opera dà la sensazione di immergersi in un fluido, una zona del reale caratterizzata da un diverso stato della materia; questo non solo grazie alla particolare illuminazione e disposizione dell’allestimento ma, più di ogni altra cosa, grazie al suono.

The Visitors consiste in una vasta video-installazione da nove schermi, ognuno di essi concepito apparentemente come a sé stante, con la propria specifica traccia audio.

Ciascun video mostra un musicista, inquadrato con telecamera fissa all’interno di una stanza, intento ad interpretare un brano musicale, che rappresenta il primo elemento di congiunzione tra gli schermi dell’installazione. Infatti scopriamo immediatamente come la canzone sia la stessa per ogni monitor: ciascun artista sta eseguendo la propria parte, quasi come in una registrazione studio – tutti  indossano delle cuffie con cui sentire l’esecuzione dei compagni-.

La proiezione contemporanea d’altronde ci impone di ascoltare la canzone nella sua interezza, dato che l’audio è liberamente diffuso nella sala ed è impossibile concentrarsi sul sonoro di un singolo video.

Il secondo elemento di congiunzione dell’installazione lo scopriamo nella parte finale delle proiezioni, dove i performer uno alla volta si alzano e abbandonano la loro stanza per raggiungere gli altri musicisti, rivelandoci che l’esecuzione è avvenuta nelle sale della stessa villa in contemporanea (cosa di cui si ha il presentimento già dal principio, ma di cui solo adesso possiamo esserne certi).

In un clima di amicizia e allegria la comitiva si raduna in un solo schermo che inquadra l’esterno della villa e, durante l’unico piano sequenza con telecamera mobile dell’opera, il gruppo si allontana verso la campagna che circonda l’edificio. Nei sessantaquattro minuti di proiezione le parole della canzone (Feminine Ways), cantate dagli interpreti, attraversano lo spazio:

A pink rose
In the glittery frost
A diamond heart
And the orange red fire
Once again I fall into My feminine ways
You protect the world from me As if I’m the only one who’s cruel You’ve taken me
To the bitter end
Once again I fall into My feminine ways
There are stars exploding
And there is nothing you can do.

 

L’opera è stata girata all’interno di una villa in America e il gruppo di musicisti è composto Kjartansson -che nel video suona la chitarra in una vasca da bagno, simpatica interpretazione dell’artista bohémien – e da otto suoi amici, tra cui noti musicisti islandesi.  Il testo della canzone è invece tratto da una poesia dell’ex moglie dell’artista, Ásdís Sif Gunnarsdóttir. Tutti dettagli questi che contribuiscono ad approfondire la nostra scoperta delle connessioni che legano indissolubilmente le componenti dell’opera.

Come annunciato dall’artista, il suono fa da padrone, influenzando aspetti dell’opera propri dell’arte visiva. La cosa più sorprendente è l’aspetto “architettonico” che il suono sviluppa nello spazio.

Per prima cosa esso determina lo spostamento del pubblico tra le proiezioni, connettendo le con corridoi invisibili: dato che ogni video possiede un sonoro autonomo, è normale che nei momenti della canzone in cui un singolo musicista ha una pausa,  lo spettatore venga attratto dagli altri schermi per sentire meglio la canzone, soprattutto nella parte finale quando gli artisti  li attraversano, creando una progressiva concentrazione della melodia.

Tuttavia il lavoro di architettura sonora che davvero mi affascina lo si può notare se consideriamo l’opera su scala maggiore, prendendo in considerazione anche lo spazio esterno, come l’atrio dell’Hangar.

Ancora prima di superare la porta che separa la sala d’ingresso dal vero e proprio spazio espositivo, la musica malinconica e sognante di Feminine Ways ci accoglie in lontananza, creando prima un senso di attesa e, a visita conclusa, di malinconia, come se l’opera continuasse ad essere presente.

E’ una sensazione che ricorda la costruzione dello spazio delle prime chiese cristiane, strutturate affinché il fedele venisse accolto verso una dimensione trascendente per gradi, attraverso una progressiva successione di spazi sacri: il cortile d’ingresso, le navate e l’abside, divisa dal resto della chiesa tramite il tramezzo.

L’ultimo cenno sull’opera lo riservo al titolo: perché The Visitors?

E’ vero che i performer sono di fatto dei “visitatori” della villa, tuttavia la ragione di questo nome (che avrebbe potuto essere un banale Feminine Ways) è piuttosto da attribuire, come indica lo stesso artista, all’ultimo e omonimo album degli ABBA. Kjartansson nutre una certa affinità con il gruppo svedese per la “profonda melanconia sotto lo strato spettacolare e sontuoso della loro storia” ed ancora di più trova delle affinità tematiche tra l’album e la sua opera. Ambedue parlano del divorzio (ricordiamo che le parole della canzone sono dell’ex moglie) e dell’isolamento dal mondo, tant’è che  nella copertina dell’album gli ABBA sono ritratti in una casa abbandonata. Quest’ultimo legame dà luce ad un’interpretazione dell’opera: la villa in cui si ambientano le riprese è come un rifugio atemporale, dove riprendersi dagli affanni del mondo non in solitudine, ma grazie ai legami e gli affetti delle persone care con cui si condivide questo spazio spirituale.  

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