Testo di – LORENZO VERCESI

 

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Bolzano, prima di una lunga e triste serie di domeniche di pioggia. Museion, museo d’arte contemporanea, pochi metri dal centro cittadino, un edificio sobrio, diretto nella sua essenzialità. Al secondo piano uno spazio che molto lascia al vuoto; ben illuminato, panoramico, l’esposizione non opprime, ma libera. Una concezione di spazio museale leggermente differente: il visitatore fa ingresso in un ambiente architettonicamente elegante, ma non esoso, ospitante alcune opere, ma senza che queste riempiano lo spazio rendendolo colmo e irrespirabile.

Per l’esposizione di Tatiana Trouvè, maestra dell’ossimorico e del dialettico, il museo di Bolzano ha trovato un’interessante soluzione che permette al visitatore di immergersi subito nell’atmosfera del duplice, del neroebianco, del luce e tenebra: quando si fa ingresso al secondo piano la mente è pronta a entrare in uno spazio museale tradizionale, occupato ordinatamente e densamente dalle opere esposte, che minuziosamente gli occhi si appresteranno ad osservare. Ma qui a Bolzano le cose funzionano diversamente. Le opere sono disposte in maniera casuale, sparse per una stanza ampia e spaziosa, ciascuna ritagliandosi il giusto spazio per essere contemplata senza annaspare. Si entra quindi già nella mentalità della dialettica fra opposti: poche opere, di ridotte dimensioni, accolte da uno spazio immenso, che insieme pare inghiottirle e farle risaltare.

L’esperienza si configura immediatamente come alternativa, rapidamente l’iniziale spaesamento si coniuga ad una curiosità genuina, di nuovo generando un mix di sensazioni contrastanti, ma in armonioso accordo. La trovata è ottima, l’efficacia ne risulta potenziata, ecco che la Trouvè allestisce già il suo discorso estetico, ancor prima che il visitatore abbia avuto modo di osservare da vicino le singole opere.

La poetica di quest’artista si impone all’occhio del visitatore come un elogio dell’opposizione, di fatto creatrice e generatrice, madre di ogni concetto. La dimensione del dialettico, dell’incontro scontro, si palesa attraverso l’utilizzo di un espediente in apparenza molto semplice, ma effettivamente rivoluzionario nelle sue forme espressive: leggerezza che reca peso, apparenza che nasconde un’alterità che si svela improvvisamente, in uno stridere fluido e dinamico che interdice e poi chiarisce. La forma attraverso cui si realizza tutto questo è l’uso di materiali pesanti, come il marmo per la raffigurazione-trasfigurazione di oggetti estremamente leggeri, come imballaggi di cartone o valigie da viaggio, rivelando senza irriverenza che nulla è come appare, che labile è il confine fra sembianza e sostanza, ma fondamentale. È quella stessa dialettica leggerezza-peso di cui parlava Calvino nelle sue “Lezioni americane”, nel capitolo dedicato, appunto, alla Leggerezza, esemplificata in maniera semplice ed elegante nella rappresentazione di oggetti la cui materialità mendace si fa testimone di una realtà sottostante di ordine differente, dietro ad un sostrato di immediata percezione dorme una linfa che rivela la loro reale natura, spesso sfuggente ad un’osservazione che non diventi vero e proprio sguardo.

 

Tatiana Trouvè gioca con una materia che ha radici antichissime, ma riesce a trattarla in modo originale e innovativo, trasmettendo quel sano sentimento d’incertezza che, successivamente, conduce ad una nuova ricerca, impedendo di accontentarsi di ciò che è di semplice approdo. Con delicatezza e sobrietà quest’artista ci invita a riappropriarci di una grammatica dello sguardo, che superi e sublimi la logica dello stomaco, del ventrale, del superficiale, per accettare il continuo divenire e trasformarsi di una realtà sempre in movimento, che conserva una molteplicità che non merita d’essere ridotta o dilaniata dall’appiattimento del quotidiano.

C’è in questa concezione un impeto vitale che recalcitra al volersi adagiare alle facili illusioni del vivere, un anelito di verità, di continuo mettere in discussione e rivalutare, un invito all’anima dell’uomo a non aver paura di rinnovarsi, di rimettersi in gioco. Ed è un invito che vale la pena di cogliere, un’alternativa alle fievoli promesse del nostro tempo, che l’uomo che lo abita dovrebbe avere il coraggio e lo spirito di rinnovare, di ricreare, plasmando, come Tatiana Trouvè ha fatto con il marmo, una nuova realtà che sia sostanza e non apparenza. Se esiste una via da seguire, certamente è questa.

 

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