Testo di – VITO PUGLIESE

 

Questa fashion week è stata ricca di sorprese, dinamica e anche, per alcuni profili, inaspettata.

Si sa, la stampa, soprattutto quella estera, è stata critica nei confronti delle ultime prove della moda italiana, talvolta a buon diritto, talaltra un po’ meno. Comunque forse fashion week come questa, sembrano voler confermare che il fashion system ha ancora uno dei suoi centri nevralgici in Milano.

Questo non significa che la nostra creatività sia la migliore in campo o che i nostri designer, per quanto talentuosi, non abbiano ancora tanto da imparare. C’è tanta strada da fare, però la bussola non è smarrita.

Le sfilate che, secondo noi, più hanno smosso le acque sono solo alcune e sicuramente meritano una menzione espressa.

Versace ha smorzato i toni: dopo le soldatesse dell’ ultima collezione, queste sono pantere da metropolitane. La sfilata è lunga, i pezzi variano e la prova è notevole. Si mantiene una sensualità castigata, eppure visibile.

VERSACE 2

La donna Versace sceglie colori accesi, ma non sgargianti, e forme che rispettano il suo corpo. Apprezzabile lo sforzo di non perdere quella regale aggressività, che Gianni maneggiava con maestria assoluta e che Donatella riadatta ai tempi che corrono, rendendola immortale appunto. Interessanti, non soltanto mediaticamente, le ultime collezioni di Versace perché dimostrano che il brand non vive solo di ricordi di tempi andati.

VERSACE

Jil Sander rimane l’apice del minimalismo più puro. A tratti impalpabili, le donne di Paglialunga indossano maglioni lucenti in lurex, cappotti in materiali plastici e bluse di seta finissima, più simili a lingerie che non a daywear. Le musiche martellanti e incalzanti che hanno accompagnato la sfilata facevano da accompagnamento naturale a questa venere urbana, che nel suo imperterrito tentativo di scomparire tra la folla, emerge per la sua sobrietà radicale e rigorosa. Basse code di cavallo che non distraggono lo spettatore dall’abito, soggetto centrale della sfilata, di cui si nota la manifattura e il filato. Gonne longuette, pull abbondanti, bluse leggere e occhiali robotici hanno contribuito a dare un’immagine di distacco, di composto disinteresse per il mondo circostante.

JIL SANDER 2

Paglialunga ha dichiarato di essere stato influenzato pesantemente dall’espressionismo tedesco cinematografico nell’elaborazione di questa collezione e infatti i temi chiave di questa corrente artistica sembrano aver preso vita attraverso gli abiti: le ombre sfumate e sinistre, l’ atmosfera tenebrosa e il gusto per il misterioso. Tutto viene rimaneggiato con un amore per la semplicità che non conosce confini. Puntuale ed estremo.

JIL SANDER

 

Marni vede stravolte le forme e, con una paletta colori d’eccezione, sbigottisce chi si sofferma ad osservare gli abiti. Maniche a palloncino, mantelle esageratamente corte, fantasie da carte da parati, e tagli sagomati, maxi trench con mai bottoni e maxi cinturoni: queste le pecliarità che più saltavano all’ occhio. Tutto ci accompagna in un mondo parallelo, che però non è poi distante dal nostro, fatto di contrasti e di atmosfere oniriche.

MARNI

Una storia, quella di Marni, strana per essere italiana: tutto è basato sulla scomposizione e non sulla composizione. Più spoglio e più baroccamente minimale è sicuramente più bello. Castiglioni non si sofferma mai sulla componente emotiva della sua collezione, su ciò che l’ ha spinta a realizzare un certo tipo di capi, questa volta nel backstage ha rivelato alla stampa, quasi timidamente, semplicemente che cercava qualcosa di romantico, che fosse anche moderno. Che dote meravigliosa la sintesi.

MARNI 2

 

MSGM si affaccia con curiosità alle proposte del nuovo street style europeo, di cui certi nuovi brand emergenti sono baluardi. Colorata, come di consueto, questa sfilata ha mischiato un numero imprecisato di elementi con fretta e foga. Il risultato finale però sembra funzionare.

MSGM 2

Giorgetti fa una precisa scelta di campo e questo show è la sua dichiarazione: il suo brand è per giovani che hanno una presenza massiccia sui social e che non si accontentano dei trand che provengono dalle passerelle, ma guardano anche alla strada.

MSGM

 

Miuccia Prada apre uno scenario sul variegato e pittoresco mondo della vagabonda: che può essere chiunque e invece non è nessuno, che occupa marginalmente gli angoli delle nostre strade affollate e che noi non notiamo, anche se nelle nostre metropoli occidentali è una presenza fissa. La vagabonda di Miuccia è d’ altri tempi ed è vagabonda ad un livello spirituale prima ancora che fisico: non è una donna che ama la stabilità, anzi si nutre di contrasti.

PRADA

La sfilata della scorsa settimana è stato un maestoso esempio di creatività dell’ orrido, di gusto per il brutto, di spettacolarizzazione dell’ infimo, insomma è stata sublime perché assolutamente confusa e confusionaria. Alcuni la definirebbero esteticamente inguardabile e l’ obiettivo ultimo era proprio questo: innescare una rivoluzione massimalista del difetto. Prada ha ridato voce allo sgraziato, all’ imperfetto, allo sproporzionato e in questo c’è un esistenziale messaggio di speranza.

PRADA 2

 

Damir Doma è perentorio e non si smentisce: la sua donna smunta e scavata è post-apocalittica e indossa colori scuri, come se portasse un lutto perenne.

DAMIR DOMA 2

Non esistono generi definiti o definibili in questa palude di oscurità. I capi però non hanno nulla di melanconico e triste, sono anzi studiati e creano effetti voluti di straniamento, come fossero costumi di scena da teatro Beckettiano. La spiritualità incontra la moda e lo strano matrimonio viene officiato dal designer croato.

 

DAMIR DOMA

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