Testo di – CAMILLA MASTRANTUONO

 

Avete presente quelle sere malinconiche in cui l’unica cosa che vi passa per la testa è mettervi a guardare le gocce di pioggia che si staccano dai tetti o rispolverare vecchi album di ricordi?

Se siete invischiati in questa sorta di limbo tra desolazione, attesa e nostalgia del passato, Non ora, non qui è proprio quello che fa per voi.

Un viaggio attraverso un’infanzia lontana eppure avvertita come presente, filtrata attraverso il vetro del finestrino di un autobus.

Due sguardi che non si incontreranno mai.

L’incomunicabilità che solo le vittime di un cordone ombelicale spezzato possono arrivare a comprendere.

Fa da cornice la Napoli del dopoguerra, smagliante pur nella sua miseria. A riempiere i vicoli più squallidi ed angusti le grida di bambini che ancora non sanno, e forse non sapranno mai, qual può essere il loro posto nel mondo e già smettono di chiederselo. A sfamare un popolo avido di vita, l’immensità e il sorriso che sembra formare il mare. Mai golfo più perfetto si fermò a tratteggiare la natura.

Il piccolo Erri sentiva di aver trovato proprio lì la sua dimensione, tra la macerie di una società che chiedeva giustizia ed una famiglia impegnata nel riscatto da un passato doloroso più che a guardare negli occhi suo figlio.

Non chiedeva nulla di più per se stesso quasi mettendo in atto una sorta di principio di autocompensazione, come per la storia della balbuzie. Accettava questo suo difetto convincendosi della storia che gli veniva raccontata da piccolo, sugli angeli che toccano la bocca dei neonati e credeva che probabilmente nel suo di caso, l’angelo ci fosse andato gran poco leggero. Motivo di silenzi ed incomprensioni ma anche estremo baluardo e difesa nel momento in cui qualcuno avesse voluto privargliene. Un po’ cicatrice un po’ balsamo.

Ha sempre conosciuto, lui, l’esistenza del male. Lo sguardo fiero e disincantato della madre non gli ha mai chiuso il terzo occhio sul mondo. Gli ha trasmesso il senso di compassione come quello di collera, che a quell’epoca viaggiavano a bordo della stessa barca.

Sin dall’età più tenera aveva sperimentato l’umiliazione, la perdita di un amico e della sua ombra dietro la quale nascondersi, il dolore della consapevolezza che si vive di attese, di risposte senza neanche poter domandare e dinanzi a tutto questo aveva placidamente scelto di rassegnarsi, ma non di fronte alla casa di cristallo che qualcuno stava scegliendo di edificare e riservagli come eredità per un destino futuro.

Uno spaccato di vita.

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La potenza dell’evocazione che solo una fotografia scattata da un padre a cui tutto ad un tratto è stata strappata la possibilità di farlo di nuovo, può richiamare.

Un fiume di parole che vorrebbero colmare la distanza tra due generazioni, le domeniche trascorse in silenzio, come anche quelle riempite di rimproveri, di promesse mancate o rari sereni lampi di sorrisi, ma ci riesce solo in parte.

L’arrovellarsi delle meningi nel cervello alla ricerca del fanciullo nell’uomo o forse già dell’uomo nel fanciullo.

Prima di Lotta continua, prima di aver masticato la polvere e respirato la solitudine dei volti muti nella sala di un Tribunale, ecco il vero volto di Erri de Luca.

“ Parlare è percorrere un filo. Scrivere è invece possederlo, dipanarlo”  scrive lui, e confermo che l’abilità con la quale questo autore si lascia dietro ma al contempo riannoda le fila dell’esistenza è davvero impeccabile.

Lettura caldamente consigliata ad attoniti osservatori, curiosi e nostalgici.

 

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