Testo di – CLAUDIA ROMA

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Il sonno è stato recuperato, i vestiti sono stati asciugati, il ricordo si è definitivamente fissato. Così mi sento di riassumere, a una settimana dalla fine, l’esperienza di Home Festival 2018. Un’esperienza piena di emozioni, ma che soprattutto nei diversi anni si rivela ogni volta nuova.

Le aspettative erano certamente molto alte, alcune sono state confermate e addirittura superate altre hanno, per forza di cose, dovuto cedere alla realtà dei fatti. Parto da un paio di notizie non proprio positive che mi hanno accolto sabato primo settembre: Eric Prydz, uno degli headliner della serata, annuncia sui suoi profili social che non potrà partecipare per motivi di salute e, come per tutto il weekend, è prevista pioggia (torrenziale per di più).

Quando ti organizzi per andare a un festival, però, difficilmente ti tiri indietro. Allo stesso modo si comporta l’organizzazione dell’evento, pronta ad ogni imprevisto.

La perdita in cartellone di un headliner ormai è pane quotidiano di qualsiasi evento massivo e quindi niente, ce la siamo (come si suol dire) messa via, e dalla sua parte l’organizzazione ha gestito molto bene la comunicazione anche attraverso i pr trevigiani di cui si avvale, scusandosi nel massimo rispetto degli avventori del festival.

Per quanto riguarda la pioggia sono stata piacevolmente sorpresa. I concerti si susseguivano tra un tendone coperto e l’altro, quasi qualcuno si fosse organizzato con la pioggia per fermarla nei momenti di spostamento. Innegabile chiaramente è la difficoltà provata durante il concerto di Afrojack (l’unico che ho seguito all’aperto durante la serata), continuamente intervallato da scrosci d’acqua di notevole portata. Ma in definitiva l’ho trovato quasi un elemento in più, quel qualcosa tipo Woodstock che forse non si proverebbe in condizioni normali.

E poi gli artisti… Un quadro prefetto (e relativamente completo) è stato dipinto per gli amanti del genere di Frah Quintale, Carl Brave x Franco 126 e Cosmo che di fatto si muovevano in massa da un palco all’altro per seguire le esibizioni di cantanti che non spesso hai l’occasione di ascoltare in una sola sera. Nel corso di sabato 1 era possibile ascoltare, e vedere, anche personaggi come la Dark Polo Gang, M¥ss Keta e Cimini. Anche i Tauro Boys + Tutti fenomeni ce li siamo persi per la pioggia.

La line-up si è dimostrata, per certi versi, ancora superiore degli anni scorsi, da un lato per un semplice fattore di notorietà degli artisti, dall’altro per la coerenza artistica tra un cantante e l’altro. Assolutamente apprezzabile è la decisione di inserire in scaletta non solo artisti di fama mondiale, ma anche tutta quella parte di indie-pop che difficilmente entra nei palinsesti radiofonici.

Doveroso è sottolineare come esibizioni come quella di Cosmo, che io definirei il mago del sintetizzatore (notoriamente ne utilizza due durante le sue performance), hanno fatto assaporare un’atmosfera internazionale al panorama della musica italiana “emergente”, se ancora così si può chiamare.  Il crowdsurfing poi, di cui Cosmo è professionista indiscusso, è una delle cose sempre meno vista ai concerti, ma di enorme fascino, lui vince sicuramente il premio “personalità artistica più forte”.

Diciamo dunque che la delusione per essermi persa l’esibizione di Elettra Lamborghini (che non risulta chiaro se si sia presentata o meno) è stata sopperita dall’apparizione di Frah in “Chapeau” con Carl Brave. Per Francesca Michielin bisognava aspettare la sera successiva invece, come per Caparezza e Lo Stato Sociale.

Molto apprezzata, come sempre, la serata di apertura gratuita totalmente brandizzata Aperol, nella quale ospite principale sono stati Ermal Meta, le Vibrazioni e i Rumatera.

Unica pecca? Spritz buoni, panini non altrettanto: magari sarebbe interessante sperimentare un po’ di più anche dal punto di vista enogastronomico in un festival dinamico come questo.

Riassunto dell’esperienza? Una figata!

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