Testo e intervista di—PILAR PEDRINELLI

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“Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può.” Era così che il protagonista James Gatz, meglio conosciuto come Jay Gatsby, rispondeva a Nick Carraway, voce narrativa di Francis Scott Fitzgerald. Il regista Baz Luhrmann sembra incarnare alla perfezione la sua sceneggiatura dunque, e il passato si ripete. “Il Grande Gatsby”, infatti, sta per tornare nelle sale per la quarta volta nella storia del cinema, accingendosi ad affrontare non solo l’ormai nota critica “un film non vale un romanzo”, ma anche lo spauracchio della coppia di predecessori Jack Clayton-Francis Ford Coppola. Dopo continui slittamenti della data d’uscita, finalmente, il 10 maggio 2013 se vi trovate in America o il 16 se siete rimasti in patria, potremo perderci nello sfarzoso mondo dell’America dei primi anni ’20, tra jazz, feste, il sogno americano e la tragicità di quando il destino si vuole costruire a tutti i costi. Il film inaugurerà, un giorno prima dell’anteprima italiana, il sessantaseiesimo Festival di Cannes con gran gioia di Luhrmann che, al momento dell’annuncio della notizia, ha dichiarato «…per tutti quanti hanno lavorato su Gatsby è un grande onore fare l’apertura di del Festival più importante del mondo. Sono molto fiero di ritornare in un paese e in un festival dove si sono sempre mostrati generosi nei miei confronti. E sono felice che il film sarà proiettato non molto lontano da Saint Raphaël, dove Scott Fitzgerald ha scritto alcuni dei passaggi più forti e commoventi del suo romanzo straordinario». Le premesse sono dunque straordinarie, e il cast è di quelli che si riservano a quei film immortali, di cui tutti parlano, di quelli che non puoi non aver visto. Leonardo DiCaprio, reduce dall’incredibile performance di “Django: Unchained”, succede a Robert Redford e Carey Mulligan a Mia Farrow per riformare la coppia di protagonisti del romanzo mettendo di nuovo in scena il loro amore, perso, ritrovato e poi di nuovo perduto. È un ambizioso progetto quello che la produzione si è prefissata: dare voce a chi è ritenuto da molti uno dei più grandi scrittori della cosiddetta “Generazione Perduta”. Voce che deve essere filtrata attraverso un linguaggio, come quello cinematografico, che sembra, ci insegna Christian Metz, così facile da comprendere e per questo tremendamente difficile da spiegare. Non è impresa facile, ma neanche impossibile. Il film s’inserisce nella serie di tentativi ammirevoli di riavvicinare le persone alla grande letteratura, allo sfogliare voracemente un libro per riuscire a vivere più vite e poi applaudire in silenzio rigirandoselo tra le mani quando inaspettatamente si è già arrivati all’ultima pagina. La versione cinematografica di Anna Karenina, diretta da Joe Wright, rappresenta al meglio uno di questi sforzi, collocandosi tra le più recenti e riuscite riconciliazioni. Luhrmann, dunque, ci dà un’ottima scusa per prenderci una pausa e tuffarci in uno dei capolavori della letteratura americana, presentato da Thomas Stearns Eliot come “il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James”.

Eccone un assaggio.

«Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai uscito di mente. “Quando ti vien voglia di criticare qualcuno” mi disse “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.” Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati.»

Un uomo che ha tempo per guardare i granelli delle stelle in una notte estiva e contempla la luce verde oltre la baia, solo con il proprio sogno, la nostalgia infinita di un tempo e di un sorriso posseduto un giorno, cinque anni prima: questo è Gatsby, questo è Fitzgerald. Quale occasione migliore, quindi, di questo film e della sua attesa per lasciarci trasportare, dal libro da cui nasce, nel traffico di persone e automobili di lusso, vitalità e storie che s’intrecciano, solitudini terribili, emarginazione e povertà e ancora ipocrisia e personaggi che credono ostinatamente nell’amore, anche quello che autodistrugge. Meno di 200 pagine per sognare un po’ in anticipo, aspettando quel 16 maggio, quando affonderemo la mano nei popcorn, condivideremo caramelle con qualcuno o resteremo in silenzio con il cuore che batte, per l’impazienza o per la persona con cui condivideremo questo momento. Allora avremmo già messo da parte il segnalibro, per lasciare che le luci si spengano, quando si va in scena. Allora avremmo già girato l’ultima pagina, sapendo che il mondo odierno deve restare fuori per fare posto all’America inarrestabile, il luogo e l’epoca sogno anche di chi non crede di averlo. Allora, ma solo allora. Nell’attesa di vedere, dunque, leggiamo e immaginiamo.   

 

 

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