Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

 

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Tornano al cinema più mostruosi, divertenti e carichi che mai: Monsters University è il prequel del famigerato Monsters&co. che aveva commosso grandi e piccini con la storia di due mostri e una bambina, finita nel loro mondo, da riportare in salvo. Ma in casa Pixar non ci si accontenta di narrare storie a sé stanti e si è deciso di accontentare il gran numero di spettatori del classico targato Disney con una continuazione, ma… all’indietro. Si ritorna a quelle che furono le origini di Mike Wazowsky e James Sullivan, che nella città di Mostropoli lavoravano per produrre energia attraverso le urla dei bambini che spaventavano, tornando indietro al momento della loro iscrizione all’università e a tutte le vicende che l’hanno accompagnata.

 

Se Monsters&co. è stata la storia di come risolvere i problemi con l’aiuto di veri amici, Monsters University è una storia più individuale, ma altrettanto istruttiva. Il contesto del college permette agli ideatori della pellicola di calarsi in quella che è la mente di un adolescente di tutti i giorni a contatto con la vita difficile e variopinta dell’università.

Ci sono le associazioni studentesche, ovviamente divise in base a quelle più in e più out, ci sono le confraternite, le feste per conoscere una nuova fiamma, ma soprattutto c’è l’importanza di sentirsi accettati e rispettati dal resto dei coetanei.

Molto di più, c’è la storia di due casi opposti: Mike, che studia con costanza sfidando le proprie possibilità e inseguendo il sogno che aveva fin da bambino, e Sullivan, che sa di avere tutte le carte in regola per essere un vero mostro e che proprio per questo non si pone degli obiettivi, si abbandona al fatalismo, cosciente della propria predisposizione naturale e della vittoria facile.

 

Sicuramente un mondo come quello dell’università non è una passeggiata se consideriamo la tipicità di un personaggio come Mike Wazowsky, che riproduce le fattezze di un comunissimo ragazzo al di fuori dei più ricercati canoni di bellezza e, in questo caso, di “spavento”, dettati dal mondo universitario. Ma nonostante questo, ciò che la pellicola fa emergere con estrema evidenza è qualcosa di fondamentale e che tutti dovremmo prendere ad esempio quando intraprendiamo un percorso: abbiamo dei limiti, ma l’impegno, la costanza e la determinazione ci fanno arrivare al confine massimo con essi, fino a toccarli da vicino.

 

Questo risulta il filo logico centrale della vicenda, che si snoda principalmente sulla figura di Mike che, dovendo dimostrare il proprio talento ed essendo stato espulso dal college assieme a Sullivan per uno sbaglio commesso, partecipa alle Spaventiadi, competizioni a squadre in cui deve superare delle prove che designeranno i vincitori come i migliori mostri dell’Università.

Questo dà il via ad una serie di scene comiche ed esilaranti, dovute al fatto che la squadra dei nostri mostri protagonisti non è esattamente l’ideale della forma “spaventosa” richiesta, ma nonostante ciò, questo dream team riesce a superare tutte le prove fino alla fine, anche se sull’ultimo c’è chi commette un passo falso (di cui non vi lasciamo notizia per non rovinarvi il piacere di vederlo).

 

Questa storia non ha un finale scontato, Mike non può effettivamente diventare il re dello spavento, semplicemente perché non è nella sua natura esserlo. Ma il messaggio che passa non è questo, perché ciò che conta è che, nonostante questo, niente lo può fermare: i limiti imposti dalla natura li corrode con lo studio, la dedizione, la voglia di vincere e il non pensare mai, mai, mai di non potercela fare.

È questo che rende un personaggio banale un eroe, e così lo studio d’animazione Pixar ha mitizzato chi vuole fare della propria ordinarietà un trampolino di lancio per spingersi quanto più lontano possibile da ciò che banalmente compie, per arrivare oltre. Mike non raggiunge ciò che non gli è concesso, ma arriva fin dove può, senza mezze misure, con ottimismo e tenacia, quella che manca alla maggior parte di noi, spesso poco stimolata nel raggiungere obiettivi.

 

Ancora di più quello che ci rimane alla fine della visione è anche un senso di importanza della condivisione e del fare team: Mike non avrebbe sentito di aver raggiunto il suo obiettivo se non avesse visto la propria forza riflessa negli occhi dei suoi compagni. Il sapore della vittoria è anche la fatica di un percorso comune affrontato insieme, mentre individualmente ognuno costituiva un unicum incapace di agire con forza di volontà, determinazione o convinzione; è stato il dividere fatiche e sogni insieme a dare un quid in più ad una squadra che, altrimenti, mai avrebbe fatto la differenza.

 

È curioso notare come un ragazzino possa imparare qualcosa di fondamentale da questo film che apparentemente dovrebbe solo suscitare una risata. Oltre al sorriso sulle labbra, lo spettatore ha la possibilità di intercettare un’immagine ricorrente: quella di Mike che non si lascia mai sopraffare da chi non crede in lui. Accetta continuamente critiche, derisioni e beffe, col sorriso sulle labbra, il sorriso di chi invece di demordere, come gli altri vorrebbero, crea con l’odio altrui la scalata della propria vittoria. E anche se non potrà mai vincere effettivamente, ha vinto sotto ogni altro punto di vista, perché i suoi compagni di squadra ammirano la sua perseveranza, vorrebbero avere la sua sicurezza, lo idolatrano come chi, nonostante abbia mille motivi per lasciarsi andare, ne trova mille-e-uno per andare avanti. Con la testa bassa e gli occhi (o un occhio come in questo caso…), fissi sull’obiettivo. E come gli dirà Sullivan alla fine: “Hai vinto, non perché fai paura, ma perché non ti fa paura niente”.

 

Pixar non ha sprecato male la sua cartuccia della continuazione del precedente Monsters & co., e,  nonostante non si possa superare l’originale, il film è davvero ben riuscito senza alcuna ombra di dubbio. Il prequel, rispetto al precedente, supera le tematiche più “sentimentaliste” che avevano caratterizzato i Sullivan e Mike originali addolciti dalla piccola Boo, e ritornano all’era giovanile fatta di parties e vicende universitarie.

 

Colpiscono in particolar modo le atmosfere da college movies tipici degli anni ’80 e l’esasperazione dell’elemento “mostruoso”, estremamente evidente nella parte iniziale del film in cui, all’arrivo di Mike in università, si viene bombardati da un mondo fantastico in cui ogni componente spaventosa è elevata a potenza per garantire l’impatto visivo e psichico sullo spettatore, portato davvero a ritenere la Monster University la Harvard del mondo di queste strane creature colorate e multiformi.

 

Tutto, nell’ambientazione, è curato nei minimi dettagli e Pixar non trascura neanche un particolare. Inoltre l’illuminazione è resa molto più realistica grazie all’utilizzo di una tecnica innovativa chiamata “illuminazione globale”. Sicuramente viene continuata la serie di scene esilaranti che vi faranno sbellicare dalle risate, degne del film originale.

 

Che cosa aspettate, dunque? Fatevi sommergere da un’allegria da urlo… e che lo spavento sia con voi!

 

 

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