Testo di – VIRGINIA BISCONTI e PILAR PEDRINELLI

 

Nelson-Mandela-stato-vegetativo

 

“È la nostra luce, non il buio che ci fa paura.”

                                                                                               Nelson R. Mandela

 

Chissà se esiste il destino, se qualcuno sa già chi siamo e soprattutto dove stiamo andando. Sono domande che prima o poi invadono emisfero destro e sinistro del nostro cervello, accomunando il sentire creativo e il pensiero razionale, interrogativi che abbattono le frontiere tra numeri e pittura. Ognuno ha la propria risposta, ma chi ha dato il nome a quello che sarebbe diventato punto di riferimento di generazioni, sicuramente avrà sorriso quando ha avuto la sua. Nelson Rolihlahla Mandela, letteralmente: colui che provoca guai. Così sarebbe stato per i successivi nove decenni, sempre per la giusta causa.

A soli 22 anni Mandela cominciò ufficialmente ad appropriarsi del suo nome, quando ad una strada asfaltata e ad un futuro deciso dalla sua tribù preferì la libertà di scelta e un campo che portava a Johannesburg.

 

Qui cominciò a distinguersi. Gli anni ’60, in Sudafrica, erano gli anni dell’egemonia del governo di etnìa bianca, in cui la segregazione razziale era la prassi, in cui si era stranieri in terra straniera, e la parola apartheid risuonava ad ogni orecchio, era scandita da ogni bocca. E mentre il resto del mondo sbadigliava ossimoricamente meravigliato, osservando Gagarin fluttuare nello spazio; iniziava la costruzione dell’ennesima barriera, il muro di Berlino; il vecchio zio Sam radunava i propri nipoti per scagliarli verso il Vietnam; Mandela, nel 1961, prendeva il coraggio a due mani e si dedicava alla lotta armata, si preparava a dar voce alla maggioranza nera sudafricana, rivendicandone i diritti politici e sociali. In nome di un ideale: la Libertà.

 

Il prezzo della libertà divenne però il suo opposto. Era il 1962 quando venne condannato all’ergastolo, la più gravosa delle pene. Condannare un uomo come Mandela, privandolo dello stesso slancio che è stato chiave di volta della sua vita, non significa solo negarne la libertà, ma soprattutto imbavagliare e dimenticare in una cella la voce del Sudafrica. Ma anche quando gli fu concessa la “libertà”, Mandela rifiutò. Si trattava di una libertà condizionata. Le serrature di quella cella sarebbero scattate se e solo se avesse rinunciato alla lotta armata. Era il febbraio 1985, ed il futuro Presidente del Sudafrica aveva già trascorso 23 anni nella cella 46664, a Robben Island. Ne sarebbero dovuti trascorrere altri quattro, di anni, prima della scarcerazione.

Quella cella è e rimarrà sempre un simbolo: il simbolo di una lotta silenziosa, tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata. Dalla finestra della 46664, qualche giorno fa, il mondo si è lasciato osservare anche dal Presidente Barack Obama. Di certo il profilo del Sudafrica, ed il suo panorama, sebbene la finestra sia la stessa, è cambiato. Della prigione di massima sicurezza di Robben Island, a largo di Cape Town, non resta che un museo a cielo aperto: una delle tante cicatrici sul volto del Sudafrica. La testimonianza di tenaci sacrifici e di privazioni di cui Mandela si è sempre fatto carico, sopportati in nome di quello che secondo lui sarebbe dovuto essere un mondo migliore. Un mondo che poteva e doveva esprimersi, in tutti i colori.

 

Un senso di libertà, dunque, strettamente correlato alla volontà. Combinazione fortemente rischiosa, ieri come oggi, che qualcuno, però, ha ancora il coraggio e la voglia di addossarsi. Come la Senatrice democratica del Texas, Wendy Davis. In una società che non è disposta a concedersi neppure cinque minuti per tirare il fiato, la Senatrice inchioda l’audience per 11 ore, prendendo saldamente il testimone. La Davis, rompe qualsiasi paradigma, rimane immobile sul suo podio, impedendo con il suo discorso-maratona l’approvazione di un disegno di legge che avrebbe reso quasi impossibile l’aborto, con la chiusura di gran parte delle strutture in cui si pratica l’interruzione di gravidanza.

 

Ed ora? Da sempre, ed anche ora, quello stesso slancio che ha animato Mandela bussa alle nostre porte. Non ci sono celle, forse non visibili. Non ci sono numeri su pesanti porte blindate, né finestre sbarrate, dalle quali sbirciare il cielo, per sospirare e desiderare. Non è forse vero che tutto ciò che desideriamo è a portata di mano? Sembra quasi scontato il nostro libero arbitrio. Non necessitiamo di alcun permesso, siamo noi stessi a definire i nostri stessi limiti e possibilità. Ma è davvero così scontata, davvero così ovvia, questa nostra libertà? Romano scrisse: “Bella, più bella nel sogno. Quanto t’amai, libertà, quando non c’eri”. Bisogna davvero essere feriti, per rendersi conto che si è capaci di respirare? Sembra quasi che abbiamo disimparato a metterci in discussione, come se ci fossimo atrofizzati. Se ci fosse strappata, quella libertà, quanti sarebbero in grado di desiderarla a tal punto da vivere 27 anni in una cella? Mandela è senz’altro una personalità straordinaria, animata da un bisogno istintivo, insito nello spirito di ogni essere umano: ha lottato per la propria libertà, che non poteva non coincidere con la libertà di tutto il proprio paese.

 

Ora Mandela sta ancora lottando, questa volta con il proprio buio, al Mediclinic Heart Hospital di Pretoria. 1500 km circa più a sud, qualche anno prima e con lo sguardo rivolto alla speranza, il futuro Nobel per la pace trovava la forza di continuare a combattere nelle parole di William Ernest Henley e la sua poesia Invictus.

 

“Out of the night that covers me,

Black as the pit from pole to pole,

I thank whatever gods may be

For my unconquerable soul.

 

In the fell clutch of circumstance

I have not winced nor cried aloud.

Under the bludgeonings of chance

My head is bloody, but unbowed.

 

Beyond this place of wrath and tears

Looms but the Horror of the shade,

And yet the menace of the years

Finds and shall find me unafraid.

 

It matters not how strait the gate,

How charged with punishments the scroll,

I am the master of my fate:

I am the captain of my soul.”

 

Nella speranza che gli dia ancora quel vigore necessario per essere davvero Invictus, imbattuto fino alla fine e poter compiere il suo 95esimo anno di età.

Sicure che anche le piante di agave, sulla collina di Qunu, saranno felici di aspettare ancora un po’.

 

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