Testo di – ANTONIO GIUSTO

luigi

 Meglio Dostoevskij o Tolstoj?
Meglio la figa.

La discussione aveva preso la consueta piega, quel sabato lì. Fino a che Ciccio, che in realtà «ciccio» non lo è affatto, si palesò per confermare: vengono. Chi? Dove? Come? E, soprattutto: perché?
«Denti di ferro», ecco chi. Ed un numero imprecisato di esseri subumani gravitanti attorno al salvagente d’adipe che le contorna la vita. La notizia, chiaramente, instillò sgomento nel cuore degli astanti. Poiché Denti di ferro è… è… è…

Denti di ferro è un curioso quadrupede, che, non mi è ancora ben chiaro per quale ragione, riesce a mantenere la posizione eretta anche per diverse ore di seguito. Fiera proprietaria di un numero assai abbondante e comunque non definito di menti, presenta un esoftalmo bilaterale a mio parere dovuto alla svovrabbondanza di grasso retrorbitario. La sua conoscenza del galateo è equiparabile a quella di uno qualsiasi dei membri del cast di Jersey Shore: pertanto, sedervisi di fronte durante un qualsiasi pasto è fortemente sconsigliato. Ah, il simpatico nickname gliel’ho – involontariamente – affibbiato io circa un anno fa: mi fu presentata, contro la mia volontà, e nel preciso istante in cui spalancò le fauci per mugugnare il proprio nome – che ignoro – un feroce scintillio mi accecò. Anziché un dignitosissimo apparecchio ortodontico, all’interno del suo cavo orale si trovava un centro siderurgico.

Nel tragitto sino alla taverna, o quel che era, dove avremmo consumato l’immeritato e presumibilmente lauto pasto, io ritenni opportuno produrmi in arditi accostamenti tra figure di spicco del cattolicesimo ed esponenti del regno animale in una gamma che andava dai placozoi sino ai grandi mammiferi.

Giunto al patibolo, scoprii che a Denti di ferro si accompagnavano due corpulenti individui barbuti. Al momento delle presentazioni utilizzarono però dei nomi chiaramente di genere femminile: ero disorientato, ma chinai il capo e feci il mio mesto ingresso nel locale. Una volta avvistato il tavolo, mi accorsi che il resto della ciurma aveva già preso posto: con largo anticipo ed una qual certa strategia, tra l’altro. Io, Ciccio e ciò che ci pedinava fummo quindi costretti a spartirci i rimanenti cinque posti a sedere. Gli sguardi dei commensali erano intrisi di pietà nei miei confronti; a tratti, un lampo di disprezzo li illuminava a giorno, ed io non sapevo se rallegrarmene o rammaricarmi.

Un ostentato mutismo mi consentì di superare l’apparentemente insormontabile scoglio rappresentato dal formale obbligo di relazionarsi con i curiosi individui che mi ritrovavo di fronte. Tentai anche, ripetutamente, di barattare il mio posto a sedere con qualche temerario: ero arrivato persino ad offrire in cambio qualcuno dei miei organi interni, ché un fegato o un rene di più possono sempre far comodo, ma sfortunatamente le mie interiora furono insindacabilmente giudicate in pessimo stato da chi mi attorniava. Nel frattempo, ordinai un inopportuno metro di pizza margherita. Mio alleato, in questa ridicola impresa, Saverio: testa rasata come fosse uno skinhead e cuore da cetaceo. Nel prosieguo della serata, animato dal sacro fuoco dell’animazione, il buon Saverio fu l’unico individuo a degnare di un briciolo d’immeritata attenzione gli indesiderati ospiti.

Ora, lasciatemi spiegare: la loro ributtante presenza non ci infastidiva per chissà quali misteriose cause. Semplicemente, seguendo l’esempio dell’anonimo protagonista del dostoevskiano «Memorie dal sottosuolo», Denti di ferro aveva spontaneamente deciso di unirsi a noi, trascinando con sé quel curioso paio di esseri a metà tra un taglialegna ed una foca monaca. Il tutto, chiaramente, senza porsi questioni riguardo al senso della sua presenza. Ospiti sgraditi: sarà capitato anche a voi.

Tra un boccone ed un grugnito, la cena procedeva all’incirca dignitosamente. Io mi tutelavo da quell’orrorifica visione che è il volto di Denti di ferro tenendo gli occhi ben saldi sul piatto ancora immacolato, poiché la pessima pizza che avevo ordinato non era ancora neppure stata infornata. Fino a che… Ierofania! Un grottesco individuo, la cui ispida criniera era timidamente ammansita da una cascata di pessimo gel – o si trattava forse, più semplicemente, di sudore? – si era palesato nei pressi del tavolo. La creatura ci osservava, sguardo languido e bocca cucita. Sulle spalle, uno zaino misterioso.

Accortasi dell’apparizione, Denti di ferro si protese in scuse disperate all’indirizzo di Ciccio: neppure lei era pronta al suo avvento. Io, nel frattempo, avevo già comandato che si facesse spazio per il nuovo arrivato: Rubbo, il fratello di un’ormai pietrificata Denti di ferro. L’essere, il cui nome di battesimo – per quello che è il mio annebbiato ricordo – oscillava tra Anassimandro ed Eustachio, ma potrebbe anche essersi chiamato Paolo, non rammento, andò a rannicchiarsi in un angolino. Non prima di aver delicatamente appoggiato il proprio zaino a terra.
Fetore di bestia!

Un olezzo grave e irrispettoso mi pugnalò le narici. Proveniva dalla sua direzione, ne ero certo: sedeva di fianco a me, dopotutto. Ero a conoscenza della sua idiosincrasia nei confronti del sapone, ma non credevo che un simile odore potesse essere emanato da un umano. Eppure. In attesa di una pizza che – temevo – non avrei mai addentato, iniziai a studiarlo: incapace d’arabescare una frase, emetteva suoni privi di articolazione ad invervalli irregolari. Fortunatamente, Iddio aveva ritenuto inopportuno concedergli il dono della parola: dubito comunque che la bestia se ne rammaricasse. Decriptai qualcosa: «Assassin’s Creed», «PlayStation 4». «Yu-Gi-Oh!». Ecco cosa contenva lo zaino, carte da gioco: Rubbo era andato ad assistere – sì, era troppo timido per parteciparvi – ad un torneo, prima di raggiungerci e sedere abusivamente al nostro tavolo.

Giunse la pizza. Io e Saverio, finalmente, rompemmo il lungo digiuno. L’orlo della pizza, una pleonastica ed immangiabile cornice, risultò – in maniera assai inaspettata – indigesta a entrambi. Denti di ferro, amorevolmente, ne riempì un piatto e, dopo aver spiluccato, lo consegnò al fratello. Come un affamato e maleodorante terranova affonda il muso in un bidone dei rifiuti dopo una lunga astinenza dal cibo, così fece – lubricamente – Rubbo. Esterrefatto, andai a pisciare.

Al mio ritorno, Saverio mi ammonì: «Non bere», sussurrò al mio orecchio, osservando indorridito l’ormai satollo Rubbo. Più tardi seppi che l’animale, sprovvisto di bicchiere, si era avidamente attaccato al collo della bottiglia. Della mia, di bottiglia.

Terminata una cena con retrogusto d’agonia, Rubbo – che si era ben guardato dal contribuire economicamente al buon esito della serata – s’infilò lo zaino in spalla e, dopo aver salutato affettuosamente l’impavido Saverio, prese la strada di casa.

Ciao, Rubbo.

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