Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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Ron Howard è tornato!

Anzi no, forse “tornare” è un verbo sbagliato se affiancato al nome di un regista che mai, o quasi mai, ha deluso il grande pubblico, grazie a una produzione incredibilmente prolifica e qualitativamente altissima. I capolavori firmati dal rosso di Happy Days (si: ha iniziato come l’ amico sfigato di Fonzie) sono tanti che quasi si fatica a ricordarli tutti: Da Cocoon a Cuori Ribelli, da Apollo 13 a A Beautiful Mind, da Il Grinch a Cinderella Man per citarne solo alcuni.

Ron Howard, effettivamente, non se ne era mai andato da nessuna parte e forse è meglio iniziare con un “Ron Howard ne ha fatta un’ altra della sue”.

Rush non solo è la storia della mitica rivalità tra Niki Lauda e James Hunt che, divenuta ormai leggenda, ha appassionato generazioni di fanatici dei motori, ma è anche un ottimo esempio di abilità registica. Destreggiarsi attraverso la complicata vicenda che ha visto la storia dell’ Austriaco ferrarista e del biondo antagonista, dagli albori della formula tre fino alla consacrazione dei rispettivi miti, divincolandosi lungo 2 campionati mondiali, affrontati integralmente, e una miriade di tasselli di vita fuori dalla pista, immortalandola in sole due ore di pellicola e riuscendo comunque a mantenere una discreta fluidità narrativa è un’ impresa che vale sicuramente il primo di una lunga serie di plausi all’ autore.

Da un lato l’incredibile somiglianza degli attori ai reali protagonisti della vicenda appassiona chi visse da appassionato quelle mitiche stagioni, dall’ altro la regolarità della narrazione della accattivante vicenda conquista e rapisce la restante parte di spettatori.

Le corse sono impressionanti, sembrano vere e, anzi, sono vere! Le riprese sono di fatto state realizzate sui circuiti inglesi  di Brands Hatch, Donnington, Cadwell Park e Snetterton e sul vecchio tracciato del Nürburgring, in Germania, utilizzando 24 vetture di F1 d’ epoca, prestate per la maggior parte da collezionisti, e arricchite da repliche di filmati d’epoca rimasterizzati e rieditati in digitale.

Niki Lauda e James Hunt, accomunati, nella rivalità, da un’ unica grande passione che, incarnatasi nello sfrecciare ai 270 km/h sopra un grosso gavettone in lamiera pieno di benzina, costò tanto all’ uno quanto all’ altro il disconoscimento e l’allontanamento dal nido familiare: guardare la morte in faccia, sfidandola, e gabbarla.

Si, perché in quegli anni della Formula 1 ruggente, i fantini delle 4 ruote dovevano convivere con il peso di sapere che di 25 piloti che iniziavano il mondiale, in almeno 2 o 3 per stagione non avrebbero vissuto abbastanza per vederne l’ultimo traguardo, quello di Fuji in Giappone: che per ogni volta che, allo scattare del verde, si fossero buttati in una nuova gara avrebbero avuto il 20% di possibilità di non portarla a termine…

Eroi su gomme o pazzi kamikaze? Da un lato Niki Lauda, freddo calcolatore stacanovista, antipatico e bruttino, monogamo e sempre in testa; Dall’ altro il Dio del Tuono Thor… anzi no… Dall’ atro James Hunt, figone biondo lungocrinito dalla camicia costantemente (e sapientemente) apetra sul pettorale, casanova alcolista e beniamino delle masse (a ragion veduta soprattutto di quelle in gonnella), costantemente all’ inseguimento del primo.  Uno scontro eterno e romantico, destinato a perpetrarsi anche dopo quel Nürburgring ’76 che costò (letteralmente) la faccia al ferrarista ma che ne fu propulsore durante la miracolosa riabilitazione.

Un favoloso duello che da quegli anni di far west automobilistico, di cambi gomme abbastanza lunghi da potersi scambiare qualche parola nel frattempo, di divismi su pista, di grandi macchine e grandi piloti, di sorpassi a ogni quarto di giro e di fanatici entusiasmi, appassionò e formò intere generazioni di sportivi e tifosi.

Viene spontaneo quindi chiedersi quanto di tutto il mito che fu sia rimasto nell’ odierna high-tech F1 in cui il gran premio della Domenica sembra essersi ridotto, nella maggior parte dei casi, a un’ ottima colonna sonora per sonori pisolini digestivi del dopo pasto.

In sintesi l’ottima regia condisce una buonissima sceneggiatura a firma Peter Morgan (già con Howard nel piacevole “Frost/Nixon – Il Duello”) nel muovere attori capaci e fedelissimi nel somigliare agli originali (disarmante la somiglianza di Alexandra Maria Lara con Marlene Knaus, prima moglie di Lauda, anch’esso fedelissimo grazie all’ ottimo Daniel Brühl).

Le musiche sono del monopolista Hans Zimmer: superfluo definirle impeccabili.

Nota di merito anche al nostro Pierfrancesco Favino che, nei panni di un goliardico ma saggio Clay Regazzoni, regala al pubblico nostrano la solita emozione un po ingenua ma sincera che si ha vedendo un volto Italiano far capolino nella produzione Hollywoodiana di serie A.

 “L’uomo ama le donne. Ma ancora più delle donne ama le macchine!”

Dopo questa ottima pellicola sento la frase del personaggio di Lord Hesket ancora più vera, ma son convinto che anche il pubblico femminile, con la complicità delle pluri inquadrate nudità di Thor (di nuovo… James Hunt), resterà soddisfatto.

Valutazione: 8/10

Punti di Forza: regia, colonna sonora, fedeltà storica, somiglianza degli attori ai reali protagonisti, gare mozzafiato

Punti deboli: forse si sarebbe potuta rinforzare la componente narrativa anche se nel complesso risulta più che soddisfacente

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