Testo di – DonMAX

Dedicato al dott. Maurizio Zinni, ricercatore e tecnico di laboratorio presso il Laboratorio di Ricerca e Documentazione Storica Iconografica del Dipartimento di Studi Internazionali, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli studi Roma Tre, assistente de Storia e Istituzioni dell’Africa nonché pusher personale di film e libri. Grazie, probabilmente non avrei mai conosciuto il regista se non fosse stato per lei.

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Premessa.

Sam Peckinpah è stato un uomo tanto geniale quanto sregolato.

Per decenni è stato considerato il regista della violenza. Se fosse stato solo questo non ci sarebbe molto da dire. E’ innegabile, l’elemento “violenza” è presente in modo prepotente in buona parte dei suoi film ma, per fare un nome, L’ultimo Buscadero non trasuda violenza e nemmeno La Ballata di Cable Hogue.

Peckinpah: il suo nome è legato al mito del western e non solo.

Senza dubbio l’aver realizzato ben cinque western iniziali lo ha legato a questo genere per sempre, ma egli ha partorito opere di argomento bellico, di angolazione spionistica, action anni ’80, thriller cupi ed inquietanti (Cane di Paglia resta uno dei film che mi hanno fatto più male, disturbante e spiazzante).  Si è detto spesso dell’influenza del nostrano Sergio Leone sulla sua visione del Cinema dimenticando che i ritmi dell’uno e dell’altro sono diversi. In proposito si sono definite barocche le sue pellicole, barocche per l’uso del ralenti: ma in Peckinpah vi è veramente poco di barocco.  In Peckinpah i tempi sono secchi. Un esempio di barocchismo è invece il tempo dilatato nel western firmato Leone Sergio “C’era una volta il west”.Oltretutto in Leone possiamo distinguere chi si schiera dalla parte della giustizia e chi no.

In Peckinpah i personaggi ondeggiano, vivono la vita in un limbo, il loro motto è “The right choice for the wrong reason“. I suoi eroi non sono gli eroi del western classico, i suoi eroi incarnano un pezzo di storia americana: sono i cowboys, le spie, i camionisti, gli intellettuali, i fan del rodeo, i soldati, i gangster da quattro soldi. Personaggi che hanno perso la bussola, non sanno chi sono, dove sono, dove vanno. Sono segnati dal loro passato e dalle scelte da fare nel presente. Sono contraddittori e moralmente ambigui, incerti e discutibili. Non hanno strutture di riferimento, non hanno valori a cui aggrapparsi, ecco perché i film di Peckinpah ancora oggi sono attualissimi.

Oltre la violenza, anzi al di là della violenza, i film del nostro sono incentrati sull’abuso del potere. Abuso contrapposto all’unico modo possibile per difendersi da esso, ed il comportamento di Anatra d’acciaio dello spensierato road movie CONVOY ne è un esempio, ovvero l’individualismo. Non ci si rassegna dinnanzi all’abuso del potere, l’eroe dei suoi film si pone sopra la massa e rincara la dose: “Quando si sceglie di stare con qualcuno si va fino in fondo, altrimenti si è come un animale“. Anarchismo Individualista tinto di venature nichiliste e si atterra al suo ultimo film The Osterman Weekend: infatti il protagonista è in questi termini che si definisce. Eroi che vivono nella quotidianità di piccole località, ambienti spesso provinciali e marginali, o che vivono in grandi città caotiche. Quindi il regista pone l’occhio della macchina da presa sul particolarismo locale, la parata, i festeggiamenti, il pubblico meravigliato da una gara, i pedoni che attraversano una strada.

Ma in soldoni, chi era Sam Peckinpah ? Prima di essere regista Sam Peckinpah era “uomo”…

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L’uomo.

Sam Peckinpah era uomo, un uomo con una visione particolare del mondo e sopra le righe. I suoi furono e sono (perché ad oggi li abbiamo) film sui perdenti. Gli antieroi di Sam sono sconfitti in anticipo. L’elemento tragico è onnipresente. Sono degli emarginati, dei solitari che non hanno nessun profitto nell’accollarsi un’avventura impossibile. Sam era romantico ed aveva questa passione per i perdenti pronti all’autodistruzione. Il motivo per questa passione è semplice: questi personaggi ricalcano in un modo o nell’altro la sua persona. Per di più Sam durante la giovinezza fu marine in Cina e da questa esperienza ne fece tesoro. I protagonisti delle pellicole ricalcano quei giovani conosciuti nell’ambiente militare, dei ragazzi che purtroppo o per fortuna vivevano la propria vita a contatto con un ambiente duro.

MA prima ancora di essere marine, Sam Peckinpah, classe 1925, era il figlio del melting pot tipico degli Stati Uniti. Un “meticcio” nel cui sangue vi erano tracce d’Irlanda, Olanda, Galles e vi era del sangue indiano. Ben due tribù native americane di cui una composta da valorosi guerrieri: i Paiute. Due furono le stirpi della sua famiglia, da un lato i montanari allevatori e dall’altro gli uomini di legge. Il nonno materno, il padre e il fratello furono giudici. Ai piedi dell’Alta Sierra, il nonno-giudice David Church aveva un ranch di 4000 acri e le montagne portano ancora il nome Peckinpah (a 25 miglia da Fresno).

Cresciuto in un ambiente WASP, in mezzo a pionieri e uomini di legge, in mezzo alla natura, nella passione della caccia, la pesca e soprattutto in una famiglia autoritaria; laureato in drammaturgia militò prima nell’ambiente televisivo e poi in quello cinematografico, dove per anni si vedrà vittima di un tira e molla da parte dei produttori. I produttori, dei vampiri che in più occasioni succhiarono il sangue a Sam e lo portarono, dal punto di vista umano, a sostenere ritmi più che pesanti e, dal punto di vista tecnico, a sopportare ingenti tagli alle sue opere. Etica, eroismo, nichilismo, scetticismo, cinismo, machismo si incontrano nei suoi film proprio per le esperienze personali, il bagaglio che Sam si porta dietro dai primi anni agli ultimi.

Con gli anni poi, il nostro, venne accusato di misoginia e di maschilismo. Rivedendo la sua posizione, oggi, nel nostro periodo storico capiamo come il regista non od veramente il gentil sesso. Sicuramente nei suoi film (ad esempio ne Il Mucchio Slevaggio, dove abbiamo la figura ambigua di Teresa che se ne va, ubriaca d’amore e di vino, dal grezzo e terribile Mapache, un generale che ha raggiunto questo grado tramite l’auto-proclamazione) il regista pone il mondo sulla linea dominati-dominanti e ne sottolinea l’aspetto prettamente sessuale. Il rapporto sessuale che comincia con un atto di passività da un lato e di attività dall’altro. Senza dubbio la Teresa del Mucchio selvaggio o la Amy di Cane di paglia non mostrano particolari doti di fedeltà e neppure di moralità. Quello che spesso la critica si è scordata sono le protagoniste femminili nel suo primo film La morte cavalca a Rio Bravo e nel suo ultimo Osterman Weekend, senza scordare quella via di mezzo rappresentata da Carol in Getaway!. Queste tre (solo in parte Carol) sono donne dal carattere straordinario perché si sa, le donne non sono diverse dagli uomini: alcune sono forti, disciplinate, con un forte carattere, altre invece sono delle poco di buono, delle disoneste, deboli ed infide.

E i bambini ? C’è spazio anche per loro e qualora essi fossero inseriti in un ambiente violento, assorbirebbero tutte le caratteristiche di questo. Il fanciullino come spugna.

Perché il nostro è un mondo difficile, pieno di violenza.

E forse è per questo che la sua visione del pacifismo non contemplava la rinuncia alla violenza. Per Peckinpah il vero pacifismo è coraggio. La storiella del “porgi l’altra guancia” non ha mai funzionato, neppure sotto Natale. Se un uomo viene da te e ti taglia una mano, tu non puoi offrirgli l’altra. Non se vuoi continuare a suonare il piano. Non che la violenza sia ciò che fa di te un uomo, ma se la violenza arriva, tu non puoi sfuggire. L’istinto è difendersi, se scappi sei morto o sarebbe stato meglio esserlo.

Eros e Thanatos.

A proposito dell’elemento violenza, elemento presente in buona parte dei suoi film ancora oggi c’è un mucchio di gente che ne parla come se la violenza dei film di Sam Peckinpah contribuisse alla violenza che esiste nella società. A mio avviso la violenza è in noi, in tutti noi, e dovrebbe essere liberata in modo costruttivo altrimenti finirà per ucciderci. Oggi molti di voi guardano uno snuff movie e ne escono soddisfatti. Pensate a quanti americani guardano il Super Bowl e ne escono soddisfatti, pensate a quanti padri di famiglia imprecano durante le partite a calcio dei figli. Sono tutte esperienze di violenza. Un tempo si andava a teatro e si aveva un’esperienza comune dove gli spettatori assistevano alla messa in scena di una tragedia di Shakespeare violenta, come violente sono le favole dei fratelli Grimm. La differenza consiste nel cambiamento dei tempi. I vari telegiornali anestetizzarono già a suo tempo i sentimenti dello spettatore medio: Sam Peckinpah invece sbatteva la telecamera dove l’occhio umano non voleva.

Attenzione però, l’effetto finale non è pornografico. Non c’è la pornografia della violenza anzi. La violenza viene esorcizzata attraverso la sua enfatizzazione. Ogni giorno guardiamo la violenza al telegiornale, ogni 3×2 c’è una notizia riguardante l’ultima guerra in Medio Oriente o un conflitto locale in Africa, ma le persone che muoiono non ci sembrano reali. Le percepiamo distanti.  Ultimamente c’è una riscoperta del regista e le accuse sul suo modo di concepire la violenza sono cadute ma solo in parte. Questo perché il Cinema si è evoluto (o involuto, dipende dai punti di vista) e la violenza è divenuta esplicita. Esplicita, presente ed insita in un certo tipo di cinema. Personalmente ritengo che la nostra società abbia rifiutato di riconoscere l’esistenza dell’animalità nell’uomo, suo elemento naturale. Questo dato, l’animalità umana, emerge nei film del regista. In Cane di Paglia è l’animalità, l’istinto animale a condurre il protagonista alla soluzione finale.  Si guarda in profondità, è un intellettuale, un laureato, un dottore, un benpensante ma alla fine è l’istinto primordiale che lo porta alla salvezza.

Sam Peckinpah era così, sopra le righe. Animalesco, terra terra, un libro aperto, un uomo senza peli sulla lingua che confesserà le sue ottime relazioni con alcune prostitute. Le considerava donne oneste, le trattava con umanità e con rispetto, violenza a parte, infatti, la prostituzione è uno dei temi che torna nelle sue opere. In Cable Hogue la donna-angelo Dantesca è una puttana. In The ballad of Cable Hogue viene riproposta la storia d’amore fra una prostituta e il regista, la storia viene trasferita in un’oasi artificiale in mezzo al deserto ed il risultato finale è una delle storie d’amore più tenere che io abbia mai visto. Quella fra Hogue e la sua amata è una storia vera, più onesta di molte relazioni matrimoniali fra due coniugi che si scopano l’un l’altro per i soldi di uno dei due. A casa mia si chiama prostituzione legalizzata. Mi ricordo che dopo la visione di The Ballad of Cable Hogue rimasi stupito, non credevo si potesse discutere in questo modo il tema dell’amore, l’amore fisico per lo meno.

L’amore il vecchio Sam non lo aveva solo per le donne ma anche per il Messico. Questo era un amore viscerale, un rapporto particolare nato subito dopo la guerra di Indocina. Ci rimase tre mesi e ci ritornò più volte, prima con la prima moglie, poi ci si sposò con la seconda (che tra l’altro era Messicana) ed infine durante The Getaway si sposò a Juarez con la sua terza moglie. Sam era fissato con il Messico, fu sempre legato a questa terra. Rappresentava e rappresenta ciò che gli USA non sono più: un paese di rifugio per uomini di tutti i tipi, dai criminali ai rivoluzionari per passare ai soldati o ai cowboys di frontiera. Il Messico come scarto dell’America, come terra da colonizzare. Il Messico come frontiera, terra promessa e nascondiglio. Sam guardava il Messico con un occhio nostalgico, rivedeva la sua gioventù a Fresno, riviveva i momenti a cavallo, la caccia, la vita, il calore. Sam diceva sempre: “Se piaci a un Messicano, quello ti tocca. E’ diretto, è leale. Oggi negli Stati Uniti siamo tutti pronti a firmare petizioni contro lo sfruttamento degli animali, a fermare la deforestazione, a creare movimenti contro la guerra. Tutti questi che si impegnano in queste crociate poi si scordano di baciare le mogli prima di andare a lavoro e di dare l’acqua alle piante prima di uscire di casa.In Messico non si preoccupano troppo di salvare l’umanità ma almeno non si dimenticano di baciare le mogli”.

Sam incarna in un certo qual modo il pensiero dell’uomo che non deve chiedere mai, fra vitalismo e pessimismo egli è sicuramente un “maschio” che non deve dimostrare nulla e che non scende a compromessi con niente e nessuno. Insomma, la classica persona che la mattina si alza e manda tutti a quel paese. Certo il rischio di avere una crisi di nervi è alto, come è alto il rischio di avere una serie di persone contro. Non è un caso se l’ultimo periodo della vita di Sam sia segnato dall’abuso di alcol e droghe tanto che si spense per ictus a 60 anni.

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Politica e accuse di fascismo.

Non so se sia giusto etichettare il suo pensiero come controverso, senza dubbio il suo non era il pensiero del minimo comune denominatore e non era un pensiero che la maggior parte delle persone esprime ed esprimeva liberamente.  

Peckinpah non credeva che gli uomini fossero nati uguali, era un fiero sostenitore della diseguaglianza intesa come “guardare le cose con realismo”. Nella nostra società non siamo tutti uguali, abbiamo eguali diritti ma le due cose non sempre combaciano. Il figlio di un senatore ha le stesse opportunità del figlio di un operaio ? Proprio per il suo pensiero, una parte della critica lo etichettò come “filo-fascista”. Badate, Sam Peckinpah non era certo un pacifista o un Democratico inteso come appartenente al partito Democratico degli USA, ma non gli è mai piaciuto il termine fascista e quello che comportava. Lo odiava.  Eppure se gli pseudointellettuali lo definivano fascista per queste ragioni rispondeva suo rammarico di esserlo.

A proposito degli intellettuali, lui non li odiava, odiava quei porci di De Palmiana memoria, quegli Hasa che si ingozzavano più di quanto serviva e poi scoppiavano. Quelli che si rotolavano nella propria diarrea verbale. Prendete il protagonista di Cane di Paglia: è un intellettuale, è intelletto in azione, è umanità ma la sua umanità si perde per strada e lascia spazio all’animalità. Sam era un duro, un outsider, un borderline e i suoi sbandati lo rappresentavano, erano l’emblema della sua politica. Una politica sicuramente non vicina agli ambienti “Democratici” ma neppure “Repubblicani”. Il nichilismo, l’individualismo, sono tratti particolari del suo modo di vivere. I valori come la lealtà, il sentimento forte nei confronti dell’amicizia maschia e cameratesca, la dignità, li troveremo difficilmente in altri registi o in altre persone. Oggi sono diventati dei cliché sia nella vita reale che nel mondo in celluloide. Dei cliché del western, un genere che oggi è morto e che negli anni di lavoro del vecchio Sam rappresentava l’ultima mitologia rimasta. Lui come Omero. Un uomo dell’800 trasportato con forza nel 900. Era un uomo dell’800 a livello storico e politico.

Gli piacevano gli anni ’30 del XX secolo e l’800 Americano in generale, anni in cui l’America era diversa. Anni in cui era ancora alle fondamenta. Il nostro non era molto fiducioso nelle soluzioni politiche sociali dell’America degli anni ‘60/’70 ed identificava uno dei problemi del Paese nella pubblicità. Parlava di quegli anni come l’inizio di un Nuovo Medioevo. Aveva capito che la pubblicità permetteva di vendere uomini ed oggetti, senza fare distinzioni tra le due cose. Un lavaggio del cervello. Era sfiduciato, ideologicamente si era stufato sia dei repubblicani che dei democratici. Vi cito le sue parole: “…Pensa a quelli che stiamo per votare: Nixon e Wallace, due scimmie assassine arrivate dritte dritte dalle caverne, con la morte negli occhi ma vestite con il vestito buono. E in alternativa cosa abbiamo? Humphrey e Muskie, (i democratici contrapposti a Nixon ndr) due senz’anima. Verrà il momento in cui ripenseremo a Truman come il miglior presidente che abbiamo mai avuto. Anche Eisenhower non era male, almeno non era morto. La società non era morta. Oggi gli Americani sono schiavi della televisione, hanno un tasso d’attenzione bassissimo. La maggioranza delle persone torna a casa distrutta la sera, si fa un panino e si mette di fronte ad un televisore. Oggi con la tv via cavo le persone non alzano neppure il culo per andare al Cinema. Andare al cinema è condividere qualcosa, ha una funzione sociale. Quando vedi la tv in sala lo fai al massimo con quattro persone ed una di queste è pure rincoglionita. Sembra che il modo in cui si sta sviluppando la nostra civiltà sia stato programmato e la cosa non mi piace“.

Passioni.

Sam e il Cinema.

Non gli piaceva lavorare sotto nessuno, voleva il controllo su tutto, dalla sceneggiatura al montaggio, in particolare non gli piaceva la figura del produttore. L’opera doveva essere del regista e del regista soltanto, con il carattere che aveva molto spesso si trovò in lite con essi e di conseguenza le pellicole venivano tagliate, stuprate, ridotte (Major Dundee, terza opera sua ne è un esempio). Il “produttore tipo” doveva essere quello che gli lasciava fare il lavoro, quello che lasciava fare il film che volevi fare. A proposito dei film, gli unici film che gli piacevano erano i suoi, non sopportava che altri “figli di buona donna ” gli fregassero il lavoro. Per farvi capire, una volta disse: “Non ho visto il Padrino ma dicono che sia bello, odio Coppola per questo“. Sempre a proposito delle pellicole e il rapporto che aveva con i film, a suo tempo, gli piacque molto Dirty Harry di Don Siegel, suo mentore e collega. Con Don Siegel ci lavorò per anni (ne L’invasione degli ultracorpi oltre a curare la sceneggiatura, fece la comparsa e lo stunt-man) ma con il tempo Siegel divenne geloso del nostro, tanto che una volta gli rinfacciò del suo contributo agli sviluppi della carriera professionale di Peckinpah. Apprezzava Kurosawa e Leone. Gli piaceva Leone anche se nei suoi film non c’era una memoria reale (e americana) del far west. Era convinto poi che Bergman e Leone avessero quella libertà da lui ricercata, la libertà sui produttori e invece criticava Kubrick poiché era convinto di averla. Apprezzava il lavoro dei critici e andava su tutte le furie quando spezzavano le gambe ai film buoni e invece osannavano i film mal riusciti… dove per film buoni si deve leggere i suoi film, ovviamente.

Non si lasciava fregare dalla società consumistica. Ed ecco perché, pur con il successo, è rimasto un tenero campagnolo dedito alla caccia, alla pesca e ultimo ma non ultimo, è rimasto un uomo dedito al galoppo di donne e cavalle. Bere mangiare, i vestiti comodi e le belle donne erano le poche cose su cui investiva il suo danaro. Oltre a questi, investiva soldi in viaggi (Messico fra tutti). Era un nomade, uno con la valigia in mano. Pur cambiando rimase sempre lo stesso. Da piccolo andava a caccia e anche dopo esser diventato un regista di successo, continuò a dedicarsi alla sua passione sempre nel massimo del rispetto dell’animale. Come diceva sempre: “Un cervo è un’ottima preda da uccidere, quando hai fame, ma è un bellissimo animale, uno splendido essere“. La sua filosofia di vita era legata molto a come ci debba essere un principio per uccidere, spesso molti uomini uccidono senza principio e normalmente uccidono altri uomini.

Conclusioni de “Sam Peckinpah-l’uomo”

Post Peckinpah.

Il Don non si prende la responsabilità dei sentimenti feriti ai cinefili o presunti tali.

Quindi altra domanda: cosa rimane del Cinema made by Peckinpah ? Cosa rimane di quel mondo fatto di pochi sentimenti, l’amicizia e l’amore in testa, appannaggio di individui dubbi e complessi? Personaggi in procinto di terminare la loro esperienza terrena, al crepuscolo della loro vita, racchiusi in un gruppo, un branco. Il gruppo, il vivere ed agire assieme, un branco di amici legati da un amicizia aspra e profonda.  Cosa rimane degli ideali del gruppo ? Quello schierarsi con il giusto ma per le ragioni sbagliate ? Che finalità può avere il ralenti estrapolato dai contesti del nostro ? E quali degenerazioni apporta l’abuso dello stesso ? Il Ralenti è una tecnica usata non solo durante sparatorie fantastiche le quali ci lasciano a bocca aperta, viene usato addirittura nei momenti d’amore e tenerezza. In The Getaway, dove moglie e marito si tuffano nel laghetto come per purificarsi, trovare pace interiore.

Se per la violenza venne blastato dalla critica, moltissimi cineasti seguirono il suo modo di fare cinema. Walter Hill, Martin Scorsese, John Woo, Quentin Tarantino. Ma a volte succede che il ralenti, il montaggio rapido e la simulazione della dilatazione del rumore dovuto all’esplosione dei proiettili, tolti dai contesti originari, perdono il loro significato reale. Non tutti sanno che in Cane di Paglia molte scene vengono limate, quelle eccessivamente aggressive venivano eliminate oppure con un’inquadratura più distanziata, più breve, venne “addolcito” il tutto. Ancora, la scelta di non assecondare la morbosità dello spettatore in Voglio la testa di Garcia, la decapitazione avviene fuori campo e la testa mozzata quando viene mostrata è solo avvolta in un sacco. Scorsese contrapposto a Peckinpah è più incline alla visualizzazione della violenza (Taxi Driver segue di soli due anni Voglio la testa di Garcia eppure è molto più incline alla violenza e alla brutalità). Martin Scorsese riconobbe l’importanza dei film di Peckinpah per il proprio lavoro attribuendogli il merito di aver saputo mettere in scena situazioni sgradevoli. Scorsese è stato in grado di trarre con sensibilità le vicende di Jake La Motta, la sua angoscia nel prendere coscienza del fatto che la rabbia sul ring portata a casa è la causa del fallimento della propria vita. Ma in Taxi Driver l’elemento brutale è più intenso, basti pensare alla carneficina finale al sangue, al dettaglio, alle inquadrature d’effetto che si soffermano su un uomo a cui vengono amputate le dita. Torna il barocchismo.

Badate, non è una critica a Scorsese, è una semplice distinzione fra i due. Peckinpah nella sua violenza, nei suoi film duri ed amari, sorvolava nella manifestazione fisica. Non è gore, non vi sono torture, Sam è attento a mostrare gli effetti devastanti della violenza (fisica e psicologica) sulla vita dei personaggi coinvolti in essa e sui loro sentimenti. Nel post-Peckinpah si è più attenti al lato truce, è assente il percorso compiuto dai vari personaggi e le sofferenze/mortificazioni subite per la via della redenzione.

In Pulp Fiction di Tarantino c’è una scena dove a John Travolta parte un colpo che uccide il passeggero seduto sul sedile posteriore. Quentin colloca la cinepresa dietro la testa della vittima, lungo la linea di fuoco, dando l’impressione che l’esplosione investa il pubblico. Tecnicamente il risultato è sublime, si potenzia al massimo il risultato della sequenza. Tarantino è interessato allo shock: invece Sam voleva instaurare un dialogo morale con il pubblico. Per Peckinpah la violenza rappresentava una drammatica realtà che negli anni ’70 infestava gli U.S.A. Tarantino ci ride su, ci mette dell’umorismo e del Gore, per Peckinpah era una faccenda vissuta e troppo seria per riderci sopra. Ci sarebbe da accennare la scena di Mr. Blonde con un rasoio sulle note de “Stuck in the middle with you” ne le Iene che, per quanto mi faccia impazzire, a livello narrativo risulta gratuita, esibizionista, e fine a sé stessa. Roba che Peckinpah due bei ceffoni a Tarantino glieli avrebbe dati.

6 Risposte

  1. Davide

    caro DonMax,
    volevo cogliere l’occasione per congratularmi per queste tanto dettagliate quanto stimolanti disamine di un cinema che, vuoi per gli anni che passano, vuoi per, come tu stesso hai evidenziato, per l’inevitabile tramonto dell’epos della frontiera, è purtroppo troppo spesso dimenticato. e colgo anche l’occasione per approfondire con te un concetto che hai espresso più volte riferendoti ad un certo cinema di Leone e Tarantino: volevo infatti chiederti cosa intendi per barocchismo stilistico nei due registi e più in generale.

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    • massimiliano

      Ciao Davide, sono DonMax.
      Grazie per i complimenti, sono nuovo del giro e proprio per questo mi scuso in anticipo se ti rispondo con un po’ di ore di distanza.
      Forse dovevo essere più schietto.

      Mi riferisco alle tempistiche secche (prendi The getaway, la scena iniziale, le battute che in trenta secondi ci fanno capire l’andazzo del film) contrapposte alle tempistiche dilatate (http://www.youtube.com/watch?v=OGps9_t6Stg) in un film come C’era una volta il west.
      Per Barocchismo intendo questo, la scena è senza dubbio altisonante (e aggiungerei d’effetto, come d’effetto è tutto il film) ma spesso ho visto accostati i nomi dei due big del genere spaghetti western e western americano (ti consiglierei l’approfondimento curato dal sottoscritto sugli spaghi western) e secondo me le tempistiche sono completamente differenti.
      Per Barocco intendevo questo, guarda la scena del link. Noti sicuro un’attenzione al dettaglio, anche Peckinpah con il ralenti abbiamo la stessa roba ma sono due stili diversi. Spero di esser stato chiaro.

      A proposito di Tarantino, pur non stravedendo per il regista, riconosco che fa film fastosi, pieni, pomposi (cioè Pulp Fiction è pomposo e “polposo” xD) ma non so se la sua attenzione al dettaglio la possiamo definire Barocca anche se l’elemento fastoso potrebbe farlo sembrare Barocco.
      Non mi sembra di averlo scritto, ricontrollando forse ho espresso male il concetto.
      Quello che dicevo è, senza nulla togliere a uno che dietro la cinepresa ci sa fare, che una scena come quella de Mr. Blonde e il rasoio è di una violenza più “gratuita” (o spettacolare) rispetto a quella del nostro Sam. Se vogliamo classificare in termini di velocità la narrazione di un film come Le Iene, secondo me, è un film a tempi veloci. Spero di esser stato chiaro e di non averti confuso ancora di più.
      Come al solito metto troppa carne al fuoco.

      Rispondi
  2. maurizio

    L’ultimo capoverso dimostra che hai capito tutto Max. Ti aspettiamo alla prossima prova.
    PS. ma sul “mondo” lavorativo di Peckinpah non diciamo nulla? Sui suoi collaboratori storici, sugli attori-amici-complici che sono elemento essenziale del suo cinema? Non tanto i più noti Steve McQueen, Ernest Borgnine, Kris Kristofferson, quanto Warren Oates, Slim Pickens, Ben Johnson, L.Q. Jones, Strother Martin… una vera e sincera “famiglia” selvaggia.

    Rispondi
    • massimiliano

      Caro Maurizio.
      Sugli attori-amici-complici che sono elemento essenziale del suo cinema purtroppo ho solo fatto un leggero accenno ed è nella seconda parte, mi sembra ci sia una linea su Warren Oates, sul resto della “famiglia” selvaggia invece ho fatto una grave omissione.

      Ma si sa, i parenti son come le scarpe.
      Più sono strette, più fanno male.

      DonMax

      Rispondi
  3. carlo

    Ottima e approfondita panoramica su questo grande personaggio. Doverosa, perchè troppo spesso dimenticato o messo a lato. Accennata la storia dei tagli e del suo rapporto con la produzione. Certe sue opere come Pat Garret e Billy the Kid, ancorchè frutto di remake, sembrano i Prigioni di Michelangelo o forse il Giudizio Universale dopo l’intervento del Braghettone.

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