Testo di – ALICE DOMINICI

 

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Saving Mr. Banks è un film la cui visione non può essere rovinata da una recensione: sappiamo tutti che Mary Poppins verrà prodotto e proiettato nei cinematografi del mondo intero, perciò il vero focus della storia è l’ omaggio alla portentosa simbiosi tra sofferenza e fantasia che nell’animo umano accende la scintilla per la creazione della bellezza.

La sofferenza assume contorni diversi nell’infanzia dei due protagonisti: Tom Hanks nei panni di Walt Disney, succube della figura paterna, è obbligato a distribuire copie di giornali mattina e sera, tutti i giorni, nel gelo invernale di Kansas City, riportando così deficit di attenzione e problemi di apprendimento. Emma Thompson, qui Pamela Travers, autrice del romanzo di Mary Poppins, ha invece conosciuto un’infanzia felice nell’Australia del primo Novecento, popolata dall’affetto e dai sogni inventati dal padre. Un padre che insegna a cercare la libertà e la gioia, ma che, deluso per non averle trovate nel mondo, si abbandona all’alcolismo: umilia la banca per cui lavora e anche la famiglia, spingendo la moglie in un vortice di depressione che la porterà a tentare il suicidio, e morire a causa della  cirrosi epatica.

Sia Pamela che Walt reagiscono con l’immaginazione, valvola di sfogo dell’infanzia perduta che,  plasmando e salvando le apparenze di un passato segnato da fantasmi e traumi mai risolti,  accorre in salvo di entrambi. Walt è in grado di superare il proprio dissidio interiore, perdonando il padre e usando la fantasia per creare un impero della felicità e per proiettarsi in un futuro luminoso ed altamente innovativo (utilizzando tecniche di animazione all’avanguardia che meravigliano il mondo intero), mentre Pamela usa la fantasia come un’ancora che la lega saldamente al passato, uno strumento per restaurare la reputazione del padre, trasformando le figure chiave dell’infanzia nei personaggi del suo romanzo. Il padre diventa così Mr. Banks, e la zia che era accorsa in aiuto della sua famiglia durante la malattia del padre è Mary Poppins, con lo stesso vestito, lo stesso bastone e la stessa borsa piena di medicine miracolose provenienti da Sidney.

Quando Pamela, sul lastrico, si fa convincere dal suo avvocato ad andare a Los Angeles per valutare –dopo 20 anni di ripetute e vane richieste da parte di Walt Disney in persona- se cedere i diritti per la realizzazione di un film su Mary Poppins, lo scontro è inevitabile. Pamela ha vissuto privandosi di ogni allegria, è una donna austera e diffidente, considera Mary Poppins la sola famiglia che ha e non è disposta a cambiare di una sola virgola l’immagine che ha di lei: la casa dei Banks, l’abbigliamento dei personaggi, il loro aspetto. Tutto deve essere esattamente come l’ha immaginato, avvolto da una leggera aura di tristezza e malinconia. Walt Disney vuole farne un musical, un misto tra film e animazione, e chiede espressamente che Mr. Banks abbia i baffi, come suo padre, Elias Disney.

La lotta diventa un insieme di ironia, situazioni esilaranti, assurdità e momenti di profonda riflessione: vediamo, ad esempio, Pamela tornare in Inghilterra in preda all’ira dopo aver scoperto che Walt vuole inserire nel film dei pinguini animati. Dall’altra parte del campo di battaglia, invece,c’è Walt Disney che, a tradimento, fa portare Pamela a Disneyland nella speranza di farle riscoprire cosa sia la felicità, per poi rincorrerla in Inghilterra e convincerla alla cessione dei diritti. Pamela, passo dopo passo, ricomincia a sorridere: grazie a Walt Disney e alla sua insistenza, giunge gradualmente a prendere coscienza delle proprie questioni irrisolte e cresce assieme agli spettatori, che immedesimati nel personaggio e frastornati da emozioni contrastanti non possono evitare di commuoversi.

Come una fiaba, anche la vera storia di Mary Poppins incarna una morale: siamo ciò che abbiamo vissuto, e Pamela si fa simbolo del bene e della bontà che esistono in ognuno di noi e che troppo spesso sono sepolti sotto anni di privazioni e rimorsi senza via d’uscita. Il punto di svolta nasce dalla necessaria ostinazione da parte del mondo che ci circonda di voler comprendere la rabbia e la frustrazione, per poi trasformarle in felicità.

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Ma la crescita, e quindi la necessità di un contrasto brusco sia a livello interiore che con Walt Disney, nasce da una questione ancora attuale, e forse anche più scottante ai nostri giorni: i diritti d’autore. John Lee Hancock, riportando alla luce la storia di Pamela e scavando a fondo nelle implicazioni emotive che la cessione comporta, riesce magistralmente a mettere a fuoco il significato dell’espressione “proprietà intellettuale”. All’accezione giuridica si accosta infatti il vero e proprio legame affettivo che ogni autore stabilisce con la propria creatura, frutto di un lavoro che in ogni campo artistico non è solamente costruzione meccanica e analitica di un prodotto di consumo, ma creazione che si origina negli anfratti meno illuminati della propria anima.

Creare è un’immensa fatica psicologica, e in questo Pamela è più che comprensibile nella  morbosità di voler  proteggere Mary Poppins in ogni dettaglio. Per poter quindi comprendere il senso della cessione dei diritti, e per voler restare nella sfera emotiva che circonda la questione, è necessario pensare al fine della propria creazione: regia e sceneggiatura non sbagliano nell’evidenziare, attraverso le parole di Walt Disney, l’importanza e la meraviglia che scaturisce dal donare Mary Poppins ad un canale come il cinema, che –oggi ancor più che negli anni ’60- è in grado di raggiungere un pubblico ben più ampio della letteratura.

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