Testo di – ALBERTO ANDREETTA

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Dopo tre mesi dall’uscita in USA, sbarca il Italia il primo lungometraggio co-prodotto, scritto e diretto da Jordan Peele, famoso soprattutto per le sue presenze in televisione. Un po’ Indovina chi viene a cena?, un po’ L’alba dei morti viventi, dal quale l’autore dice di aver preso ispirazione, il film utilizza gli stilemi tipici del cinema horror per trattare un argomento delicato come il razzismo in un’ottica particolare.

Chris e Rose stanno si preparano per trascorrere il weekend a casa dei genitori di lei, sono sorridenti, innamorati, ma fin da subito un dubbio si frappone fra i due: i suoi sanno che Chris è nero? Comincia così a insinuarsi il tema del razzismo che pervade tutta la vicenda. I due partono, ma arrivati alla casa di campagna ci si rende conto fin da subito che dietro i modi garbati c’è qualcosa di nascosto, qualcosa che non torna, c’è una certa spigolosità dietro i sorrisi ed i bicchieri di vino. Ancora più strano è il comportamento di Walter e Georgina, giardiniere e governante di casa Armitage, entrambi di colore, coi quale Chris tenta inutilmente di solidarizzare. Durante la notte il ragazzo viene anche ipnotizzato dalla madre di Rose, la quale gli fa rivivere i terribili momenti della sua infanzia. Le cose peggiorano ulteriormente quando arrivano tutti gli amici della famiglia, tutti bianchi, tutti per bene, tutti molto aperti, in mezzo ai quali spicca Logan, nero, ma che si comporta in modo strano, come Walter e Georgina. La situazione si fa via via più straniante, ma i problemi di Chris sono appena iniziati.

Che il discorso portante del film sia il razzismo appare evidente fin dalle prime battute e bisogna dire che in massima parte riesce a parlarne anche in un modo diverso da quello a cui siamo abituati: non ci troviamo di fronte ai soliti rednecks coi forconi o ai nazisti dell’Illinois, ma ai borghesi bene, davanti a coloro che “avrebbero votato Obama per un altro mandato, se avessero potuto”. Questo è il punto di maggior forza del film, il razzismo non è evidente e per questo tanto più viscerale. Senza scendere troppo nei dettagli, ma è impossibile non pensare al bancone della carne quando Chris si trova in mezzo a quei bianchi di mezza età: chi chiede come sia là sotto, chi ne loda la fisicità, chi rilancia col fatto che il nero va di moda. Sono tutti simpatici, tutti ingenui nell’esprimersi e per questo tanto più colpevoli. Per contro, se i bianchi razzisti sono personaggi interessanti e ben costruiti, è proprio sui neri che il film scade. Doverosa premessa, Peele è di colore, ma non si abbassa ai livelli di razzismo ribaltato di Spike Lee, detto questo sembra sempre che i personaggi afroamericani, si dimostrino fieri dell’appartenenza ad un gruppo assumendo in pieno su di sé gli stereotipi che li caratterizzano. Non ci si da la mano, ma si batte il pugno, non ci si chiama per nome, ma con l’appellativo “fratello”, il gergo è quello del ghetto, sembra incredibile che di fianco ad una trattazione per certi versi così sottile del razzismo, ci sia una così banale adesione stereotipica dei personaggi di colore.

Un altro tratto dolente, ma che si collega a quanto appena detto, è il personaggio di Rod, l’amico di Chris. In questa pellicola ibrida, a cavallo fra horror, thriller e commedia, è quello che dovrebbe dare la spinta comica, ma è in fin dei conti il personaggio più banale, stupido e noioso del film. Questi intermezzi “comici” a lui affidati non fanno ridere, non servono quasi a nulla per il prosieguo della vicenda e risultano altresì fastidiosi in quanto spezzano la tenzione che si era fino ad allora creata e amplificata. Così l’ultimo terzo del film, che di base sarebbe emozionante, violento e senza un attimo di respiro, viene dilaniato dalla presenza di un buffone che non riesce a strappare un sorriso.

Anche le musiche ed il sonoro soffrono di questa tendenza agli alti e bassi che caratterizzia tutto il film: se infatti i momenti di tensione sono accompagnati ottimamente, per quanto in maniera molto classica (troviamo i soliti archi stridenti e i picchi di volume), i momenti in cui si da spazio a quella che dovrebbe essere una musica “nera” sono quelli in cui è meno necessario, tanto che la musica alla fine risulta addirittura invasiva. Punto di forza è lo straziante canto che accompagna i titoli di testa.

Per quanto riguarda la regia si può notare una mano non troppo sicura e decisa, si ricorda che Peele è alla sua prima esperienza da regista; alcune inquadrature troppo classiche, alcune inutili, sintomi appunto di una mano e un’occhio ancora da curare. Si distinguono, però, le inquadrature girate nella saletta dove Chris viene legato, dove lo spazio, la scenografia e l’inquadratura vengono gestiti in maniera davvero intrigante.

Per riepilogare, Get out è sicuramente un film interessante, che non annoia, ma che sembra soffrire enormemente dei problemi che affliggono gran parte delle opere prime: pressapochismo, banalizzazioni, insensatezze sparse. Fa una gran rabbia, perché, al netto dei punti più bassi, sarebbe potuta essere una perla dei film di genere.

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