Racconto originale di – FEDERICO SCARFO’

Non poteva che vedersi fare entrambe le cose. Già di aspetto era magro e pallido, sembrava tendere alla divisione per natura, e così si era trovato, non certo per la prima volta, ad un bivio. I capelli, piuttosto corti ma ribelli, svolazzavano sulla sua testa sospinti da una brezza gelida che penetrava dal finestrino, ma che lui, imprigionato nella sua gabbia di svolte e indecisioni, non aveva neanche notato. Il sole era pallido. Avrebbe potuto dividersi in due soli e portare con sé due pianeti, due lune. Forse l’espansione dell’universo è dovuta a un fattore schroedingeriano, forse ogni possibilità di scelta tende ad aumentare l’entropia del sistema, e quando questa energia cresce troppo, il mondo si scinde, portandosi un uomo da una parte, e un uomo dall’altra. Il gatto vivo, e il gatto morto. Ecco perché tutto si disfa. Il potenziale delle scelte umane, delle vite, dei sogni che sarebbero o sarebbero stati possibili scintilla nell’aria come una radiazione letale, come un senso di colpa incarnato. E’ probabile che se l’uomo avesse preso una certa serie di decisioni, ora la sua vita sarebbe perfetta. O una certa altra serie, e sarebbe già morto. Estinto. Quando una singola scelta contiene la spiegazione dei significati di miliardi, infiniti miliardi di vite umane, bisogna considerare che abbia una forza notevole. Una forza è tanto più grande quanto più grande, a parità di accelerazione impressa, è la massa che muove. Dunque come possiamo considerare piccola qualunque scelta che facciamo, che coraggio ci vuole a volgere gli occhi? Non sappiamo se i venti centesimi che potremmo o non potremmo dare a un mendicante all’angolo della strada faranno la differenza tra una gelida morte e, anche solo per un paio d’ore, il conforto di un bar e le forze ritemprate. Siamo in grado di immaginare noi, minuscole particelle che sfrecciamo avanti e indietro, in un moto browniano, a cosa porta ogni nostra piccola scelta? Pensate ad Adamo ed Eva. Nell’Eden, nessuna scelta aveva importanza. Per questo era un paradiso terrestre. Nessuna scelta, nessuna umanità, eccetto… Il nostro piccolo uomo sul treno aveva mangiato la mela. Aveva scaricato una colpa sull’uomo, la possibilità di scegliere, e l’uomo era stato dannato. Il Vaso di Pandora scoperchiato, l’uomo sedeva su un sedile sporco. Davanti a lui un altro uomo, identico a lui, seduto allo stesso modo. Il sole produceva all’orizzonte una fata morgana: sembrava si stesse dividendo, inesorabilmente. L’uomo pensava, e l’uomo davanti a lui pensava le stesse cose ma esattamente al contrario. Pensava: “E’ incredibile la somiglianza del modello planetario copernicano con il modello dell’atomo di Rutherford. E’ come se non si riuscisse a pensare a qualunque cosa senza pensare che orbita attorno a qualcosa di più grande.” L’altro pensava: “Non facciamo altro che dividere oppure unire le cose. Non possiamo farne a meno. Come il tempo. Il tempo spaventa l’uomo per la sua immensità, e l’uomo lo vede sotto di sé come un pesce colossale con le fauci spalancate, e la fine della caduta è la morte. Poi? Il tempo finisce? O dovremo, nelle nostre tombe, vivere il tempo senza più alcuna memoria dell’umanità, senza secondi, ore e minuti, ma saremo trascinati ad affrontare il tempo, senza difese e per sempre?” Così si aggrappavano i due, uno a cose grandi come le orbite dell’universo, l’altro a cose piccole come i secondi e le speranze degli uomini morti. Mentre il treno sobbalzava, la distanza tra i due cresceva, piano. Lo scomparto era sovraccarico di energia, e un miliardo di volte un miliardo molecole fuggì urlando. La scelta che maturava tirava l’universo da due parti opposte, e aveva la forza di una battaglia tra Dio e il Diavolo. Dio… e… il Diavolo? Ma chi se non loro, le scelte? Chi se non loro, i due uomini? Si guardavano, sempre più da lontano, un pozzo sempre più oscuro nei loro occhi. Un frusciare di fogli accompagnava il loro pensiero. E uno divenne sempre più piccolo, e l’altro sempre più grande. Finchè uno non morì e rinacque, e l’altro divenne eterno fino alla fine del tempo. Ma i due uomini che erano uno si alzarono e si corsero incontro. Distorti dai fulmini e dagli artigli della scelta, si strinsero la mano e mormorarono: “Capisco.”

Così due stazioni c’erano, alla fine del viaggio. Identiche, con le stesse persone. Persino la conformazione e la distribuzione delle cacche di piccione era la stessa, ma è naturale. I piccioni sono animali perfettamente inutili all’uomo, e la loro conformazione ed evoluzione li ha condotti a una vita miserabile di mendichi e storpi, che vivono con estrema tracotanza. D’altra parte gli animali non hanno né bene né male dentro di loro. D’altra parte alcuni mammiferi hanno reazioni empatiche, e questo sembra suggerire che il bene naturale è la vicinanza tra noi uomini. D’altra parte non si può immaginare un tratto evolutivo animale che non sia stato tramandato per scopo prettamente evolutivo e quindi utilitaristico nei confronti della specie stessa. D’altra parte fanculo, i piccioni sono inutili e basta.

Scese un uomo, moglie e figli, un bambino e una bambina, corrono verso di lui e lo abbracciano. La moglie con voce tremante gli chiede: “Cosa ha detto il dottore, Adam?” L’uomo vacilla, il sorriso gli si spegne, ma una smorfia di coraggiosa rassegnazione prende il suo posto. I bambini sembrano congelati, incapaci di muoversi e di parlare, il loro diaframma bloccato nella medesima posizione. La moglie emette un singulto, ed è incapace di nascondere una lacrima che scende rapida sulla guancia. I passanti, silenziosi, camminano, e loro valigie fanno “crrrrr” sul pavimento. “Purtroppo…” dice l’uomo. Il diaframma dei bambini si spezza e loro buttano fuori tutta l’aria in un sospiro disperato. La moglie, donna alta, sembra raggrinzirsi. L’uomo guarda la sua piccola ventiquattrore e sa cosa contiene: il dottore ha promesso non più di tre mesi di vita.

“Purtroppo non mi ha dato buone notizie. Non è operabile, si è esteso al fegato e all’intestino.”

Non ci furono lacrime, solo il più puro dei dolori, e l’energia attorno a lui saettò.

Scese un uomo, moglie e figli, un bambino e una bambina, corrono verso di lui e lo abbracciano. La moglie con voce tremante gli chiede: “Cosa ha detto il dottore, Adam?” L’uomo vacilla, il sorriso gli si spegne, ma una smorfia di coraggiosa rassegnazione prende il suo posto. I bambini sembrano congelati, incapaci di muoversi e di parlare, il loro diaframma bloccato nella medesima posizione. La moglie emette un singulto, ed è incapace di nascondere una lacrima che scende rapida sulla guancia. I passanti, silenziosi, camminano, e loro valigie fanno “crrrrr” sul pavimento. “Purtroppo…” dice l’uomo. Il diaframma dei bambini si spezza e loro buttano fuori tutta l’aria in un sospiro disperato. La moglie, donna alta, sembra raggrinzirsi. L’uomo guarda la sua piccola ventiquattrore e sa cosa contiene: il dottore ha promesso non più di tre mesi di vita.

“Purtroppo dovrete sopportarmi ancora per un po’: il dottore ha detto che sto benissimo, sono solo un po’stanco.”

Non ci furono risate, solo la più pura delle gioie, e l’energia attorno a lui saettò.

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