Testo di – FRANCESCO PIERACCINI

p5

Gli ultimi sviluppi del terzo settore in campo culturale nel nostro paese ci impongono una riflessione sul significato di creazione e successiva installazione di un valore artistico in una comunità e, in particolare, sul fatto che il processo, così come il risultato, non necessariamente derivino dall’artista in sé, quanto piuttosto da una cooperazione con chi sta nel mezzo tra l’artista stesso e le istituzioni culturali: la comunità intera. In questi termini possiamo sicuramente parlare a proposito del Simposio di Scultura appena tenutosi ad Albinia (provincia di Grosseto) tra l’ 8 e il 14 settembre scorso, organizzato dall’associazione Agape Onlus assieme ad altri enti sul territorio (Associazione OCA, GiovaniSì Factory e Nuovo Spazio Espositivo), nonché dalla Pro Loco.

Scopo principale e manifesto dell’iniziativa è stato portare la scultura al centro della vita cittadina senza mediazione: i giovani scultori partecipanti, sette in tutto, hanno lavorato le proprie opere in piazza, sotto gli occhi dei passanti. Partendo ognuno da un blocco di tufo, hanno sviluppato l’opera giorno per giorno per tutta la durata dell’evento. Modalità di installazione quanto mai azzeccata in un territorio dove le arti visive contemporanee sono spesso del tutto prive di attenzione; non si è optato dunque per l’esposizione shock dell’opera bell’e fatta, ma si è cercata l’empatia con i cittadini che hanno potuto seguire le opere nella loro crescita. Installare un lavoro, dunque, significa predisporlo alla propria collocazione ultima, che è intesa al di là dei termini infrastrutturali e che consiste invece il coinvolgimento della comunità che lo accoglierà. Le sculture, infatti, saranno donate alla città di Albinia per essere installate pubblicamente all’aperto.

p2

Le sculture condividono il tema comune dell’acqua, che per la città d’Albinia ricorda sia la vicinanza del mare, sia la recente alluvione del 2012.

Alfredo Falini, la cui scultura ha ricevuto il premio della giuria  (risultando essere un elemento abbastanza insolito per il format di un simposio), costruisce dal suo blocco di tufo un castello di sabbia per metà distrutto dalle onde. L’opera è stata giustamente premiata per lo stretto legame che genera con il posto: ricorda le rocche costruite sul tufo delle vicine città toscane, e allo stesso tempo le parti del castello di sabbia erose dall’acqua di mare commemorano il triste evento passato. L’artista, originario di Perugia, ha cercato di entrare in contatto con il territorio in modo approfondito, cercando nella sua memoria recente con un approccio veramente contemporaneo. Seconda in concorso, e vincitrice del premio del pubblico, l’enorme testa di Matteo Maggio, una scultura orizzontale dalle cui labbra esce come un soffio vitale, o forse un getto d’acqua, che con la sua poeticità e mimesi ha conquistato l’approvazione degli spettatori.

Giorgia Razzetta elabora una scultura a metà strada con l’astratto, che raffigura un grande panneggio femminile adagiato su forme curve, che richiamano un nudo incompleto di cui vediamo solo i tratti minimi.

 p3

Il Simposio ha visto la partecipazione anche di due artisti stranieri: Kumiko Suzuki, che ha scolpito una grande goccia d’acqua da cui emerge un bellissimo volto femminile e Kaspar Ludwig. L’opera del secondo si è sviluppata nella forma di una chiocciola, il guscio di una lumaca di mare che racchiude in sé sia riferimenti allo scorrere della vita (la spirale) sia alla sua perfezione recondita (la sezione aurea); opera forse un po’ troppo scolastica.
Fuori concorso due scultori di Albinia, Franco Bonelli e Valentina Lisi, che hanno lavorato un blocco di tufo scartato, ricavandone una sedia/scultura, che ricorda un po’ gli intenti dell’intero simposio che unisce arte e utilità sociale.

p4

Albinia si arricchisce così di cinque nuove opere e si affaccia timidamente sul dibattito tra arte contemporanea e creazione di valore per il territorio. Valore che qui non è tanto creato da questa o quell’altra opera nello specifico, quanto da tutto l’apparato: dalla cooperazione degli enti attivi nella comunità, dal lavoro impegnato e generoso degli artisti come dall’empatia e dal calore manifestato dagli abitanti del paese, che hanno fatto visita agli artisti giorno per giorno, che hanno imparato a conoscerli e ad amare quindi il loro operato. Ricorda lo scritto di Buren sulla funzione dello studio, dove l’artista riflette su come le opere acquistino ricchezza all’interno del luogo in cui nascono, perché riescono a caricarsi dell’intensità che caratterizza il momento della creazione.

Immaginiamo che progetti di questo genere siano in grado di protrarsi nel lungo periodo, nell’arco di più anni: in queste condizioni si crea la capacità di usare l’arte e la cultura per creare realmente valore sul territorio, sia a livello economico, nel valore delle opere in sé, sia a livello sociale per l’interesse culturale si rende in grado di suscitare. Auguro, proprio per questo, ad associazioni come Agape di continuare a sviluppare iniziative  di simile orientamento,  superando le difficoltà iniziali cui purtroppo sono soggetti gli enti socio-culturali senza fini di lucro nel portare avanti progetti di lunga durata; nella speranza di contribuire al cambiamento dell’offerta artistica sul territorio nazionale, che sia un cambiamento raggiunto per piccoli passi compiuti all’unisono.

p1

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata