Testo di – LORENZO VERCESI

 

Poesia_cinese_Canzone_di_Liangzhou

Ci fu un tempo in cui esistevano due tipi di pane: uno veniva fatto impastando la farina con l’acqua e nasceva dal lavoro e dalla fatica. L’altro usciva dalle bocche dei poeti, plasmato dalla mente e dall’anima. In quel tempo il pane di grano veniva venduto nei mercati e chi non poteva comprarlo non ne mangiava; il pane di luna invece era gratuito e veniva offerto a chiunque avesse voglia di riempirsi le orecchie di bellezza. La pubblica piazza si ghermiva di cuori in attesa di luce e quando il poeta iniziava il suo canto ciascuna anima scivolava nell’incanto. La poesia era sostanza, carne, materia grigia; in quel tempo la poesia era luna, ogni volta che il cielo se ne fregiava, bastava alzare gli occhi per poterla vedere. Bob Dylan una volta disse: “ci sono poeti che lavorano nelle stazioni di servizio”; Berchet, qualche annetto prima, aveva detto: “Tutti gli uomini, da Adamo in giù fino al calzolaio che ci fa i begli stivali, hanno nel fondo dell’anima una tendenza alla poesia”. Così è stato, e forse così è ancora, ma quel che è cambiato è il concetto stesso di poesia. Ci fu un momento in cui l’uomo, instancabile mercificatore, non trovando più niente da vendere, decise di metter mano alla poesia. E quel giorno, sulle bancarelle del mercato, qualcuno vide, esposta fra le altre merci, piangere la luna.

Certo non resta molto dei tempi dei grandi poeti, delle voci che raccontavano un’epoca e ne dicevano il buio e la luna, stropicciando fogli e taccuini, annerendo spazi su pagine bianche formando danze di versi. Qualche nostalgico direbbe che erano altri tempi, qualcuno forse penserebbe che certi cuori ormai non battono più nel petto dell’uomo e che il passato offre la principale fonte di ispirazione per il futuro. Oggi non c’è più tempo per la poesia. La vita corre ad una velocità frenetica, il comandamento è riempire le ore, riempirle fino a non averne più. C’è troppa densità, troppa materia, troppe case e troppi tetti che spezzettano il cielo in schegge sempre più piccole, allontanandolo dagli sguardi. E miliardi di voci e rumori urlano ed erompono dal fondo delle cose, riducendo il silenzio ad istante temuto e oscuro. Dov’è lo spazio per udire le parole? Dove sono i paesaggi di campagna solitaria, incrociati da cielami variegati e intensi, ove il ritmo del vivere si adeguava al ciclico passeggiare del sole frammisto al veleggiare del vento, che un tempo avevamo nel cuore? La bellezza cerca sempre il luogo più nascosto di noi per fermarsi, perchè è lì che può durare e illuminarci più a lungo. Noi le abbiamo eretto contro non muri e barriere, quelli sarebbero ostacoli che riuscirebbe ad arginare, ma voragini di facile approdo, scavate dalla banalità e dalle facili conquiste del vivere odierno, all’interno delle quali non può raccogliersi che quello che, traboccando fuori, potrà lasciar spazio sempre a nuove illusioni. Riappropriarsi dello spazio, di quadrati d’aria respirabile, di vuoti a destinazione ignota è la sfida dell’uomo moderno, ritornare alla contemplazione, alla grammatica dello sguardo, alla capacità di lasciarsi invadere dalla bellezza per liberarci dal non-peso del vivere, dal non-piombo della presenza delle cose. C’è un poeta tuareg che scrisse: “La poesia deve essere oggi una sorta di guerriglia contro l’anomia, contro l’impensabile, contro il ventre, contro la logica dello stomaco per entrare nella logica dello sguardo (…)”. Oggi ci siamo dimenticati di guardare, l’atto primigenio della scoperta del mondo e della sua varietà, l’espediente umano contro la monotonia e il banale, la capacità di andare in profondità senza accontentarsi della scorza delle cose. Oggi ci dominano i sensi dell’istinto, la “logica dello stomaco” e del “ventre”, la ricerca di ciò che provochi un piacere di facciata, al di qua della frontiera hanno soppiantato l’antica e naturale indole dell’uomo ad osservare le cose, a parlare delle cose, dando loro nomi e inventandoci storie, fissandole nell’eternità che le parole strappano alla caducità del tempo. Spesso dimentichiamo che la poesia non sta solo nell’intreccio stellare, nel brillio della luna dal volto della notte o nei giochi che la luce allestisce con gli elementi della terra, ma risiede nel cammino, nell’asfalto, nel fango, nel fumo e nella cenere, nel dialogo fra due paia di occhi, nello smalto che ricopre le unghie di una ragazza, nella ghiaia e nel grigiore dei cortili di periferia, nella geometria e nell’anarchia insieme delle cose, nell’incanto e nella dialettica fra luce e tenebra che è la vita. E quel che più importa è che lei non se ne andrà, non lascerà lo scenario d’una città con il dissolversi della primavera, non abbandonerà i filari di mandorli appena dopo il periodo della fioritura, non lascerà i petti con lo sparirsi di un amore. La poesia resta, anche se non sembra, in qualche modo e in qualche luogo, lei si annida pronta a emergere di nuovo. Fidiamoci di lei e cerchiamola sempre, non facciamola morire nella polvere e nel silenzio, nei suoi versi c’è il racconto delle cose e di noi, ad essi fu affidato fin dagli albori dell’uomo il compito di eternare, di togliere alla morte e ad essi noi possiamo affidare la nostra rinascita, il nostro essere uomini e donne nuove con mani ed occhi pronti ad un’esistenza rinnovata. Vivere non è una linea retta, non prosegue per inerzia, non è un percorso senza fine. Dunque riappropriamoci della sua bellezza, anche quando vorranno farci credere che ormai è estinta, anche quando qualcuno cercherà di catturarla come farfalla in un retino, perchè l’essere uomini non è un fatto di sola carne, ma è principalmente una questione d’anima. 

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