Testo di – VITO PUGLIESE

L’Italia perde sempre. Perde ogni giorno che passa. Perde in integrità, in armonia, in allegria, in bello.

Il 13 Ottobre 2016 l’Italia perde Dario Fo, il sesto premio Nobel per la letteratura che il nostro Paese abbia sfornato. Tutti abbiamo perso il gran Giullare: l’intellettuale che, a suon di parole inventate, faceva ballare la mente. Una perdita che lascia attonita la nostra misera Italia, ormai dilaniata, proprio in questo periodo preda di una forte crisi d’identità, che rischia di squarciare il nostro tessuto sociale, già indebolito da anni di incuria politica.

Ogni italiano dovrebbe ricordarsi il 13 Ottobre 2016 come una data in cui si perde, questo perché Fo era una ricchezza ambulante che dava pregio non solo all’Italia, ma al popolo italiano, in tutta la sua dimensione più vera e umana.

Fo non era l’intellettuale da palazzo, era uno a cui piaceva stare in mezzo al popolo, uno a cui piaceva osservare i tratti comuni della gente comune e, stereotipandoli, caricaturandoli, esagerandoli, li rendeva materia teatrale.

Sempre politico, nelle sue pièces era di una comicità esilarante e di un dinamismo sfrenato: il suo regno era il palcoscenico, su cui poteva esprimere le sue idee e i suoi sentimenti.

Sotto la luce di un occhio di bue o sotto quella della lampada da comodino, al suo fianco c’era sempre Franca Rame, compagna infaticabile e artista coraggiosa. Insieme avevano ribaltato il modo borghese di fare teatro in Italia, portando in auge non le umane virtù, ma le umane miserie. Oggi forse Franca Rame impallidirebbe a guardare la condizione della donna, sempre più bistrattata, anche da se stessa.

Fo era un sacerdote della risata: gli spettacoli erano ricolmi di un gaudio pieno, trionfante, ebbro, italiano, eppure tutto in essi aveva un retrogusto di tristezza. Una tristezza contenta, proprio come quella dei giullari.

L’impegno per la cosa pubblica non era inconciliabile con la voglia di ridere e far ridere, anzi il sorriso diventava il mezzo attraverso cui scandagliare il vivere sociale e denunciare le ingiustizie e le nefandezze. Un riso scoppiettante e tragico che si scagliava come una saetta sulla serietà barbosa dei poteri forti, che in Italia non sorridono mai, ghignano in maniera sinistra. Un riso che diveniva contagioso, proprio come la passione politica: infiammava e smorzava allo stesso tempo. Un riso che somigliava a una spada o a una bomba, una minaccia esilarante, che irridendo e deridendo, faceva arrugginire il metallo delle vere armi.

Un riso blasfemo, impregnato di ribellione e di protesta, che si manifestava nella sua interezza, abbattendosi come un colpo di gong sul potere.

Ultimamente le cronache avevano parlato di lui, perché in Turchia era stato censurata la sua opera assieme a quella di Sheakespeare  e di Brecht. Un trio invincibile: la trinità della satira! Ovviamente, manco a dirlo, questo patetico escamotage controriformista ha dato solo più risalto alla sua opera, consacrandolo finalmente nell’olimpo dei grandi. Fo, come ogni penna che pesa, pian piano è diventato una voce scomoda, è diventato il sorrisino che sbeffeggia, la barzelletta raccontata in Chiesa, la frecciatina sarcastica, la sacrilega verità. Il punto è che, ancora una volta, lui ha ragione e chi comanda ha torto.

Se il potere vincerà cento volte, per cento volte e una di più sarà sbeffeggiato.

Il Maestro ricordava spesso che un popolo che ha perso la capacità di ridere, comincia a diventare pericoloso e violento. Queste parole, nella funesta data della sua dipartita, tornano a incombere su di noi come un verdetto, da tener presente per l’imminente futuro: se continuiamo a prenderci troppo sul serio, arriveremo all’intolleranza, che è ciò da cui fiorisce la guerra. Se non impariamo a ridere di noi stessi, a vedere i nostri limiti con realismo e ilarità, siamo dei falliti e marciremo nel nostro ridicolo grigio mare di vanagloria.

 

 

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