Testo di – LARA ROMEO

.

Mercoledì 29 agosto 2018 è stata inaugurata la 75º Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il film d’apertura First Man (tradotto Il primo uomo) che uscirà nelle sale italiane mercoledì 31 ottobre.

Anche quest’anno ho avuto l’onore di lavorare per questo splendido evento assistendo ogni red carpet, e in occasione dell’imminente uscita del film d’apertura, vale la pena ricostruire l’atmosfera di quel giorno.

La serata si è aperta con il tappeto rosso della giuria, quest’anno tenuta dal regista Guillermo del Toro (vincitore della scorsa edizione con La forma dell’acqua), l’attore austriaco Christoph Waltz, le attrici Carolina Crescentini, Naomi Watts e altri nomi di spicco.

Per First Man, il film scelto per l’apertura, hanno sfilato il regista Damian Chazelle, già conosciuto a Venezia due anni fa con La La Land, e gli attori protagonisti Ryan Gosling e Claire Foy.

All’entrata in Sala Grande, l’attore Michele Riondino ha accolto gli spettatori con un intenso discorso sulla magia del cinema, lasciando poi la parola al presidente della Biennale Paolo Baratta, che ha consegnato il Leon d’oro alla carriera all’attrice britannica Vanessa Redgrave.

Nel suo discorso di ringraziamento, tenuto in un italiano impeccabile, la Redgrave ha consigliato il libro On the Eve dello scrittore russo Ivan Turgenev, a suo parere fondamentale per capire a pieno l’atmosfera che si respira a Venezia, città unica e inimitabile specialmente durante i giorni del festival, quando sul finire dell’estate la stagione è arrivata al suo declino ma ancora risplende delle luci dei riflettori.

Dopo l’entrata in sala della delegazione accolta da applausi scroscianti, le luci si sono spente lasciando la sala al buio. Nell’oscurità e nel silenzio è cominciato l’attesissimo film.

Si tratta di una pellicola ambientata negli anni Sessanta, che ricostruisce gli anni di preparazione della NASA – e nella fattispecie del percorso di Neil Armstrong –  dai primi esperimenti con le astronavi nell’atmosfera fino al raggiungimento della Luna.
Il film è innegabilmente di stampo patriottico e volto a celebrare gli Stati Uniti, in quanto l’anno prossimo si festeggerà il 50° anniversario del primo allunaggio.

Si tratta di un evento indimenticabile e di proporzioni smisurate per la storia dell’umanità, ripetuto e considerato innumerevoli volte tanto da diventare proverbiale; non è un caso infatti che il titolo sia solamente Il primo uomo e il satellite venga dato per scontato.

Il punto di vista è ovviamente quello degli americani, nella ricostruzione del contesto storico la guerra fredda è ben tangibile e si percepisce concretamente la competizione con i russi, compreso il tripudio finale per averli battuti ed essere arrivati per prima sulla Luna.
È storicamente accurato in quanto non tralascia nemmeno le manifestazioni popolari mosse da dubbi, paure e malcontento, organizzate contro i costosi e talvolta mortali esprimenti della NASA.

Il film è preciso anche dal punto di vista scientifico; nello spazio ad esempio non ci sono rumori, e questo dettaglio resta attinente alla realtà, in quanto non viene mai coperto dagli ormai noti pezzi di musica classica che siamo stati abituati ad associare con questo tipo di immagini.

Ad accompagnare gli astronauti in quel viaggio, frutto di tanti esperimenti e sacrifici che vengono infine ripagati con lo spettacolo mozzafiato dello spazio, c’è solo il silenzio e il nero cosmico che rende più brillanti i colori della Terra e della Luna, visti per la prima volta da un uomo a occhio nudo.

Le scene della passeggiata lunare sono inframezzate con le autentiche riprese d’archivio, ma al di là dell’oggettività storica e scientifica, il regista ha deciso di non trascurare il punto di vista più poetico e sentimentale: d’altronde, la Luna è sempre stata la malinconica e romantica protagonista di tutte le opere dei più grandi artisti.
Ma la Luna ha anche il suo lato più oscuro: nel turbolento ritorno verso la Terra, anche lo spettatore, insieme gli astronauti, precipita nell’abitacolo ad una velocità stratosferica che sfonda il muro del suono, tanto che il rumore e il panico pervadono le orecchie e la mente, e non lasciano alcuno spazio per pensare, ma solo per irrigidirsi e stringersi ai braccioli della poltrona.

Una caratteristica imprescindibile dei film storici è hanno il copione già scritto: Armstrong sopravviverà. Eppure ogni scena fa credere il contrario e pensare: “Impossibile, e adesso come ne esce?” sperando fino all’ultimo nella sua salvezza.

Ciò che rende veramente apprezzabile questo film è che, nei suoi 141 minuti, analizza anche la parte umana di Neil Armstrong: un nome inesorabilmente scolpito nella storia, ma che dentro la tuta da astronauta resta pur sempre un uomo fatto di carne e sentimenti, un marito, un padre di famiglia con i suoi problemi su come conciliare lavoro e vita privata, su come passare più tempo con i bambini, e nel frattempo non avere un crollo nervoso nel vedere amici e colleghi morire durante le simulazioni di allunaggio.

Negli ultimi anni di cinema, e soprattutto nei film dove ha recitato Gosling, lo spettatore si è abituato a tempi dilatati con inquadrature fisse sull’espressione quanto mai esplicativa dell’attore: First Man non è da meno.
Gosling ha spesso recitato parti controverse e ambigue, tanto silenziose quanto cariche di azioni, significati, scelte sbagliate o sofferte che non tralasciavano di ribaltare la trama nei momenti più inaspettati.
Da questo punto di vista Gosling ha ricoperto un ruolo più impostato, che a mio modesto parere non gli ha dato la possibilità di esprimersi al meglio, ma d’altronde nell’avere la parte di Neil Armstrong il copione non poteva essere rimaneggiato più di tanto.

Gli amanti del cast e dei film storici o spaziali l’apprezzeranno, di certo ne resteranno indifferenti coloro che si aspettavano l’inaspettato.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata