Testo di – VITO PUGLIESE

 

Bottega Veneta, mattiniera come al solito apre il sabato di questa fashion week, tra party, eventi e ovviamente presentazioni delle nuove collezioni. Maier ci fa percepire il tocco delicato di una donna che vive la città, ma cerca l’ esotico. Non si tratta di urban jungle, come si potrebbe credere, è piuttosto di raffinatezza cittadina con contaminazioni speziate, che ci ricordano le atmosfere profumate dei Paesi orientali o del sud del mondo. La praticità per Bottega Veneta è una priorità. Il marchio si fonda sul concetto di un abito che riassuma con concretezza palese la più squisita eleganza italiana. Infatti nonostante i pattern leopardati, il camouflage e i colori terra di orientale c’è ben poco. Le linee rimangono strettamente occidentali, il vestito è funzionale e serve a dare un’ immagine netta della propria identità, più che della propria cultura ( tratto tipico della cultura occidentale dell’ abbigliamento).

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Bottega Veneta

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Antonio Marras commenta la sua sfilata dicendo:<< comincio sempre con linee e ombre molto semplici, ma poi trovo la sobrietà un po’ noiosa. Preferisco l’ eccentricità>>. Infatti anche la sfilata che ha mostrato le sue ultime produzioni è stata un crescendo. Il designer sardo ci mostra come con uno sforzo attento si può mischiare una branca dell’ espressione con un’ altra senza ricadere nell’ intellettualismo più austero. L’ arte è la locomotiva di questa collezione, ancora una volta. L’ incontro con il regista armeno Paradzanov produce una collezione, che si differenzia dalle altre per la presenza di dettagli parlanti: fantasie he richiamano quelle dei tappeti, incrostazioni di pietre che sembrano essere il prodotto naturale di condizioni atmosferiche, ruches su abiti impalpabili e collage artistici. La tradizione diviene materia.

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Antonio Marras 2

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Peter Dundas torna alle origini. Un cerchio si chiude. Dopo tante peregrinazioni, che forse mai l’ hanno visto a suo agio in maniera piena e propria, il figliol prodigo torna da dove all’ inizio partì. Tocco forte di questa collezione ? Difficile scegliere tra il jeans slavato e tinto di fuxia, quello rigato con fantasia animalier, i vestiti a sirena o le bluse in camoscio traforato. Una cosa è sicura: nella storia della moda il gusto di Dundas e quello di Cavalli sono conciliabili perché parlano la stessa lingua.

Leitmotiv porta in auge i colori come turchese, bluette, albicocca, nero, giallo ocra e senape. Tutto ci ricorda il deserto, ma non quello africano o asiatico bensì quello dell’ Arizona o del Nevada. Forme scampanate che si accompagnano a forme asciutte e essenziali. Queste peculiarità di struttura acuiscono questa percezione di straniamento, che ci fa vedere la donna come una patinata ragazza di Las Vegas. Leitmotiv si adegua molto bene all’ ambiente circostante dei brand emergenti: è nuovo e colpisce perché ha una certa carica. Anche se c’è da dire che oggi la moda sta subendo un mutamento. L’ abito diventa misura della visione stilistica e concettuale dello stilista, non più sintesi della sua idea di espressione. Questo fa si che la moda cambi celermente e che alla fine, proprio come i pensieri scorrono, non rimanga nemmeno un pezzo memorabile veramente.

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Leitmotiv 2

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Ermanno Scervino subito dopo pranzo mette in mostra la sensualità dei suoi abiti che riescono a coniugare sobrietà e stile. Mettono in evidenza le curve femminili, ma non troppo. Sono di pelle, ma non sono volgari. C’è tanto pizzo, ma non sembrano tuniche da notte. Insomma riflettono l’ equilibrio di un brand che forse ha avuto successo proprio perché ha puntato sul mantenersi equidistante da ogni tendenza del momento. Quella di questa stagione è una collezione degna di una diva italiana. Una collezione che vuole che l’ attenzione sia focalizzata sul dettaglio sartoriale. Per valorizzare il vestito, che si vuole unico feticcio dello sguardo dello spettatore, il make up è leggero, quasi invisibile e le scarpe sono semplici e adatte all’ importanza delle creazioni cui sono abbinati. Non è un caso che sia il preferito della first lady, Agnese Landini. Ermanno Scervino crea appositamente per vestire personalità forti che però non amano apparire.

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Ermanno Scervino 2

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Preciso e rigoroso Rodolfo Paglialunga che, da Jil Sander, ci mostra come fare abiti minimal sia complesso. Talvolta anche molto di più rispetto al creare abiti clowneschi e bizzarri. La gamma cromatica scelta varia dal panna, al rosso fuoco, al blu cielo, al  giallo ocra con picchi di grigio e nero. Le forme, come al solito sono semplici. Ciò non ci stupisce: il designer essendosi insediato da appena un anno deve fare molta attenzione a non stravolgere il concept del brand, che va rispettato e portato avanti nella sua interezza. C’è comunque da dire che la personalizzazione è più che visibile in questa collezione. Benchè Paglialunga sia un creativo talentuoso, i nostalgici ci sono, Jil Sander di Jil Sander viene rimpianta. Ma in definitiva non possiamo pretendere che non si vada avanti.

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Jil Sander 2

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Gabriele Colangelo trasporta lo spettatore nel suo mondo onirico fatto di abiti innovativi e pulsanti di un’ energia nuova. La tradizione è ovvio trova spazio in questo: il creativo viene da una famiglia di commercianti e fabbricatori di pellicce, quindi l’ uso che fa di questo materiale è assolutamente proprio e consapevole. In questa collezione lo vediamo persino sulle borse e sulle scarpe e gli accessori si sa, quando sono impreziositi  in maniera così spavalda diventano le chicche di ogni collezione. Abiti lunghi e morbidi e tessuti che fluttuano, rendendo il tutto un gradevole esperimento stilistico. Si vedranno le evoluzioni del marchio, ma per ora nulla da eccepire.

Il bianco è puro fino al midollo per Aquilano Raimondi, che mette in scena un viaggio attraverso le svariate facce del candore. C’è la camicia da uomo, sapientemente adattata al corpo più esile della donna, c’è la minigonna di pailettes e appliques, c’è il vestito in velo completamente trasparente e il tubino nero con le microspalline ( che fa un po’ Victoria Beckham delle Spice Girls ai tempi d’oro, ma che importa ?). Tutto è etereo e mira ad essere l’ incarnazione di quell’ ascetica e stoica semplicità, che si può solo guardare, della quale non v’è nulla da capire, da interpretare, da cogliere. Luke Leitch, editorialista per Vogue Runways, ha parlato di romantic minimalism. Probabile sia così.

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Aquilano Raimondi 2

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Dsquared2 chiama le sue modelle apposta dalla spiaggia per il suo show. I gemelli Caten questa volta si sono superati: ricami tridimensionali e magliette in acetato che sono aderenti come costumi diventano il fulcro di una collezione, che mostra presto il suo vero volto. L’eccentricità forzosa ( talvolta forzata) dopo un po’ viene a noia. Non si può d’altronde nemmeno pretendere che chi ha sempre disegnato in un certo modo cambi improvvisamente. Tute coloratissime e con microfantasie ( che danno l’ impressione della pelle tatuata) da abbinare a corpetti neri, gonne a sirena, che cingono abiti inguinali posti sopra tacchi che imponenti e vertiginosi. Lo street style dei gemelli è da prendere a piccole dosi, altrimenti nausea.

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Dsquared2

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Elisabetta Franchi ci riporta alla quiete del Giappone. Kimono, vestaglie, abiti a corolla e abiti che cingono la vita vengono accompagnati da guanti in pelle e mini bag in pelle. Il blu viene scandagliato in tutte le sue tonalità: blu notte, vermiglio, blu cobalto. Si ha anche qualcosa bianco panna, ma nel complesso è una collezione scura. Splendidi gli orecchini frangiati, che spalancano le porte di un mondo, quello dell’ estremo oriente, ancora sconosciuto per noi occidentali. Degne di nota anche le cinture obi in pelle, che ricordano, oltre che il Giappone, quelle realizzate da Mcqueen alcuni anni fa.

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Elisabetta Franchi

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Grinko che ha chiuso questo quarto giorno sfilando allo Scalone Aregario in Piazza Duomo, ci regala un ritorno negli anni ’80, spogliati però delle loro assurdità cromatiche e della loro appariscenza più estrema. Quella di Sergei Grinko è una visione di una donna assolutamente comune, che riesce a portare con destrezza i capi che ha, reinventandosi, ma senza perdere la sua visione di sé.

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