Testo di – FEDERICA ORIGGI

 

timi

 

Filippo Timi è il tipo di attore che oggettivamente ti fa impazzire. La fisicità importante, di un bellissimo uomo di quarant’anni. I tratti ricordano quelli del divo hollywoodiano Javier Bardem. La voce profonda, con quel tono vagamente roco. Piace a tutti, è sulla bocca di tutti, e non conosco una singola persona che non abbia sentito parlare del suo Don Giovanni in perenne sold out. Questa volta però Filippo Timi ha smesso i panni del seduttore per vestire quelli, tanto più impegnativi quanto forse meno affascinanti, di un disabile.

Lo spettacolo si intitola Skianto, ed è oggettivamente una caduta libera, senza freni di alcun genere, non tanto nella disabilità quanto nel rapporto che noi, i cosiddetti normali, abbiamo con questa. Il testo, un monologo, è stato scritto dallo stesso Timi, portato in scena al Franco Parenti di Milano. L’attore dice di essersi ispirato all’esperienza di una cugina, “nata con la scatola cranica sigillata”. Esattamente come il suo personaggio, un omonimo Filippo, che accompagnato sul palco solo da un silenzioso chitarrista, racconta la sua vita. O meglio, quello che succede a uno spirito che vive all’interno di un corpo come quello di un moderno Pinocchio, che sembra però non avere vita.

Timi si presenta sul palco, un taglio alla paggetto improbabile, un pigiama infantile addosso. La scenografia, per quanto a primo impatto possa sembrare spoglia, non ha niente di povero. Anche perché è perfettamente riempita dalla presenza scenica dell’attore, e soprattutto dal testo che mette in scena. La storia è appunto quella di un ragazzo disabile, che si racconta e racconta la sua vita, con un umorismo graffiante e agrodolce. Racconta del suo concepimento, della scoperta del suo corpo. Racconta di come quello stesso corpo non risponda alle sue emozioni, sensazioni, sentimenti. Racconta di quello che tutti ci siamo chiesti almeno una volta, ossia cosa una persona disabile possa provare all’interno di un corpo che non si presta, non risponde. Capiscono? Cosa provano? Amano?  Un corpo inerte, la sua prigione. Così come una prigione è la sua stanzetta grigia nei sobborghi perugini, così lontani dal mare. Prigione di un esplosione di sentimenti ed emozioni e rabbia e amore e dolore e sogni. Che però fuoriescono solo come grugniti, gesti inconsulti, in un modo di comunicare che gli altri non capiscono, perché si fermano a vederlo solo all’apparenza di mostro.

Lo spettacolo però non è un melodramma che ti lascia andare con una cupezza che rimane addosso. Si ride, e di gusto. Come quando Filippo se la prende con il suo taglio di capelli, “che già sono mongoloide, così non aiuti!”, o come quando fa coming out ammettendo di voler essere un pattinatore sul ghiaccio. Ed è questo il bello dello spettacolo: viene del tutto abbandonato il politicamente corretto, per ridere di cuore. Si ride di quello di cui di solito non si ha il coraggio di ridere. Salvo poi fermarsi a riflettere, perché in una battuta la realtà, che di certo non  è allegra, ti riporta giù. Come quando viene raccontata la gita all’ospedale, e la speranza di Filippo che l’elettrocardiogramma mostri almeno una volta quello che lui non può esprimere. O come quando, sulle note di una già malinconica Edith Piaf  il tentativo di cantare Non, Je ne regrette rien diventa lancinante. Insomma, gli ottanta minuti sono un giro sulle montagne russe, e a volte non ci si sente nemmeno attaccati troppo bene alle sicure. Ma non c’è disagio, non c’è malinconia. C’è la realtà di cose che troppo spesso non vogliamo vedere. E c’è, cosa ancora più importante, un punto di vista oggettivo non contaminato da quel buonismo inutile che di solito si lega al tema delle disabilità.

Le scenografie rimangono, quantomeno dopo l’esperienza del Don Giovanni, essenziali, ma i costumi non tradiscono le aspettative : quel travestimento da mini pony rosa fluo manda in delirio la parte femminile del pubblico (sarà forse anche perché l’attore era in slip e canotta in scena?), così come non si può non sorridere vedendo quel marcantonio vestito come un multicolore cowboy coi pattini a rotelle ai piedi.  Come intermezzi ci sono video presi da Youtube, giustapposti ai pezzi dal gusto vagamente folk suonati alla chitarra dal silenzioso compagno di palco di Timi. La caduta, è senza freni: ed è questo il bello di questo spettacolo (oltre alla bravura dell’interprete). Ci toglie il paracadute delle convenzioni, di quello che si può e non si può dire, quello su cui si può e non si può scherzare. E ci coinvolge, totalmente, in uno Skianto dei sentimenti.

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