Testo di – GIULIA BERTA

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Smith ha bisogno di un riscatto. Wesson ha bisogno di diventare un eroe. Rachel ha bisogno di una storia. È questo, in sintesi, l’incipit di Smith&Wesson, pièce teatrale scritta da Alessandro Baricco e messa in scena da Gabriele Vacis presso le Fonderie Limone di Moncalieri, dal 22 novembre al 4 dicembre.

Sullo sfondo di una scenografia genialmente minimalista, limitata a una piccola struttura cubica, “capolavoro di ingegneria e falegnameria” – come viene definita dallo stesso Smith durante lo spettacolo – che ora è una stanza, ora una botte, ora una barchetta sulle maestose rapide del Niagara, si muovono tre attori la cui grande intesa si era già mostrata ne Il Giardino dei Ciliegi, che ha aperto la stagione teatrale dello Stabile: si tratta di Fausto Russo Alesi, che nei panni di Wesson ci fornisce un’altra magistrale interpretazione, Natalino Balasso, non particolarmente a suo agio nei panni di Leonid Andreevič Gaiev ma che invece dà perfettamente voce all’istrionico inventore Smith, e la giovanissima Camilla Nigro, le cui doti attoriali non esaltate dal personaggio della governante Duniaša sono invece libere di emergere come la giovanissima giornalista Rachel Green. Il palco è una perfetta macchina di effetti di luce e suono guidata alla perfezione da un ottimo Roberto Tarasco, che rende l’ambiente un personaggio in più nella vicenda, anche grazie all’interazione continua degli attori con gli elementi in scena: degno di nota è il passaggio in cui Rachel danza dietro le quinte abbassate e le sfiora, appena intravista eppure perfettamente visibile dal pubblico.

Ma purtroppo, le performance attoriali di alto livello e le godibilissime scenografie, seppure elementi importanti in un’opera teatrale, esauriscono la lista dei pregi dello spettacolo, il cui grosso, enorme punto debole è la storia. Una storia che è, per molti versi, un collage di vecchie intuizioni già sperimentate da Baricco: abbiamo i personaggi bislacchi come in Castelli di Rabbia, abbiamo l’ambientazione in un angolo sperduto del mondo come in Oceano Mare (anche se, spezzando una lancia in favore dello scrittore torinese, questa volta non si parla di un mare ma delle cascate del Niagara: ma sempre con i piedi nell’acqua siamo), abbiamo i richiami western come in City, abbiamo la forma della pièce teatrale come in Novecento. Insomma, non c’è in tutto lo svolgimento niente che in qualche modo non abbiamo già visto: l’unico personaggio forse che non ha un precedente baricchiano, Rachel, la giovane giornalista scappata di casa per inseguire il suo sogno e che non si lascia piegare dalla mentalità maschilista dell’inizio Novecento che la vorrebbe semplicemente a “portare sandwich e fare pompini” (cito testualmente), appare comunque abbastanza scialbo e stereotipato, con pochi, se non nessuno, punti di originalità rispetto alla moltitudine di giovani e coraggiose eroine femministe che affollano la produzione letteraria e cinematografica dell’ultimo secolo.

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La vicenda narrata è semplice: Rachel, che ha bisogno di uno scoop per non essere cacciata dalla redazione del giornale dove lavora, decide di diventare la prima persona a saltare giù dalle cascate del Niagara senza morire nell’impresa. Per riuscire nell’impresa si avvale così della collaborazione di Smith, geniale inventore ricercato per truffa e sommerso dai debiti, datosi alla macchia in un minuscolo paesino accoccolato proprio in cima alle cascate, e di Wesson, il “pescatore” non di pesci ma dei cadaveri dei suicidi, che in cima alle cascate ci è nato e conosce a memoria ogni masso di quel temibile corso d’acqua. L’intero svolgimento si concentra così sull’ideazione del folle piano, tra battute forzatamente brillanti e interazioni bizzarre. Come in ogni opera di Baricco nei dialoghi si affrontano svariati temi, la vita, la morte, il confronto con il padre ingombrante (elemento questo che accomuna tutti e tre i personaggi), la memoria, l’amore, la paura e il coraggio, ma nessuno di questi viene minimamente approfondito: tutto viene semplicemente sfiorato, e gli spunti di riflessione che vengono offerti non sono nemmeno a dirla tutta così nuovi. Dietro l’angolo di ogni aneddoto, di ogni parola, di ogni espressione che a prima vista sembra molto profonda, non si trova nulla di quello che subito ci si aspettava, e il sentimento che emerge è più o meno lo stesso di quando da piccoli si scartava un regalo pensando che fosse un giocattolo e invece ci si trovava in mano un paio di calze.

Volendo essere del tutto onesti un tema viene affrontato un po’ più approfonditamente, e questo tema è la morte e l’elaborazione del lutto: la giovane Rachel prende il coraggio a due mani e si butta dalle cascate del Niagara dentro una botte da birra passabilmente nuova, non per morire ma per vivere davvero (ma davvero nel 2014, anno di pubblicazione di Smith&Wesson, abbiamo ancora bisogno di sentirci dire che dobbiamo liberarci dalle nostre paure per assaporare fino in fondo la nostra vita e magari cambiarla?), solo che qualcosa va storto e la ragazza diventa un’altra vittima dell’acqua che non perdona. A Smith e Wesson, due relitti dell’umanità che in Rachel avevano trovato una nuova spinta vitale, non resta che andare avanti facendo tesoro di quello che da lei hanno imparato. Peccato che anche qui ci si fermi ad un livello di patetica e compassionevole superficialità: i due uomini non trovano nulla di meglio da fare che aprire una baracca itinerante di tiro a segno, sfruttando i loro nomi che formano una famosa marca di fucili, e girare il mondo realizzando tutti i sogni che Rachel voleva realizzare e che aveva loro confessato la notte prima di morire. Insomma, se tutto il succo del discorso doveva essere l’imparare a prendere coraggio e buttarci nella vita senza avere paura, sembra proprio che i nostri eroi non l’abbiano per niente capito: rinunciando alla loro vita per vivere quella che avrebbe voluto vivere Rachel, confezionano un bel finale sguaiatamente strappalacrime, perfetto per strappare un applauso umido di emozione e che si burla di anni e anni di studi sul superamento del lutto. Insomma, roba da far piangere, ma non di commozione, gli psicologi.

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Volendo trovare qualche aspetto positivo, però, possiamo dire che Baricco è sempre Baricco, e ha dalla sua una grande abilità con le parole e una grande conoscenza dei ritmi della narrazione, sia nel testo scritto sia sul palco vivo: l’ora e quaranta di atto unico passa velocemente e riesce comunque, se non a esaltare, almeno a non annoiare lo spettatore, grazie ad una scena vivace e a qualche ben congegnato momento di suspance.

Smith&Wesson è in definitiva uno spettacolo passabile, che regala allo spettatore attento e consapevole di cosa sta guardando un’oretta e mezza di divertimento ad un prezzo – da un punto di vista di impegno intellettuale – decisamente modesto, in una cornice, quella delle Fonderie Limone, decisamente interessante, e luci e scenografia da dieci e lode fanno il resto: da vedere se si vuole passare un po’ di tempo a cervello spento, ma senza la pretesa di ammirare del gran teatro.

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