Racconto di – Federico Scarfò

ospedale

Il tempo trascorre lento ma con costanza per uno studente dell’arte di Asclepio. Il tempo rallenta sui mattoni viscosi del grande ospedale, intrisi di sonno e stanchezza, e parte del tempo passa loro direttamente attraverso, a privare di se stesso gli uomini che soffrono all’interno di quelle mura. Ma non è di quella sofferenza che ci interessiamo noi. Noi, i Genii dell’Ego dell’Uomo, rimiriamo un dolore più piccolo, senza la nuda primitiva potenza della sofferenza fisica, ma con tutta la raffinatezza e la decadenza delle migliori puttane di Babilonia. Lo studente è steso su un tavolo in un edificio lì accanto.

La sua vita è sconvolta, per circa due mesi e mezzo l’anno, dal contenuto di immensi libri, sui quali si consuma gli occhi con la promessa che, cieco per il dover decifrare caratteri su caratteri, un giorno essi riusciranno a distinguere i segni della malattia istantaneamente in qualunque uomo o donna o bambino. Questi libroni non contengono la risposta, il segreto magico di quella vista, ma lo studente è paziente, come il ragno nella rete, e approccia il problema da lontano, per così dire. (“Cosa avrà mai a che fare la legge di Lenz con il cancro? Cosa sapeva Lord Kelvin delle analisi del sangue?”) Ma il paradosso è in agguato, tanto più nei luoghi di malattia, dove, è noto, alligna con più caparbia e robusta insistenza la vita. La vita molle e umidiccia dei neonati, la vita liscia e senza capelli degli ex-cancerosi, la vita pendente e rugosa di vecchie con novant’anni per gamba (metatarso fratturato, e te lo immagini se l’Aldo non mi chiamava un’ambulanza? Oh, cara, sarò fuori di qui tra due settimane con le stampelle, potresti venirmi a innaffiare le piante? E dai l’aspirina all’oleandro, che gli fa bene). Ora, questo al nostro studente non è che interessi particolarmente.

L’esame non lo deve certo dare sulla vita o cose del genere. Avrebbe potuto scendere di un piano e seguire filosofia, se avesse voluto disquisire sulla vita, ecco.

E il paradosso, del futuro medico, uomo-medicina, portatore di vita, come studioso sterile della morte, si genera come un mostriciattolo peloso, che guarda curioso i disegni sul librone da sopra la spalla dello studente. Il pensiero razionale che Noi con tanta cura dipaniamo è endemicamente soggetto a garbugli, bozzi, nodi talmente decisi e incurabili da far impallidire William Osler in persona. Ed è lì che si trova il nostro studente, preso in un nodo, stretto stretto e inesorabilmente avvicinato dal ragno. Shhh! Siamo in un’aula studio, non al banco del pesce nel paese di Santa Maria! Nah, nah, nah nah nah nah nah, il cielo ha portato Remedios la bella… Ma nessun rimedio ha portato al nostro studente, chino, precocemente stempiato e rugoso, sarà lui a dover essere guarito. Il paradosso è la malattia della ragione, è il raffreddore della logica. Per esempio, lo studente, per non rovinarsi l’esame, era penetrato, tra le altre cose, nel mondo dell’occulta superstizione. Mano a mano che studiava regole, leggi ferree, tomi di giudizio e estratti di menti illuminate, la fortuna, il karma, giocava una mano sempre più importante nella sua vita. Tutto mirava all’esame, al librone, al paradosso. “Ripeto questo, poi smetto.” ”Poi fumo una sigaretta.” “Poi faccio un giro fuori.” Ma qual è lo scopo? Ingarbugliato, avvvoltolato, studio per potermi riposare, o mi riposo per poter studiare, o tutto oppure ancora niente di tutto questo? Magari studio da un tempo infinito e non lo so. Magari ho visto epoche intere, cosmi, big bang, stelle di neutroni, pulsar, nove, big crunch, morti termiche, ma non lo so, perché quando ho alzato la testa dal libro, tutto era ricominciato da capo. Magari sono all’inferno e non lo so. Oppure in paradiso, e non lo so. “Non lo so…” Neanche da pensare a quella frase. Avrebbe preso… Quanto?

Un altro paradosso, stavolta una piccola foca con delle alucce da poiana. Del voto gli importava poco, eppure quel voto era tutta la sua vita. Tutto ciò che voleva era potersi riposare, poter staccare gli occhi da quelle pagine, ma tutto ciò che poteva fare era andare avanti.

Assurdo.

E gli altri, tanto paradossali! Tesi anche loro con le fronti corrugate e l’occhio spento, le labbra dolcemente cadenti come se quei libri generassero un campo gravitazionale notevole, oh, quegli occhi, quelle labbra, quelle fronti! Cosa più tenero e grigio di giovani e fresche menti intente ad apprendere, sistemare, immagazzinare nozioni nel proprio cervello come automi, come imbuti? Lo spettacolo mi disgusta e mi richiama all’ordine, allo stesso tempo (altro paradosso, una scimmia con le corna di ariete). Non vorrei essere nessuno di loro, mi schifano, ma allo stesso tempo, chi prenderà un voto migliore del mio? Vorrei essere lui, vorrei avere studiato come lui.

E poi la fine e l’ultimo paradosso, il salto nel vuoto. Il più semplice e il più stupido e il più inutile e il più necessario (un paradosso, in realtà, essendo appunto paradossale, può essere tutto e il contrario di tutto, perciò questi aggettivi sono per definizione ridondanti) (Mi spiace essere così pignolo, ma al contrario della logica, che non è una scienza esatta, il paradosso è un argomento estremamente serio). Che lui, lo studente, non vuole. Ma lo fa. Però non vuole. E non vede il suo paradosso che questa volta è enorme, abbranca l’aula, gli imbuti, ragni e ragnatele, muri, tempo e malati con enormi tentacoli color nontiscordardimè.

Stringe forte, ma lo studente non lo vedrà.

Ha la testa china sul libro e ripete e studia e un giorno uscirà da quell’aula, stringendo al petto e allo stesso tempo maledicendo (anguilla color di scimpanzè) il suo voto-simulacro, e cosa vedrà? Non certo tentacoli. Vedrà un cielo limpido, qualche finestra, e dei mattoni corrosi dal tempo. Forse vedrà un po’ di vita che scorre, tra i solchi, nelle pieghe del tempo. Forse sentirà un fruscio, un enorme tentacolo azzurrino che gli accarezza una guancia. Poi tornerà a casa.

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