Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

Che ci crediate o meno, nessuno è così duro come appare o, almeno, niente è così rigido come può sembrare; a volte basta guardare sotto la superficie per rendersene conto.

Prendiamo le ossa ad esempio: pochi sapranno che sotto lo strato perfettamente compatto che rappresenta della parte esterna, in realtà si trova un tessuto spugnoso ma allo stesso tempo resistente.

Sarà in questo strato che penetra il freddo e si insinua e radica la memoria del tatto? Forse, ma per ora non c’è stata conferma in nessuna rivista scientifica.

Qualcosa su cui invece concorda il mondo scientifico è che le cellule del cervello, i neuroni, a differenza delle cellule ossee non posso rigenerarsi, un po’ come presentasti sul campo di battaglia con un solo reggimento di soldati: caduti tutti la sconfitta è inevitabile.

Una volta sganciata la bomba dell’ictus o del trauma si perde tutto, tutti; si perde se stessi: e se perdi te stesso la guerra non ha senso di essere combattuta perchè fondamentalmente non sai per cosa o chi combatti.

Per cosa scendere in campo ed incrociare i pennelli lo hanno saputo bene i make-up artist che si sono prestati, gratuitamente, al progetto Weapon of Choice.

L’iniziativa nasce per contrastare la violenza verbale, che a lungo termine, può avere effetti decisamente più devastanti sulla qualità della vita di qualsiasi individuo.

Donne, uomini, bambini e adolescenti delle età più diverse e dalle etnie più disparate sono stati i modelli di questo esperimento. Cosa accomuna persone all’apparenza così diverse? Il fatto che ognuno di loro come mostrato dalle foto che trovate sul sito web http://hurtwords.com/about sono state veramente vittime di bullismo.

Nessun trucco qui, in nessun senso.

Nella gallery del sito è possibile sfogliare il book completo degli insulti, una galleria degli orrori verbali.

Ogni scatto è accompagnato da una didascalia, una sorta di spiegazione e di educazione per coloro che si trovano a navigare sul sito: una sensibilizzazione per immagini.

Mancano all’appello ragazzi disabili o affetti da deficit psichici fra gli esempi di violenza verbale proposti. La loro assenza deriva non è una decisione volontaria dell’organizzazione che cura il progetto ma loro; sono stati i ragazzi stessi che hanno scelto di non mostrare il dolore.

Semplicemente era troppo: dalla nascita hanno dovuto subire, a volte soccombere alle difficoltà che una vita da “diversi” comporta, reagendo comunque con forza, e nonostante questo non gli è stata risparmiata l’umiliazione da chi ha avuto il privilegio di nascere “normale”.

Personalmente sono rimasta colpita dal ritratto di questa ragazza che, truccata come se avesse riportato un’escoriazione completa del lato sinistro del viso, su cui risalta l’epiteto peggiore con cui potreste mai appellare una donna: SLUT (in italiano “puttana”).

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Il problema è che dare della puttana non è semplicemente un insulto ma anche e soprattutto, il primo modo con cui si può rovinare la reputazione di una persona. Il motivo è semplice: è facile additare qualcuno come tale e difficile dimostrare il contrario, soprattutto dal momento che normalmente si è portati a credere che davvero quella persona sia una che si da’ via facilmente.

Al di là dei triti e ritriti discorsi sulla mercificazione del corpo, sulla disparità che ancora esiste tra la libertà sessuale di un uomo e quella di una donna, credo che sia da porre l’accento su come siamo da sempre, e con buone probabilità continueremo ad essere, così meschini da utilizzare mezzi del genere per denigrare qualcuno.

E quando poi un’accusa del genere parte da una donna verso un’altra è ancora peggio.

Non sarò ipocrita, sono la prima ad aver accusato più di una delle mie coetanee di esserlo: perchè avevano un atteggiamento lascivo verso un ragazzo su cui io stessa avevo messo gli occhi o perchè si erano messe in mezzo, facendomi risuonare in testa uno dei motivi più celebri di Renato Zero: “Il triangolo no, non lo avevo considerato”, soprattutto perchè in una coppia, per definizione, si è in due e terzi (o terze), nel mio caso, non erano ben accette.

Il fatto è che è più semplice, è la spiegazione più ragionevole: la spiegazione al big bang della fine.

E quello che mi ha fatto sorridere, più per la pochezza di un commento del genere che per la mancanza di tatto, è lo scatto in cui si ritrae una bambina con le mani che fanno da tela a due parole “FOUR EYES” (in italiano “quattr’occhi”).

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Le manca qualche diottria, come a circa un italiano su tre. E quindi? Davvero indossare un paio di occhiali, qualcosa di così indispensabile per la vita di tutti i giorni deve essere considerato oggi, nell’era della conoscenza a portata di smartphone, qualcosa di cui vergognarsi?

Magari è davvero come recita la didascalia di una delle foto presenti nella gallery: “Il problema è che insegniamo ai nostri bambini a difendersi anzichè a trattare meglio le altre persone.”

Sostanzialmente giochiamo in attacco sempre e l’attacco diventa l’unica strategia: sopravvive chi ha la capacità di insultare in maniera più pesante. Soccombono al bullismo coloro che non reagiscono, quelli che non ne escono fortificati o decidono di ribellarsi perchè sanno di valere più di un paio di parole senza fondamento.

E una di quelle immagini che invece sanno farti dubitare dell’effettiva evoluzione del genere umano è quella che ritrae un’altra bambina, piccola, probabilmente non avrà più di quattro o cinque anni, che sul collo, appena sopra lo scollo del vestito a quadri bianchi e neri porta la sua violenza: MISTAKE (in italiano “errore”).

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Probabilmente sono così sensibile all’immagine perchè anche a me è capitato di sentirmi additare come tale, da un ex fidanzato parecchio arrabbiato. Il punto è che non pensava che fossi la ragazza sbagliata per lui ma che fosse un errore che fossi al mondo.

Ovviamente quando, tempo dopo, mi ha contata per scusarsi, non ho neppure accettato di vederlo: come si può pensare, anche con tutta la rabbia che si può provare per una rottura, di definire la nascita di qualcuno, la sua esistenza, un errore?

Il sito di Weapon of Choice è attentamente studiato per far sentire chi lo visita in evidente difficoltà emotiva, per volergli far staccare gli occhi dallo schermo per l’orrore e allo stesso tempo tenerlo incollato al computer per vedere fino a dove può spingersi la cattiveria umana.

Ed è un bene sentirsi a disagio davanti a foto del genere, se lo siete è perchè siete ancora umani.

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