Testo di – DonMAX

 

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Sono un tipo abbastanza diretto, a pranzo salto gli antipasti e vado dritto al primo, per pranzo niente bucatini.. facciamoci un piatto di spaghetti western!

Il western è un genere cinematografico che non nasce nel nostro paese. Si sviluppa in America, dove si respira il mito dei cowboys, della Frontiera e soprattutto della sua conquista: questo è parte dell’Identità Americana, cosa che a noi non appartiene. In Italia, nel periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Settanta del secolo scorso, venne rielaborato, facendo sì che si sviluppasse lo Spaghetti western. Ora, il periodo in cui noi sviluppiamo “il figlio Mediterraneo”, in America il western viveva dei momenti incerti, eccezione fatta per i classici Fordiani ed altri piccoli grandi film diretti col passare degli anni che costituivano oasi sparute nel deserto di un genere in crisi.

In Italia, quindi, c’è il risveglio dei pistoleri, mentre al di là dell’Oceano, gli stessi, andavano in letargo.

Erroneo sostenere l’eguaglianza dei due generi: “Western classico e Spaghetti”. In quello nostrano al moralismo e l’eroismo viene dedicato poco spazio, comparendo invece il tema dell’interesse personale. Anche il modo di concepire la violenza, pur essendo presente nel western classico, è totalmente diverso: molto spesso, infatti, le pellicole made in Italy erano dei b-movies che puntavano sulla crudeltà, una violenza spesso gratuita, basti pensare a “Se sei vivo spara”, western crudissimo con la caratteristica di esser stato tagliato, censurato, di nuovo censurato e ANCORA TAGLIATO. In questa pellicola è presente un ragazzino che viene molestato e violentato da dei cow-boys (i cow-gays); un indiano a cui viene fatto uno scalpo; un brigante che viene colpito da pallottole d’oro, l’accanimento sullo stesso per il recupero di queste durante un’operazione; oro colato su un tizio. La trama è abbastanza lineare, un buon film che scavalca i canoni del western dove fanno da padroni sparatorie, linciaggi, impiccagioni, sessualità repressa, finti pazzi, finti profeti, moralisti dell’ultima ora e borghesi piccoli piccoli.

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Erroneo credere che vi sia stato solo un grande regista nel campo, Sergio Leone. Senza dubbio egli ebbe un ruolo determinante. Lo slancio dello “spaghetto” fu suo, fu lui a reinventare il western americano ma oltre la Trilogia del Dollaro e del nome Leone, moltissimi altri registi contribuirono a rendere il genere popolare, a rendere la sala cinematografica un saloon moderno: Corbucci, Valerii, Martino, Petroni, Fulci, Colizzi, per citarne alcuni. Distanziandosi oppure rielaborando le tematiche classiche, quelli nostrani si differenziano in stile e tematiche.

Tra l’altro è curiosa la vicenda che lega Sergio Leone ad Akira Kurosawa, il quale adì le vie legali. Perché? Perché “Per un pugno di dollari”, pellicola che lanciò il regista e soprattutto un giovanissimo Clint Eastwood, era molto, anzi troppo simile al suo Yojimbo. Fu così che l’imperatore nipponico della celluloide ottenne il diritto di distribuzione del film in Giappone, Taiwan, Corea del Sud oltre a un 15 % su tutti gli incassi esteri.
Ma non si tratta di un caso isolato: accadde anche al Cinema americano, basti pensare a “I Magnifici 7” copia e incolla de “I sette samurai”  e “The Outrage” che fece lo stesso con Rashomon.

Fino a qualche anno fa Rete 4 mandava molto spesso pellicole come “Lo chiamavano Trinità” e “Continuavano a chiamarlo Trinità”, firmati E.B Clucher, all’anagrafe Enzo Barboni. Questi due titoli sono dei classici esempi di Spaghetti Western comici o “Fagioli-western” che vedono come protagonisti Bud Spencer e Terence Hill, intramontabile coppia dedita più alle scazzottate che alle sparatorie. Ma E.B. Clucher a parte, anche Franco e Ciccio si dedicarono al western simpatico, e soprattutto Corbucci nel suo “Il bianco, il giallo, il nero”. Egli realizza una pellicola divertente e nel suo piccolo spettacolare, con Giuliano Gemma, Eli Wallach e Tomas Milian. Una pellicola che sfotte sia il suo Django che “Il buono, il brutto, il cattivo”.

Leggero, sottile, piacevole, divertente. Dal comico si passa al western politico con “Quien Sabe?”, di Damiano Damiani, e il successivo “Vamos a matar companeros”, ovvero il ’68 fatto pellicola.

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Girato nel 1970, il film in questione è un manifesto politico di tutto rispetto. Il film unisce momenti di tensione drammatica a forte comicità passando all’avventura donchisciottesca. Ambientato in Messico, durante la Rivoluzione vede come protagonisti “Lo svedese” (Franco Nero) affascinante e pericoloso mercante d’armi, Mongo Alvarez, un generale rivoluzionario cui stanno a cuore più i soldi che la rivoluzione, ed El Blasco (Tomas Milian), eroe dell’ultimo minuto, eroe per caso (un Che Guevara ante litteram?). Se credevate di aver visto tutto lo stile di Corbucci con Django, vi sbagliavate. Nel primo regna un’atmosfera crudele, pesante, dura come dura era la storia del protagonista. In questo film, si cambiano le regole del gioco, serietà, politica, divertimento, amori, gag, oltre al fatto che si spara molto poco, ma quando si spara, si spara e sono guai. Questo rende unico, nel suo genere, il film.

Se in “Django” si respira un’atmosfera cupa, ne “I quattro dell’Apocalisse” di Lucio Fulci l’atmosfera è ancora più pesante. La visione era consigliata ad un pubblico adulto, censurato, tagliato. Quella che ci viene presentata è la storia di “Bunny”, una prostituta incinta, Bud, un afroamericano che sostiene di poter parlare con i morti (in una scena balla nudo in un cimitero), Clem, un alcolista ed infine un baro di professione, il mitico Stubby (Fabio Testi).

La violenza è fine a se stessa: è la folle violenza di chi vuole ripulire la città dai peccatori, o è la folle violenza dei disperati. I protagonisti non sono pistoleri, sono dei disperati che si salvano dal massacro iniziale e che vengono gabbati dal cattivo di turno, un folle Tomas Milian nella parte di Chaco.

Cosa mi ha insegnato la pellicola? Anche i cowboys piangono, di gioia, per la nascita di un bambino, oltre al fatto che Milian è truccato in un modo che ricorda vagamente il moderno Jack Sparrow. Si dice che si sia ispirato a Charles Manson.

 Altra perla di Fulci è sicuramente il ferocissimo “Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro”. Il primo film del maestro, con un incredibile Franco Nero, considerato uno dei più violenti spaghetti western mai realizzati, segna il primo incontro di Lucio Fulci con la crudeltà, determinante per il futuro regista del macabro.

 “I giorni dell’Ira” di Tonino Valerii vede un Lee Van Cleef semplicemente da paura.

Il suo ruolo è quello di un paterno, invincibile e carismatico pistolero che detta dieci regole di vita al suo allievo, un umilissimo ed umiliato Giuliano Gemma che invece indossa la maschera dello sguattero del Paese. Due persone che si completano, due grandi del genere spaghetti western in “I giorni dell’Ira”. Violenza a parte, quello che colpisce è il rapporto maestro-allievo fra i due, ma nulla è come sembra. Una piacevolissima esperienza filmica che intrattiene lo spettatore per tutta la sua durata.

Da notare come il rapporto fra i due cambi e il giovane farà sue le regole non pregare mai un altro uomo, non fidarti mai di nessuno; mai mettersi tra una pistola e il suo bersaglio; i pugni sono come i colpi di pistola, se sbagli il primo sei già bell’e spacciato, fino all’ultima, durissima: “Quando un uomo comincia ad uccidere non può più smettere”.

 Dal violento si passa al politico-religioso con “Requiescant” di Lizzani (l’oro di Roma), autore celebre per pellicole impegnate e di denuncia. Nel complesso è discreto, abbiamo quella che sembrerebbe la conciliazione fra Cattolicesimo e Sinistra Italiana. Questo è quello che ci hanno visto le fonti autorevoli, il Don invece ha visto un pistolero cattolico, un cowboy dalla Bibbia facile e dalla mira infallibile.

 E se il western violento incontra l’horror? Ebbene sì, non fu solo Fulci che spruzzò scene crude nei suoi film. Impossibile non citare “Mannaja” di Martino: definire l’opera uno spaghetti western è riduttivo. Un protagonista sopra le righe, un duro a morire che diventa cieco e riesce da solo a costruirsi un’arma neanche fosse Mcgyver. Furia CIeca nel Far West con scene splatter, torture, uccisioni che lo rendono un film discutibile a livello morale ma, soprattutto, un film che va oltre il classico modo di fare uno spaghetti western.

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Tornando a Corbucci oserei citare “Il grande silenzio”, interpretato da Jean-Louis Trintignant e Klaus Kinski (ma notiamo anche il gigantesco e mitico Mario Brega), personaggi duri come la roccia, carismatici, feroci e spietati. Vede come ambientazione un bellissimo paesaggio innevato, una colonna sonora superba firmata Ennio Morricone (si presta non solo a Leone). Forse è uno dei pochi spaghetti-western ad essere ambientato non in un ambiente arido, ma freddo e gelido. Il protagonista è Silenzio, un giovane senza la parola, perduta da bambino. Il povero Gordon, infatti, quando era bambino ha assistito all’omicidio dei genitori; affinché non parlasse, gli sono state tagliate le corde vocali. Crescendo, Gordon diventa Silenzio. Dopo il suo passaggio c’è solo il silenzio della morte. Contrapposto a Silenzio abbiamo Tigrero, interpretato da Kinski, un cacciatore di taglie feroce, violento ed attento al denaro in modo maggiore di un usuraio. Il film continua fra taglie riscosse, cadaveri nascosti nella neve, taglie non pagate da sceriffi corrotti, morti ammazzati, Tigrero che mostra il suo lato ancor più sbruffone e pericoloso fino ad arrivare al colpo di scena finale. Ancora Corbucci segna un punto discreto con il suo “Navajo Joe”. La caratteristica della pellicola è che compare come protagonista indiscusso un giovane indiano. È lui il re per questa pellicola: non abbiamo cowboy dallo sguardo glaciale. Belle carrellate dove viene mostrato un paesaggio immerso nel deserto, scorci in una natura poco toccata dall’uomo, inseguimenti, sabotaggi, un clamoroso assalto al treno con una sparatoria annessa che vede un vero e proprio massacro fra militari dell’U.S Army vs fuorilegge. Navajo Joe si vendicherà, ma la sua vendetta non è per quello che accade ai bianchi, gli Yankees non gli interessano. La sua tribù è stata decimata dai fuorilegge sopracitati, ed è questo che muove il nostro eroe atipico. Non la gloria, non la fama, non il vil danaro, bensì la fredda vendetta muove Navajo Joe. Bellissima e significativa la scena in cui Joe rivendica il ruolo da sceriffo, ricoperto da uno Scozzese. Non gli viene dato poiché “non Americano”, se ne approprierà con una sola frase: “Mio padre è nato in America, mio nonno è nato in America, questo incarico spetterebbe più a me che a te, Scozzese.”.

 Sempre Corbucci dirige “Il mercenario” pellicola che accosta un Franco Nero attaccato al denaro a un idealista messicano chiamato Paco Roman. La Rivoluzione Messicana torna ad interessare i registi italiani, non fa solo da cornice. Ma non è l’unico tema affrontato: mano a mano che si andrà avanti con la trama nasce fra i due un rapporto che va oltre il denaro. Il film viene ricordato oltre per il duello in un’arena anche per il ruolo carismatico dato a Franco Nero aka Il Polacco, un gelido mercenario dallo sguardo di ghiaccio. Come molti spaghetti western è stato riscoperto da Quentin Tarantino che ha introdotto due temi della colonna sonora originale (realizzata da Ennio Morricone) nel suo Kill Bill. Quando invece parliamo di Petroni, basta citare “Da uomo a uomo”, “La vita a volte è molto dura, vero provvidenza” e “Tepepa”.

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“Tepepa” vede Orson Welles (Quarto Potere) interpretare un pesante Colonnello, Orson Welles da un lato, dall’altro Tomas Milian. I temi son quelli classici, ma a questi si legano frasi sociologiche:

“In Italia c’è un tizio, un certo Lombroso. Secondo questi, il delinquente ha delle caratteristiche ben determinate. La misura del cranio per esempio. Se fosse per me tutti quelli con determinate tratti potrebbero essere sbattuti in cella. Ci sarebbero meno criminali in giro”. Orson Welles aka Colonnello Cascorro in Tepepa rielabora quella che era una pseudoscienza. Cesare Lombroso dedusse che i criminali portavano tratti anti-sociali dalla nascita per via ereditaria, cosa che oggi si considera del tutto infondata. Questo però è solo un accenno, Tepepa o Viva la Revolucion è un film girato in pieno ’68 e risente molto del clima che si respirava in quegli anni, anni di lotta studentesca. Nel Messico dei primi del Novecento arriva un medico, Hanry Price (John Steiner, che ritroviamo in Mannaja, Roma violenta, Salon Kitty, Milano Violenta.). È qui per vendicare la sua amata, stuprata da Tepepa (T.Milian). Dopo le violenze, infatti, la ragazza si è uccisa.

Lei apparteneva ad una ricca famiglia di proprietari terrieri, e siccome Tepepa è un rivoluzionario ma anche un contadino che ha più volte abbassato la testa alle prepotenze, la sua rivoluzione significava prendersi la terra e darla a chi non ce l’ha. Avete connesso? Oltre alla terra si è preso anche la ragazza. Il dottore non digerisce la cosa.

C’è un antico detto: “Daje e daje pure ‘e cipolle diventano aje”, ovvero tutti prima o poi reagiamo. Il problema è che violenza chiama violenza.

Bella l’analisi dello scontro fra (l’ex) “compagno” Madero, divenuto capo di Stato, e il protagonista, semplice peone. Forte anche il contrasto con il colonnello Cascorro (O.Welles). Terribile la scena finale.

Ne “Da uomo a uomo” invece abbiamo una trama particolare, un massacro, punizioni esemplari, giochi di sguardi, vendette e un terribile Mario Brega con una buffissima bombetta come cappello (ripresa poi in Kill Bill).

Sin dai primi minuti siam immersi in un ambiente crudo, duro, un clima freddo ed umido. Umido poiché piove. Crudo perché c’è un agguato che porta alla morte di un’intera famiglia e lo stupro delle donne presenti in questa. Duro poiché vi è una vendetta ad opera dell’unico superstite (il piccolo Bill intanto cresciuto). Egli, anni dietro, ovvero durante l’incursione, ha visto o notato piccoli dettagli; questi gli permettono di rintracciare i quattro ed ucciderli.

Altri titoli importanti sono quelli che vedono come protagonista il mitico e letale Sartana che con la sua caratteristica Derringer nella manica conquista non solo il rispetto e il timore dell’avversario ma anche pubblico e botteghino. Abilmente interpretato da Gianni Garko, che rifiutò tantissime parti in cui figurava il nome Sartana proprio perchè non rispecchiava le caratteristiche originali del personaggio da lui ideato insieme a Parolini.

“I lunghi giorni della vendetta” di Tonino Vancini; “Faccia a faccia” e “La resa dei conti” diretti da Sollima; “una pistola per Ringo”; “Gli specialisti”.

 E oggi? Oggi è un genere tramontato, ma non manca di persone che con la buona volontà lo riportano a galla, di tanto in tanto. Fuori dall’Italia moltissimi lo invidiano, negli anni si sono realizzati vari remake o film che si ispirano chi più chi meno ai nostri titoli. In Corea per esempio qualche anno fa realizzarono “Il Buono, il Matto, il Cattivo”; in Giappone Takashi Miike ha realizzato “Sukiyaki Western Django”, omaggio; per non parlare del Tarantiniano Django.

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Ma per ora basta, questo è solo l’antipasto e non vorrei rendere uno speciale sugli Spaghetti Western un polpettone-western, né vorrei essere l’artefice di un’indigestione per la visione coatta degli stessi.

Quindi bando alle ciance, munitevi di tempo, pazienza e di un comodissimo poncho: il lontano West non è poi così lontano.

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