Testo di – DAVIDE PARLATO

.

Appena uscito nelle sale e l’episodio VIII di Star Wars è già un successo conclamato di critica, sia dai pareri più autorevoli che dalle fonti di giudizio popolare (95% freshness sull’ormai omnibus dei cinema postmoderno Rotten Tomatoes). Lo stesso Lucas si esprime senza mezzi termini: “meraviglioso” dice lui, “meraviglioso” dico io.

Meraviglioso come ormai Star Wars sia eretto ad un sistema così tanto insindacabile che non è proprio ammesso l’attacco, nonostante l’acqua sia sempre più bassa e la papera inizi inesorabilmente ad annaspare. È molto probabile, in tal senso, che, come in un paradosso logico, gli stessi motivi che rendono l’Episodio VIII una ciofeca sono gli stessi che lo rendono “meraviglioso”. Ma questo paradosso logico non è espresso da alcuna legge fisica o scientifica: ma da una semplice, schietta e terribile legge di mercato. La pesca a strascico.

Perché se tu ci metti tutto, ma proprio tutto quello che potrebbe dare gioia a tutti i tipi di fan, il successo è assicurato, e quello che si desidera in operazioni del genere non è tanto di fare un capolavoro, ma manco di fare un bel film (d’altronde “la qualità ci ha rotto il cazzo”, come direbbe il maestro Ferretti): si desidera di fare su sempre più pubblico.

Quindi l’idea è: uniamo una serie di manovre vincenti degli ultimi blockbuster, qualche ruffianata per gli sfigati nostalgici, un bel politically correct che non guasta mai, una bella trama circolare in cui non succede assolutamente nulla di sostanziale e dai dai dai che la giriamo! Ma andiamo con ordine.

La trama. Sì ma quale?

Non voglio fare grossi spoiler, né ci riuscirei perché sostanzialmente non succede nulla per due ore e mezza abbondanti: nessuna delle azioni dei protagonisti è in qualche modo sostanziale a portare avanti la storia, se non un mossettone di Kylo Ren per cui il regista meriterebbe una forte pacca di congratulazioni, sapete di quelle belle forti sulla schiena che si danno col sorriso stampato in volto e le sopracciglia leggermente pendule. “Grande, campione”. Per il resto, tutto quello che i personaggi fanno risulta in ultima analisi del tutto fatuo. Ma non in senso brechtiano o come in un film di Bergman: è proprio tutto largamente a casaccio, senza che si imponga uno sviluppo effettivo a livello narrativo.

Ci sono una serie di sviluppi personologici di rilievo, questo è da ammettere, e le chiamate Skype con la forza fra Rey e Kylo sono protagoniste in questo percorso di formazione adolescenziale. Ma diciamo che riserviamo il discorso sulla complessità ad un momento successivo della recensione. Ora vi voglio parlare di qualcosa di molto più rilevante di quattro personaggi pulciosi e ammuffiti: ora vi parlo dei pucciosissimi animali della nuova galassia Disney di Star Wars!

Animali pucciosi e dove trovarli: sugli scaffali dei Disney Store, che domande!

Dopo il fenomeno Minions era ormai chiaro a tutti che ogni Santo Natale sarebbe venuto fuori uno sgorbietto carino nuovo da collezionare. Star Wars ha deciso di non essere da meno, trasformando in questo episodio la fauna aliena tipica della saga in un vero e proprio zoo di tenerezze varie (già da mesi girano sui social le gabbianelle con gli occhioni dell’isola di Luke: ebbene, preparatevi ad una serie di “aaaaw” collettivi). Ad un certo punto del film vi godrete anche una splendida mucca anfibia da cui Luke spreme con dovizia del latte evidenziatore: lo sguardo morboso della telecamera si sofferma con ejzensteiniana drammaticità sul languido occhio della mucca, generandomi non poco disagio.

Forse tale indugio è però congeniale al regista per insistere su una scelta non da poco.

.

"Aaaaaawwww"

“Aaaaaawwww”

.

Il ritorno dei pupazzoni e altre ruffianate simili.

La politica del colpo al cerchio e alla botte ritorna nella scelta tecnica del regista di tornare ad una maggiore artigianalità naif, memore della saga classica, rientra nell’alveo di una serie di trovate, tecniche e di trama, che strizzano l’occhio ai fan della saga originale.

Oltre i pupazzoni ritornano quella simpatica canaglia del Maestro Yoda (in veste proprio di simpatica canaglia), combattimenti spaziali ben realizzati (forse uno dei pochi aspetti di pregio del film), la Principessa Leia Organa, che nonostante la triste scomparsa dell’attrice Carrie Fisher, continua ad esser riesumata, con tanto di infelice resurrezione spaziale e ritorno dallo spazio profondo alla Mary Poppins. Quest’ultima trovata non proprio il migliore degli omaggi in loving memory, se proprio dobbiamo dirla tutta.

Ultimo ingrediente: il tocco Disney.

Non può mancare il tocco distintivo delle produzioni firmate Topolino. L’ironia costante, espressioni da fumetto, battutelle per grandi e piccini, la storia d’amore più smaccatamente politically correct che sia mai stata ideata. Non mi si tacci di politically incorrectness se la rilevo, qui è solo questione di coerenza narrativa: la love story (forse unilaterale) fra Rose e Finn di fatto non trova mai motivo di nascere, e per di più introduce un personaggio (Rose) il cui unico rilievo è di innamorarsi di Finn. Una trovata se non altro superflua, che ridicolizza il quadro generale considerando che l’impresa di sabotaggio dell’incrociatore di Snoke in cui si gettano (in cui la figura di Finn potrebbe essere fondamentale avendo lavorato sull’incrociatore come inserviente – sto sudando) risulta del tutto inefficace. Insomma, tutto fa pensare ad un pretesto, e la cosa non è delle più entusiasmanti.

Possiamo tirare le somme. Come avrete notato ho cercato di sublimare in ironia un profondo senso di sconforto che il film mi ha lasciato addosso. Uno sconforto che ho temuto di aver provato solo io, a giudicare dallo scrosciante giubilo della sala in occasione dell’anteprima stampa. Uno sconforto che nasce dal veder progressivamente spegnersi una scintilla che ha animato la mia immaginazione di bambino e di giovane uomo. Le differenti logiche che, spero, hanno guidato tante delle scelte registiche hanno portato ad una trama scarsamente efficacie, priva di villain degni di nota e che, in maniera inaccettabile, nel tentativo di complessificare la storia, ha abbandonato quel manicheismo di fondo che da sempre ha animato la saga: la contrapposizione fra bene e male.

La Forza è dapprima brillantemente vista come compenetrazione di bene e male, con un neanche troppo implicito riferimento al Chi taoista. Ma questa complessità si stempera poi in una mediocrità dal carattere fin troppo umano, culminando nella lezione morale che non esistono bianco e nero ma solo gradazioni di grigio. Direte voi: ma questo non è saggio? Forse sì, ma forse lo spirito prosaico che anima questa nuova Forza non fa per me, che rintracciavo in Star Wars una delle poche saghe che era stata in grado di elevare la semplice contrapposizione bene-male in un’epica contemporanea senza pari.

Mi rendo conto che una tale posizione potrà apparire fin troppo reazionaria: ma all’immedesimazione ho sempre preferito l’ammirazione, e, per quanto più umanizzato, l’universo della nuova saga di Star Wars non ha più nulla da offrirmi se non il terrore di fronte ad una sempre più smaccata massificazione della pellicola, degradata a gioco di ruolo, a scenario di commerci futuri, a chiacchiera senza poesia.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata