Testo e foto di – PILAR PEDRINELLI

 

 

“Louvre, many stop to snap but few stay to focus”. Nero su bianco, Michael Kimmelman per il New York Times, ci informa che nessun visitatore è stato, quest’anno, più di un minuto di fronte ad un’opera d’arte, venti secondi di media per l’esattezza.

Questo, per me, era nato come uno di quei giorni in cui avevo deciso di smettere di pensare e sedermi con gli occhi rivolti verso il cielo, che con un po’ di fortuna per sera avrebbe ospitato anche qualche stella. Quando articoli come questo, però, entrano a far parte della mia giornata, questo desiderio semplice diventa un privilegio insostenibile.

 Qualche anno fa, appunto al Louvre, davanti alla Gioconda, mi era capitato di spostarmi avanti e indietro per vedere se la prospettiva di Da Vinci riusciva a incantare anche me, e una signora mi aveva osservato con pilaraespressioni a punto interrogativo, prima di decidersi a chiedermi: “Pardonnez-moi, qu’est-ce que vous faites?” “Ma come che faccio, la Monna Lisa ti scruta, ti segue, si può ingannare solamente chiudendo gli occhi, ma poi così non vale. Non lo sapeva?”. No, non lo sapeva, ma neanche io l’avrei mai saputo se non ci fosse stato qualcuno che, fermandosi prima di me, l’aveva capito. I più arrivavano, guardavano quelle pennellate di mistero attraverso un cellulare o una macchina fotografica, scattavano una foto e senza aver in realtà visto nulla se ne andavano, poiché per il loro apparecchio avevano comunque visto tutto. Due ore e via, si era pronti ad uscire da sessantamila metri quadri di sale espositive, diretti alla Tour Eiffel, perché si sa, alla domanda “cosa hai visto a Parigi?” non si può rispondere “ho visto due anziani in un vecchio caffè che ancora si sorridevano”.

Mi ha fatto riflettere quell’articolo e mi sono posta una domanda, ma siamo ancora capaci di osservare? Me lo stavo chiedendo anche a Milano, un paio di mesi fa, quando avevo incontrato un senzacasa che chiedeva l’elemosina, ma contraccambiava con poesie. Io quel giorno gli diedi 2 euro, che sapevo, non gli avrebbero cambiato la giornata, ma lui in compenso, senza saperlo, la mia invece la cambiò, anche la settimana. E se l’avessimo visto prima, quando scriveva sì per piacere ma non in mezzo alla strada? Quando potevamo davvero cambiargli la giornata?

Poi ci sono i tg con le loro notizie catastrofiche su un mondo che va a rotoli. È vero, attirano di più e per di più sono realtà ma ogni tanto vorrei sentire magari di qualcuno che ha fatto una promessa, una di quelle eclatanti, come dichiararsi in volo verso Londra, con tanto di hostess come complici del “misfatto”. Invece, mi capita di sentire queste notizie per caso, in metro, quando ormai devo scendere perché la fermata è la mia. Perché, per una volta, non rimanere in carrozza per sapere qual è il finale?

Siamo sempre di fretta, io per prima, occhi al cellulare correndo sempre da qualche parte o da qualcuno con impegni che, a volte, non sappiamo neanche di aver preso. Stendhal, oggi, non avrebbe neanche avuto il tempo di svenire, il fatto di dovere andare all’ospedale gli avrebbe scombussolato l’agenda. Ma quindi ciò poi basterà? Ci basteranno quei venti secondi di tempo per dire che la nostra razione giornaliera di osservazione l’abbiamo avuta? È certo più facile, perché a osservare a lungo poi alla fine si finisce per soffrire, meglio soffermarci ad uno sguardo sfuggente, può creare meno problemi e meno implicazioni. Però poi è tanto bello quando si riescono ad individuare i diversi sorrisi di una persona, e questa è una piccolezza che non s’impara in qualche secondo.

Dopo le domande, comunque, se riesco, mi piace provare a dare anche una risposta. E la mia risposta è che, nonostante gli impegni e questo mondo che corre, le persone continuano a preferire il posto finestrino.

 

 

 

A Flavia, che osserva sempre.

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